GIANFRANCO DE TURRIS. (a cura)
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SE L'ITALIA.
Manuale di storia alternativa da Romolo a Berlusconi.
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Parte 2.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale fornita da: Amedeo Marchini.
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LUNA NERA D'AGOSTO.
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1503: Se papa Alessandro Sesto non fosse morto e Cesare Borgia fosse diventato Re d'Italia.
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Luigi De Pascalis.
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Una sera d'agosto del 1503 il ricco e potente cardinale Adriano Castellesi invit a cena nella sua
vigna papa Alessandro Sesto Borgia, il figlio Cesare e un certo numero d'umanisti e d'alti prelati, forse per
presentare loro il modello del suo nuovo palazzo. Il giorno dopo, molti commensali del porporato erano
malati o morti. S'ammalarono anche il cardinale Adriano, il papa e suo figlio.
Castellesi e il Valentino guarirono dopo molti giorni, il papa invece mor in breve tempo, Non
sine venem suspitione. L'ipotesi corrente all'epoca, infatti, fu che il Borgia fosse morto avvelenato.
Alcuni vogliono che il tossico sia stato preparato dal Valentino In doi fiaschi di vino per avvelenare il
Cardinal Castellesi in occasione che nella vigna di detto cardinale il papa doveva cenare, e dove il duca
haveva mandato detto vino con ordine di non darne ad alcuno senza suo ordine.
Arriv il papa per tempo assai alla vigna et havendo sete domand da bere et gli fu dato di detto
vino, et mentre il papa beveva sovra- giunse il Valentino, che anch'esso beve il vino avvelenato, ma
questo per la giovent guar et operorno gli antidoti che non giovorno al papa
(Mutio Polidori, cronista cornetano).
Altri scrittori di cose romane del XVI secolo vogliono invece che Castellesi, venuto a
conoscenza della criminale iniziativa dei Borgia, avesse corrotto il loro maestro di casa inducendolo a
servire loro il tossico destinato a lui.
La pesante atmosfera che regnava nell'Urbe in quei giorni fu resa ottimamente da Guicciardini
quando scrisse: Concorse al corpo morto d'Alessandro in San Piero con incredibile allegrezza tutta
Roma, non potendo saziarsi gli occhi d'alcuno di vedere spento un serpente che con la sua immoderata
ambizione e pestifera perfidia, e con tutti gli esempli di orribile crudelt di mostruosa libidine e di
inaudita avarizia, vendendo senza distinzione le cose sacre e le profane, aveva atossicato tutto il
mondo (Guicciardini, Storia d'Italia, 6, p. 602).
Per la dantesca legge del contrappasso, dunque, chi aveva atossicato tutto il mondo doveva
morire atossicato a sua volta.
In realt le cose andarono diversamente e le molte morti che seguirono a quella tragica cena
furono dovute pi a cibi guasti e a pessime cure mediche che ai progetti criminosi di questo o di quel personaggio.
Comunque, un fatto rimane accertato: a seguito di quel convito nella vigna del cardinale
Castellesi, Alessandro Sesto mor e la storia d'Italia cambi direzione. L'impalcatura borgiana, costruita in
anni d'iniziative a volte audaci, a volte semplicemente sanguinose, croll e l'astro di Cesare, che era a
un passo dal costruire un suo grande Regno italiano, tramont celermente.
Per meglio comprendere gli avvenimenti che stanno per essere narrati, occorre tenere presente
che, dopo la morte di Alessandro Sesto e i brevi pontificati di Pio III e di Adriano VI di Utrecht, si
succedettero sul trono di Pietro prima Giuliano della Rovere (Giulio II), il cui pontificato fu costellato
di guerre e di sangue come pochi altri, poi Giovanni de' Medici (Leone X).
Con una politica spregiudicata e crudele, quest'ultimo utilizz una sgangherata congiura ordita
ai suoi danni dal cardinale Petrucci per impadronirsi di Siena e portarla nell'orbita della propria famiglia.
Chiave della supposta cospirazione fu il medico Battista da Vercelli che, accusato di volere
avvelenare la fistola anale del papa, sal sul patibolo gridando fino all'ultimo la propria innocenza.
Anche Castellesi, candidato imperiale al soglio pontificio ai tempi di Giulio II, fu accusato da
Leone X di aver partecipato all'inconsistente congiura assieme ai colleghi Riario, Sauli e Soderini.
Rifugiatosi a Venezia, Castellesi fu spogliato della porpora e dei beni e, dopo qualche tempo,
scomparve senza lasciare traccia. Sembra che abbia condotto sino alla fine una vita oscura, avventurosa
e randagia. Ma questa  un'altra storia...
LA CONFESSIONE DI ISAAC SAMAEL GIKATILLA.
A Sua Santit, a cui m'ha sempre legato un devoto e grato affetto filiale, perch valuti e perdoni,
se pu, gli orribili peccati confessati in questo testamento.
Al castellano di Castel Sant'Angelo e al procuratore fiscale, per quanto di loro competenza.
Qui, sul letto dove il male distrugge il mio vecchio corpo tra sofferenze che a volte neppure la
preghiera lenisce, la piet divina porr finalmente termine al mio orribile segreto e al mio tormento.
Confesso di temere la morte meno di quanto ho temuto la vita, perch credo fermamente che la morte
sar meno angosciosa dei lunghi anni del rimorso.
Se non altro, nell'aldil potr finalmente liberarmi dell'insostenibile fardello che ho dovuto
portare nel cuore dal giorno in cui ho scoperto di essere due: un uomo e un dibbuk.(1).
In verit sono doppio anche per un altro motivo. Isaac Samael Gikatilla(2)  il nome che mi 
stato dato alla nascita, Samuele Valenzano  quello con cui sono conosciuto da quando, divenuto
cristiano, sono entrato nell'ordine degli agostiniani. Se non temessi di apparire blasfemo dovrei
aggiungere che il nome del mio dibbuk  impronunziabile, come quello dell'Eterno, invece non lo
pronunzio perch non ha importanza.
E poi, come sar evidente da ci che sto per rivelare, le questioni del Cielo e dell'Abisso sono
molto pi complesse di come appaiono. Il bene e il male sono un unico, immenso nodo gordiano e non
 ancora nato un Alessandro capace di dirimere l'uno dall'altro con un formidabile colpo di spada.
Insomma, le cose del mondo sono come sono e come forse saranno per sempre...
Dunque, sono nato dal popolo eletto e, se non avessi l'assoluta coscienza che il nostro destino 
di errare senza una meta conoscibile da mente umana, scriverei con orgoglio e nostalgia che sono nato
a Valenza, figlio dei figli della trib di Levi.
In anni ormai lontani, prima che fossimo cacciati dalla Spagna dall'intransigenza di un re
sciocco, mi sono stati maestri Abraham ben Eliezer ha-Levi e Joseph Taitazak. Dio renda loro merito
per la scienza segreta che mi hanno insegnato, per i libri che hanno scritto e per quello che mi hanno
spinto a scrivere e che mi ha cambiato la vita.
La mia opera s'intitola Ohel Mo'ed e l'ho scritta in Spagna, prima della nostra diaspora, per
difendere la kabbalah da coloro che la ritengono demoniaca o, al pi, frutto di venditori di vento.
Per la verit il saggio Abraham ben Eliezer ha-Levi, al quale un giorno ebbi il coraggio di
confidare i miei tormenti, fece per me molto pi di questo.
Il dibbuk m'aveva appena indotto a compiere un'azione di cui ho vergogna e rimorso tali da non
riuscire neppure a parlarne. Posso solo aggiungere che il demone si manifest con violenza inaudita e
che, quando mi si fu ritirato in fondo alle viscere, mi lasci cos sgomento e disgustato da ci che
avevo fatto sotto il suo influsso che ero deciso a togliermi la vita pur di distruggerlo. Ebbene, Abraham
ben Eliezer ha-Levi m'imped di dare corso ai miei propositi e mi nascose per lungo tempo in casa, a
rischio della vita sua e dei suoi cari: che l'Eterno gliene renda il giusto merito.
La prima notte che trascorsi nella dimora di Abraham, lo supplicai d'incatenarmi perch temevo
di fargli del male. Ma lui si rifiut e mi disse: Povero Isaac, tu non puoi farmi n male n bene: solo
Dio pu dare e togliere... Abbi pazienza. Sta scritto: "La sua ira  solo per un momento, ma la sua
benevolenza  per tutta la vita". E sta anche scritto:
"Io t'ho dichiarato il mio peccato, non ho coperta la mia iniquit. Ti ho detto: confesser le mie
trasgressioni all'Eterno; e tu hai perdonato l'iniquit del mio peccato". Sei forse pi saggio di re Davide,
che scrisse queste parole?.
Ero confuso, stordito.
No, maestro sussurrai. Tuttavia temo che il dibbuk s'impadronisca di nuovo del mio cuore.
Non voglio pi essere strumento di dolore per i miei simili, soprattutto per coloro a cui voglio bene.
Lui sorrise.
Se vorrai, non lo sarai mai pi.
E come?.
Te l'ho appena detto: perch non m'ascolti?.
Il Sefer ha-Malbush... mormorai con il cuore colmo d'incertezza.
S rispose. La kabbalah estatica di Abulafia! Indossa il nome di Dio come una corazza,
Isaac. Il Tetragrammaton  la chiave della tua vittoria sul dibbuk che a volte ti governa il cuore.
Non disse altro. Cominci a cantilenare i nomi di Dio ed io m'unii a lui. All'alba m'addormentai
esausto. Mi destai chi sa quando, pieno di vigore. Bevvi pochi sorsi di latte di capra e ripresi a recitare
il Tetragrammaton. Non so dire per quanti giorni andai avanti cos. Un po'
alla volta smisi di preoccuparmi del tempo che passava, poi persi coscienza della stanchezza e
delle altre necessit del mio corpo. Infine dimenticai del tutto il mio stato fisico. Avevo la mente
sgombra.
L'anima era libera. Si schiusero entrambe all'influsso divino. Io, che ero terra sulla terra, fango
nel fango, ebbi il privilegio di vedere il Metatron, il principio del volto di Dio. In ultimo, in preda a una
sorta d'esaltazione mistica, vergai a occhi chiusi alcune parole su un foglio di carta e crollai
addormentato.
Dormii due giorni interi. Quando mi ridestai, Abraham ben Eliezer ha-Levi era accanto a me e
sorrideva.
Come ti senti?.
Bene risposi. Ho visto cose....
Lo so.
Ora sono libero, maestro?.
Nessuno  mai libero, Isaac. Ma da adesso in poi sai di avere un'arma. Finch l'impugnerai,
non c' dibbuk che possa costringerti a fare quello che non vuoi.
Che cosa debbo fare?.
Devi andare via.
Dove?.
Non lo so: va' e basta. Ma prima voglio una promessa solenne, sulla Torah e sulla salvezza
della tua anima. Durante la contemplazione del Metatron hai scritto su un pezzo di carta qualcosa che ti
riguarda: una profezia. So che non te ne ricordi ed  giusto che sia cos. Ebbene, ho messo il foglietto in
un medaglione. Eccolo. Voglio che lo porti sempre con te, cedendo alla tentazione di aprirlo solo
quando ci che hai scritto sar divenuto realt....
Come potr capirlo, se non so di cosa si tratta?.
Isaac, Isaac mi rimprover dolcemente. Rammenta il Qohlet.
"V' il suo momento per ogni cosa sotto il cielo". Quando sar l'ora, lo saprai. D'altro canto,
anche per tenere a freno la tua curiosit, sappi che ho letto il foglio e che per una notte intera ne ho
cercato il senso, ma non vi sono riuscito. La volont divina  conoscibile dalla mente umana solo
quando da pensiero diviene azione, fatto compiuto, realt di carne, sangue e dolore. Mai prima.
Partii quel giorno stesso. Ero sereno: ignoravo dove sarei andato, ma l'Eterno conosceva la mia
meta. Le ultime parole del maestro furono queste: Ricorda, mio giovane amico, il Tetragrammaton 
la scienza delle combinazioni. Abulafia assicura che  come la musica che conduce l'anima al
rapimento mediante la combinazione dei suoni. Non ti separare mai dalla musica racchiusa nel Nome di
Dio.
Seguii il suo consiglio. Dovunque fossi, ogni volta che mi sentivo minacciato dal dibbuk che
governava subdolamente le mie viscere, ricorrevo alla melodiosa scienza delle combinazioni, il Tetragrammaton, e il demone arretrava fino a rintanarsi nell'angolo pi buio del mio essere.
Tuttavia mai, neppure una volta, ebbi altre visioni profetiche. In quanto al medaglione, ha diviso con
me l'intera esistenza e lo conservo ancora.
Naturalmente, anche su questo punto Abraham ben Eliezer ha-Levi aveva ragione: a tempo
debito seppi di poterlo aprire e, quando lessi ci che era scritto sul foglietto che custodiva, non fui
sorpreso che il mio maestro non fosse riuscito a carpirne il senso. Naturalmente io lo compresi subito,
almeno in parte, ma senza provarne orgoglio perch sapevo che per tutto v' il suo tempo e, quando
giunge, non v' uomo che possa ignorarlo.
...
Ci che ho detto, ho detto.
Vergo queste memorie per rendere testimonianza della grandezza di Dio che, come tutti i
credenti sanno, si rivela anche attraverso le cose pi minute o terribili. E quello che ho da rivelare
concerne l'una e le altre.
Neppure le luci interiori, scaturite dalle interminabili meditazioni per mezzo delle
vocalizzazioni del Tetragrammaton, mi hanno avvicinato alla terribile grandezza dell'Eterno quanto ci
che accadde a Roma, in un'afosa notte senza luna dell'ormai lontano agosto 1503.
A quel tempo ero maestro di casa di un alto e ricco prelato, singolare per dottrina e cultura.
Questi aveva riempito l'Europa d'ammirazione per gli eleganti versi latini che firmava Hadrianus,
secondo la moda.
Oggi il mondo intero conosce il suo nome, Adriano Castellesi, ma gi allora non v'era altro
Adriano che lui, in curia, e tutti, papa e cardinali compresi, lo chiamavano solo cos. Era lo stesso nome
del cosmocrator, il mai dimenticato imperatore che illumin della sua saggezza e del suo
sapere l'antichit classica. E non era un caso, visto che il mio signore gli era pari in erudizione,
se non in potere.
Bussai alla porta del suo palazzo in Agone, a Roma, nell'anno del penultimo giubileo, il 1500.
Era ottobre e pioveva. La citt brulicava di pellegrini venuti da ogni angolo del mondo. Le taverne e le
osterie erano piene e non avevo trovato nessun posto dove ristorarmi e trascorrere le poche notti che
intendevo passare nella citt governata da Alessandro Sesto Borgia, che era spagnolo come me.
Intendevo infatti recarmi in Puglia, a Trani, che all'epoca prosperava all'ombra di Venezia e
dove c'era una fiorente comunit ebraica. L viveva mia sorella Ruth e suo marito Ismael, che era
medico e cabalista di gran dottrina.
Conoscevo monsignor Adriano solo di fama. Era uno dei pochi cristiani che parlassero
l'ebraico. Lo sapevo attento lettore e collezionista dei nostri testi sacri e segretamente speravo che, oltre
a offrirmi un letto per la notte, fosse interessato all'acquisto della rara copia del Sefer ha-Bahir che
avevo con me. In realt ebbi da lui molto pi di questo.
Monsignore era stato appena nominato tesoriere generale della chiesa ed era sempre molto
occupato ma, non appena seppe chi ero, s'affrett a ricevermi.
Sembrer incredibile: aveva letto il mio Ohel Mo'ed e ne possedeva una copia manoscritta, una
delle pochissime che circolavano in Europa.
Sette, per la precisione. La sua proveniva dall'Inghilterra, dove io stesso l'avevo inviata quando
ero ancora persuaso che avrei trascorso tutta la vita a Valencia. L'aveva acquistata - per lui, seppi quel
giorno - un suo emissario e procuratore, l'umanista Polidoro Virgilio, un uomo dotto e fedele. Questo
per testimoniare quanto misteriose e complesse siano le vie dell'Eterno...
Insomma, quella prima volta mi trovai di fronte a un prelato asciutto, alto, scuro di capelli e di
barba, dagli occhi vivi e ridenti. Aveva meno di quarant'anni e il viso cotto dal sole di chi trascorre
molto tempo all'aria aperta. In seguito venni a sapere che amava la caccia quanto la letteratura e che per
lui l'arte venatoria non aveva segreti.
Era gioviale, acuto e conosceva bene la difficile arte di piacere ai propri simili, frutto, forse,
della sua gi lunga carriera di diplomatico per conto del re d'Inghilterra e dell'imperatore.
Insomma ne fui conquistato, tuttavia anch'io gli piacqui al punto che non solo compr a giusto
prezzo il Sefer ha-Bahir, m'offr ospitalit per la notte e insistette perch cenassi con lui ma, gi quella
sera, mi chiese se avevo piacere di entrare a far parte della sua numerosa ed eclettica familia, una corte
di pi di trecento persone.
Vorrei che copiassi per me il Sefer Yetzirah mi disse. Me lo ha procurato Lorenzo Behaim,
maestro di casa di Sua Santit, che lo rivuole al pi presto. Penso che sia un libro straordinario e ne
vorrei una copia per la mia biblioteca.
Accettai con gratitudine l'incarico, nella convinzione che ci che Dio manda, Dio vuole che sia
preso.
Nel farlo, per, mi macchiai di una grave colpa: non gli dissi del dibbuk che mi rodeva
incessantemente le viscere. Naturalmente non gli parlai neppure della furia distruttrice che talvolta
s'impadroniva del mio corpo e del dolore che spandevo attorno a me come il contadino che feconda la
terra con fitte manciate di sementi.
All'epoca mi piacque pensare di non averlo fatto perch il Tetragrammaton era un valido scudo
- e in fin dei conti lo fu per molto tempo. In seguito credetti di capire che i motivi per i quali non avevo
parlato della cosa ad Adriano erano stati meramente egoistici: un tetto, un piatto di minestra, un letto.
Oggi ho opinioni meno misere, pi sfumate... tuttavia non giurerei che siano pi vere.
Nelle prime settimane di permanenza nel palazzo del mio signore, mi dedicai al lavoro di
copiatura che m'aveva affidato. Poi riordinai la biblioteca, che contava circa ottomila volumi; quindi
cominciai ad approfondire con lui alcuni aspetti della kabbalab, infine divenni suo maestro di casa,
rilevando anche alcune incombenze che fino a quel momento svolgeva il suo giovane segretario,
Filippo Beroaldo juniore, un altezzoso gaudente con un notevole talento poetico, ma certamente pi
attratto dalle donne che dai libri. Lui mi detestava e io lo ricambiavo ma, a parte ci, conducevo
un'esistenza abbastanza serena.
Il dibbuk era rintanato chi sa dove, in preda a un lungo sonno. A volte ne sentivo la presenza nel
petto come la massa immensa e minacciosa di un orso in letargo che ritemprava le forze in attesa della
buona stagione. Altre volte sentivo che si rigirava nel sonno, grugniva, si grattava svogliatamente,
quasi desto. In tali occasioni mi facevo incatenare al letto da un servo e inducevo la belva a un nuovo
sonno
cullandola, quasi, con la dolce nenia del Tetragrammaton che recitavo per notti intere.
Credo che monsignor Adriano sia stato avvertito pi volte del mio insolito comportamento, ma
non ne fece mai cenno. Dopo tutto ad alcuni s'addicono le catene, ad altri il cilicio.
...
Il Qohlet dice: Ci che esiste  stato chiamato per nome da tempo... moltiplicare le parole  moltiplicare la vanit.
Il tempo pass in fretta e venne l'agosto del 1503...
Lo vedo ancora, Riccardo da Corneto, scalco dell'ormai cardinale Adriano. Era sudato e stanco
ma, nonostante il ventre enorme, saltava da un punto all'altro dell'immensa cucina come un fauno
impazzito di desiderio dinanzi a una frotta di vergini discinte.
Svelti, svelti, Sua Santit ha gi lasciato il palazzo. Sar qui a momenti. E tu, Agatina, che fai
l impalata? Attizza il fuoco e gira lo spiedo; non ti fermare mai, mi raccomando, che se bruci le
pavoncelle t'ammazzo! E tu, Rosaria: o aiuti le altre o  meglio che te ne vai.
Rosaria era la lavandaia segreta del cardinale, aveva i suoi privilegi e perfino lo scalco, che era
stato compagno di giochi e di cacce di dominus Adriano, non poteva permettersi troppa confidenza con lei.
Del resto Rosaria era sempre sorridente e servizievole, non come Caterina, Giovannella, Anna e
le altre sguattere, che non avevano timore di Dio n del diavolo e invece di lavorare sventolavano le
sottane dinanzi a cavallari, mulattieri e garzoni di stalla, pi sporchi e maleodoranti delle bestie che
avevano in custodia.
L'agitazione di mastro Riccardo era giustificata.
Il mio signore aveva deciso d'invitare il pontefice, suo figlio Cesare e altri illustri ospiti a cena
nella vigna che possedeva alle falde del monte Vaticano. Era particolarmente orgoglioso di questa
propriet, non lontana dalle rive del Tevere e tuttavia in zona alta e ventilata, e aveva piacere che i suoi
due potenti protettori, padre e figlio, vi godessero la brezza che a ogni tramonto di quell'afosa estate ne
rendeva particolarmente piacevole la frequentazione.
E poi, quella volta il mio signore aveva una ragione particolare per festeggiare. Pi della recente
nomina a cardinale di San Crisogono, per solennizzare la quale c'era gi stato un convivio nel palazzo
di Cesare,
desiderava celebrare l'inizio dei lavori della sua nuova, fastosa dimora che sarebbe sorta lungo
la via detta Alessandrina, perch voluta da Alessandro Sesto in occasione del giubileo del 1500.
Adriano aveva gi una bella casa in Agone ma da molto sognava una dimora degna del principe
della chiesa che sapeva sarebbe divenuto.
Cos, tre anni prima, incoraggiato da un suo vecchio amico, il vescovo di Volterra Francesco
Soderini, aveva rilevato il terreno accanto al palazzo del defunto cardinale Ardicino della Porta e aveva
affidato il progetto della costruzione della casa dei suoi desideri all'architetto della nuova fabbrica di
San Pietro, mastro Donato Bramante.
Due giorni prima di quella cena, mastro Donato era venuto a consegnare il modello ligneo del
palazzo, una vera domus romana con la facciata principale sulla via Alessandrina e un orto a ridosso
del corridoio di Borgo. L'edificio prometteva di divenire una residenza pi raffinata e lussuosa di
quanto avrebbe osato sognare il mio signore nella sua non ricca giovent.  comprensibile dunque che
ne fosse orgoglioso e che non vedesse l'ora di presentarne il modello al papa, al duca Valentino, ai
porporati e agli eruditi suoi amici...
Oltre al santo padre, a suo figlio, il duca Valentino e a Donato Bramante, erano stati invitati al
convivio i cardinali Todeschini-Piccolomini, Castellar, Lloris, Soderini; e poi Giorgio da Vetralla,
camerarius di Santo Spirito, lo scriptor apostolicus Jacopo Sadoleto, Egidio da Viterbo, l'umanista ed
ebraista che ancora mi onora della sua amicizia, un altro mio caro amico, Lorenzo Behaim di
Norimberga, maestro di casa del papa, il poeta Antonio Lelio, il vescovo Roberto Minucci, fedelissimo
emissario in Inghilterra del mio signore e tre suoi compagni di giovent: Paolo Cortesi, a quel tempo in
procinto di trasferirsi a San Gimignano, Tommaso Fedra Inghirami, bibliotecario pontificio, e Mario
Maffei, fratello di quel Raffaele che all'epoca sera gi ritirato a Volterra ma era rimasto per il mio
dominus l'amico pi caro e fedele di tutti.
Tra le dame, brillavano la nobile Giulia Farnese, inseparabile accompagnatrice del papa, la
bellissima Lucrezia, giovane cortigiana che qualche anno dopo sarebbe divenuta famosa con il nome
d'Imperia, e la sua pi cara amica: Dorotea, fanciulla a mio giudizio perfino superiore a lei per bellezza
e dolcezza di carattere.
Naturalmente c'erano anche altre cortigiane della cui vicinanza
Cesare, come molti altri gentiluomini e alti prelati, non sapeva fare a meno, e della cui
avvenenza tutta Roma andava orgogliosa.
Gi a quell'epoca la bella Lucrezia amava farsi corteggiare da due uomini profondamente
diversi: il segretario del mio signore, Filippo Beroaldo, e il pingue bibliotecario del papa, Fedra
Inghirami. Il primo era un seduttore giovane, tenace, alto, magro, nervoso. Il secondo era pi anziano,
bolso, strabico, solitamente quieto e riflessivo e tuttavia capace di trasformarsi in un teatrante dalla
facondia inarrestabile se intendeva fare colpo su una bella dama, cosa che non di rado gli riusciva.
Lucrezia, Filippo e Tommaso: la sera di cui parlo, quest'improponibile triangolo venato di lussuria mercenaria ha avuto, per motivi legati all'imperscrutabile volont di Nostro Signore, un certo rilievo in ci che avvenne.
Il mio maestro, Abraham ben Eliezer ha-Levi, avrebbe detto che le vie di Dio sono talmente
celate agli umani che perfino il levishat ha-Shem, l'indossare il nome, pu scalfirne appena la
superficie. Il mio dibbuk soggiungerebbe ghignando che a volte il disegno divino si cela al di sotto del
pi incommensurabile abisso, altre volte volteggia al di sopra della vetta pi alta. In ogni caso  cos
lontano dagli uomini e dalle loro faticose e miserabili esistenze da non essere imperscrutabile n
indifferente, ma semplicemente... inutile.
E dunque, nel piccolo ma curato giardino che occupava il terreno tra il casale e la vigna, avevo
fatto sistemare un tavolo lungo pi di venticinque passi, coperto di un unico, candido lino di Fiandra.
Per espressa volont del padrone di casa, l'avevo fatto apparecchiare con modeste scodelle di coccio,
cucchiai di legno e coltelli con manici dello stesso materiale. A Sua Santit, invece, erano stati destinati
piatti e posate d'oro, dono al mio signore del buon re d'Inghilterra, Enrico VII.
Il posto di Sua Santit dava le spalle alla casa e aveva di fronte il Tevere, nero, lento e pietroso
per scarsit d'acque. Da l, la citt pareva lontana quanto l'inferno dal paradiso, ma il cielo, terso e privo
della luna che nascosta nell'abisso si preparava a un nuovo ciclo, era un tappeto di stelle steso ad
asciugare appena sopra il tetto del casale.
Le tenebre notturne erano a un passo appena dalla luce tremolante delle oltre cento fiaccole che
avevo fatto piantare in terra, tutto attorno al lunghissimo tavolo, al centro del quale troneggiava il
superbo modello ligneo di mastro Donato, celato da un drappo rosso.
Perch la scena desse un'immediata idea d'armonia e d'ordine, m'ero procurato una lunga
cordicella. Ne avevo fissato un capo al modello e, tenendo in mano l'altro, avevo descritto sul terreno
con la punta del piede un cerchio quasi perfetto. Poi avevo fatto piantare su quella linea le fiaccole che
ora disegnavano una grande circonferenza di luce: un vero e proprio cerchio magico, come capirono
subito il mio signore, Egidio da Viterbo e mastro Behaim.
Nelle mie intenzioni, la compiuta geometria di quelle luci avrebbe dovuto proteggere i
commensali e me dalle ombre demoniache che a volte funestano le notti di campagna. Avrei dovuto
sapere che ovunque c' un essere umano, l c' in agguato almeno un dibbuk, il mio tra gli altri, e non
v' luce di fiaccola che tenga.
Gli ospiti giunsero alla spicciolata, su mule o in carrozza, meno Cesare, che venne a cavallo,
scortato dall'inseparabile Micheletto, un uomo di fronte al quale Attila appariva un fanciullo, tuttavia
forte, fedele e tenace come un molosso d'Epiro.
Subito dopo arriv donna Giulia Farnese, splendente di raso bianco.
Ricordo che la vidi e pensai che la luna mancava dal cielo non perch era in attesa di rinascere,
ma perch ci aveva voluto compiacere scendendo da lass per venire a illuminare la nostra vigna.
Il santo padre giunse per ultimo, in tenuta da caccia, con un mantello leggero sulle spalle e una
daga alla cintura. Sembrava di buon umore.
Ricevette sorridendo il nostro omaggio, ci benedisse, poi si lasci condurre al suo posto da
dominus Adriano. Gli altri commensali attesero che fosse seduto, quindi s'accomodarono a loro volta.
Molti dei presenti erano uomini di curia e "commensali continui" del papa, tuttavia parlavano
sottovoce, quasi intimoriti dalla sua imponente persona.
Dal casale giungeva il buon odore delle carni cotte alla brace, il cicalare dei servi, qualche
risata. Sul lato opposto, nel vigneto, erano nascosti cinque musici e un piccolo coro di efebi. Era giunto
il momento che cominciassero a guadagnarsi il soldo. Feci il cenno convenuto e la notte s'anim di
suoni angelici. I presenti applaudirono, poi, quasi fossero stati rincuorati dalla musica, tornarono a
discorrere alzando il tono della voce.
A questo punto il papa cav dal corsetto la piccola scatola d'argento
che portava sempre con s e la pos accanto al piatto. Sapevamo tutti che conteneva un'ostia
consacrata da cui non si separava mai e che questo era il segno che si sentiva a suo agio. Sospirai di
sollievo.
Donna Giulia sedeva alla destra del pontefice, dominus Adriano alla sua sinistra. Entrambi lo
guardavano con un'impercettibile espressione d'attesa.
Possiamo cominciare disse il papa. Il mio signore sfoder uno dei suoi pi impudenti sorrisi.
Prima dovete benedirci, padre santo, perch stiamo per peccare di gola, e molto anche.
Alessandro Sesto rise a sua volta, tracciando nell'aria un vago segno.
Siamo qui per questo soggiunse, e l'odore  molto appetitoso.
S, lo  convenne il dominus. Ho fatto preparare frutti di mare, capponi al forno, pavoncelle
in salsa aragonese, cigni farciti.
Ovviamente ci sono anche cacciagione della bandita cornetana e pesci dell'isola Martana. Poi
salamelle di Norcia, fichi dolcissimi, salsa di cotogne e abbondante vino falisco, che quest'anno  stato
d'ottima qualit... Per finire, Guglielminetto, il cuoco, ha preparato una sorpresa che insiste per
dedicare a donna Giulia.
Il ciglio sinistro del papa si sollev. Neppure il signor Orsino Orsini, che le era marito da tredici
anni, nera altrettanto geloso. Lei lo sapeva bene e ne godeva.
Di cosa si tratta? chiese con un sorriso volutamente giocondo.
Per quanto ne so,  una nuova salsa dolce guarnita di squisita uva passa, mia signora.
Non ero l per ascoltare le loro conversazioni, ma per fare s che ogni cosa procedesse per il
verso giusto. Riempii di vino la coppa d'oro del Santo Padre e m'allontanai con l'intenzione di recarmi
in cucina, per dire a Guglielminetto che donna Giulia Farnese era ansiosa d'assaggiare il suo nuovo
intruglio.
Nel girare attorno al tavolo, vidi che Cesare aveva gi cinto d'assedio le scarse virt della mia
preferita, la bella Dorotea: non era difficile capire dove fosse la mano che teneva sotto il tavolo. Lei
fingeva un garbato imbarazzo. Del resto, se pure non fosse stata una cortigiana, cos'altro avrebbe
potuto fare di fronte alle ruvide proffrte del figlio di un papa in procinto di farsi re?
Ero certo che Dorotea meritasse pi riservata dolcezza e io avrei saputo fare di meglio, ma chi
ero per competere con Cesare Borgia? Un oscuro cabalista dal fisico tutt'altro che gagliardo, dai capelli
gi radi e dalla borsa sconsolatamente vuota, questo ero. Mi sono ripetuto spesso che sarebbe andato
tutto diversamente se in quel momento avessi riconosciuto, almeno con me stesso, che la cosa
m'indispettiva, anzi mi rendeva furioso. Invece sospirai e passai oltre...
Mastro Donato Bramante ragionava amabilmente con i cardinali Castellar e Soderini di
fabbriche e palazzi che forse sarebbero sorti e forse no. Mi sorpresi ad ammirare la sua bravura nel fare
balenare davanti agli occhi dei possibili committenti lo splendore di residenze che non sapevano ancora
di desiderare cos ardentemente da essere disposti a sborsare una montagna d'oro pur d'averle.
Due passi pi in l colsi una frase sarcastica di Filippo Beroaldo alla bella Lucrezia:Non  solo
di gola che intende peccare stasera il figlio del papa, mi sembra. La cortigiana rise di cuore.
E voi, signore, non progettate forse qualcosa di simile? Non  alla stessa cosa che pensa anche
il nostro buon Fedra?. Il pingue monsignore bibliotecario arross.
Lo penso e lo spero, mia bella dama. Tuttavia sono assolutamente certo che non  il demonio
che mi tenta, siete voi... E sono anche convinto che desiderare d'avervi non pu essere peccato. Il
possedervi ha pi a che fare col paradiso e con le schiere angeliche che con il bieco Astaroth....
Varcando la soglia del casale, mi domandai a quale portata saremmo arrivati prima che i posti a
tavola fossero quasi tutti vuoti e che la vigna fosse piena di gemiti e furori pi d'un campo di battaglia.
Meglio affrettarsi con il cibo...
...
In cucina regnava il caos.
Quasi fosse una replica di ci che avveniva fuori, due uomini evidentemente ubriachi, lo
staffiere Molosso e mastro Cola, capo caccia del cardinale, rincorrevano attorno al tavolo Caterina, la
pi bella, giovane e sfrontata delle nostre sguattere.
Lei correva tenendosi su le gonne per non inciamparvi, ma forse anche perch gli inseguitori
ammirassero la slanciata eleganza delle sue
caviglie. Nel frattempo lanciava gridolini tutt'altro che spaventati. Per sua fortuna odisgrazia,
non so, i due avevano troppo vino in corpo sia per muoversi speditamente che per allearsi e bloccarla in un angolo.
Molti dei presenti ridevano e si davano di gomito. Intanto Masolino, il maestro di stalla che
aveva il vizio di puntare denaro su tutto, discuteva con mastro Buccio, il capo vigna, e con il cuoco
Guglielminetto.
Uno di loro, non ricordo chi, era pronto a scommettere un ducato che Caterina si sarebbe fatta
prendere da Molosso, che era giovane, robusto e di bell'aspetto. Gli altri due puntavano su mastro Cola,
che aveva di che sfamare lei e la sua numerosa famiglia.
Dieci frustate a chi non si ferma immediatamente! urlai.
I due inseguitori si trasformarono in statue di sale, Caterina corse ad accoccolarsi in un angolo.
Frignava e tirava su col naso come se fosse davvero spaventata, ma sapevo che per turbarla ci voleva
ben altro.
L'unico che protest fu Masolino, forse perch era certo di vincere la scommessa. Lo zittii con
un'occhiataccia, poi presi la ragazza per un braccio e la obbligai a rimettersi in piedi.
Chi deve servire in tavola, lo faccia. Chi si deve occupare della cucina si dia da fare. Gli altri,
fuori: tutti!.
Mastro Buccio e alcuni stallieri scivolarono via, mogi e di malavoglia. Sguattere e servi
ripresero a lavorare in silenzio.
Pochissimi minuti dopo, la prima portata raggiunse gli ospiti che l'accolsero con un coro
d'esclamazioni soddisfatte.
A quel punto dissi a Caterina che intendevo punirla per la sua civetteria e le ingiunsi di
seguirmi. Lei mi venne dietro docilmente, a capo chino e con un vago sorriso sul bel volto, giovane di
quella giovent che gi allora era per me solo un ricordo.
La portai nella stanza dove lavoravo, dormivo e amministravo la casa quando il mio signore
dimorava nella vigna. Sul letto c'era Bildad, il mio cane da caccia. Ansimava per il caldo e ci degn
d'una fugace attenzione.
Il candeliere sul tavolo aveva una sola candela accesa. La sua tenue luce, dopo quella,
abbagliante, delle cento torce in cerchio che illuminavano il giardino, mi sembr anche pi fioca.
Sedetti sulla panca che si trovava accanto al tavolo e Caterina rimase in piedi, a guardarmi
con quei suoi occhi di velluto nero. Era maliziosa, bella e tentatrice come il demone Lilith
quando si sente spalleggiato dai compagni.
Molosso e mastro Cola... li hai stregati dissi guardandola dritto negli occhi. Come
m'aspettavo, lei non li abbass n arross.
Secondo voi la gallina strega il gallo e la giumenta affattura lo stallone rispose con un mezzo
sorriso. Secondo me, invece, la gente si strega da sola. Anzi, no: quella che voi chiamate "stregheria",
io la chiamo "natura". La natura comanda uomini, donne e bestie alla stessa maniera e nessuno ci pu
fare niente.
V'era pi orgogliosa seduzione in quella piccola selvaggia che in tutte le pi belle e raffinate
cortigiane di Roma. Ricordo che pensai: Amica mia, tu sei bella come Tirtsa, vaga come Gerusalemme,
tremeruia come un esercito a bandiere spiegate. Tuttavia mi limitai a dire: Sei insolente.
Invece di rispondere, Caterina si sollev gonna e camicia fin sotto il seno. Aveva cosce bianche,
lunghe e scattanti, il ventre liscio e piatto, fianchi rotondi. Di nuovo pensai al Cantico dei Cantici-. Tu
sei tutta bella, amica mia, e non v' difetto alcuno in te....
Dov la fattura? Ditemelo voi.... Piroett su se stessa, orgogliosa del desiderio che aveva
acceso nel mio sguardo.
Avrei voluto risponderle che aveva ragione, che in ci che vedevo non c'era fattura, ma non ci
riuscii. I miei occhi erano stati catturati dalle sue cosce lunghe e sode, dal suo inguine scuro. La saliva,
in bocca, s'era fatta densa e salata e la lingua ne era invischiata assieme alle parole. I miei sensi si
stavano ridestando. Ancora un po' e meditazioni e preghiere non sarebbero bastate. Ancora un istante e
non avrei avuto armi con cui combattere il dibbuk.
Fuggi, amico mio, come una gazzella 0 un cerbiatto, sui monti degli aromi!
Copriti farfugliai.
Come volete....
La gonna torn gi e chi sa perch la stanza mi parve pi buia e desolata.
Vattene.
Scivol via come un demone che si ritrae dinanzi al pi potente degli esorcismi e Bildad le and
dietro. Prima che fosse troppo lontana la sentii parlare con il cane.
Vieni in cucina, che ti trovo un bell'osso da rosicchiare.
Il segugio uggiol. Quanto a me, ebbi un'idea blasfema: il dio dei cani, pensai, era pi
indulgente con le sue creature di quanto non lo fosse il dio degli uomini con me. So bene che
indulgenza e amore non sono sinonimi, tuttavia...
Ero ancora seduto sulla panca accanto al tavolo: poggiai i gomiti sul rozzo piano di legno e mi
presi il capo tra le mani. Le tempie pulsavano, la fronte bruciava. Bruciava da dentro, come se il mio
cervello fosse fatto di materia incandescente.
Chi sa perch mi torn alla mente che l'unione carnale di dmoni femmine con maschi umani
genera dmoni mortali. Un danno limitato, considerai con un ghigno. Poi ricordai che Lilith e Naamah
non sono mortali ed  certo che vivranno fino al giorno dell'Ultimo Giudizio, sicch la tentazione
esister con essi fino ad allora. Tuttavia Caterina non sembrava un demone: non aveva quattro dita n
alle mani n ai piedi, questo l'avevo visto bene.
Oggi ho meno certezze di allora. Ho imparato a mie spese che i dmoni sono pi astuti degli
uomini, se intendono esserlo... Ma ho imparato che  esatto anche il contrario: non v' abisso di
stupidit che gli uomini non siano disposti a sondare, se pu far loro comodo. La verit  che avrei
dovuto capire gi in quel momento che dmoni e uomini appartengono alla stessa razza. S'accoppiano
quando lottano, lottano quando s'accoppiano e non v' dio che possa evitarlo. O forse, semplicemente,
non v' Dio.
Mentre rimuginavo, m'accostai alla finestra spalancata. Tra i cespugli di bosso che delimitavano
le aiuole, un esercito di grilli competeva in destrezza con i musici e gli efebi che diffondevano dalla
vigna le loro melodie. L'aria odorava di stallatico, d'erba umida, di fumo di legna e di carni arrostite,
tuttavia percepii anche l'odore dolciastro dei gelsomini e quello pi aspro dell'oleandro.
Il dibbuk apprezz una tale suggestiva e sensuale miscela di odori.
Pensa, Isaac mi sugger salendo dalle viscere al cuore come sarebbe tutto perfetto se a questi
effluvi s'aggiungesse, ora, quello segreto di Caterina. O meglio: quello di Dorotea. Il mio cuore manc un colpo.
Cos'hai, Isaac: non reggi il pensiero di tanta delizia?.
Vattene! ringhiai. Ma il dibbuk pass dal cuore al cervello e da l scoppi in una risata bestiale, da par suo.
Sei stupido e vigliacco, Isaac. Lasciami libero e le estasi della tua kabbalah torneranno a essere
ci che sono: ombre, miraggi.
No.
Idiota! Quando il tuo tempo sar terminato e sopraggiunger l'ombra senza fine, della tua vita
rester solo l'interminabile, assurda e vuota combinazione di suoni del Tetragrammaton; nient'altro.
Una cosa  Dio e un'altra cosa  il suo nome, cos come una cosa  la vita vissuta - che  fatta di
sangue, Isaac: sangue!
- e un'altra  la parola che allude alla vita. Le parole sono vento, soffi d'illusione, alito che puzza
di cibo mal digerito, di denti guasti e di cattivi pensieri. Una fria terribile m'invase.
No! ringhiai di nuovo con risentita disperazione. Per la prima volta da tanti anni, rividi il
volto di Abraham ben Eliezer ha-Levi. Era sorridente. La barba e i capelli candidi parevano un alone di luce.
Fa' come ti ho raccomandato mi disse. Recita il Tetragrammaton, rimanda il dibbuk in fondo
alle viscere. E cos feci. Dopo un tempo che non seppi misurare ero tornato padrone di me stesso, o
almeno cos credetti.
M'affacciai di nuovo alla finestra. In giardino, al centro del cerchio di luce, il banchetto
procedeva senza intoppi. Dalle cucine, sguatteri e serve andavano e venivano come api industriose
attorno all'arnia.
Riccardo da Corneto era intento alla sua opera di scalco. Adorava il suo mestiere. Sfoggiava
gesti eleganti e magniloquenti, ma la danza dei suoi coltelli testimoniava l'abilit di un grande cerusico.
Di solito era un piacere guardarlo mentre trinciava con lame sottili e affilate cervi e cinghiali, cigni e
pavoni, perch non si limitava ad affettare delle porzioni, faceva di pi: dava un nuovo ordine alla
natura. Ma stavolta il suo solerte lavorio, invece del solito ammirato stupore, mi diede i brividi. Era lo
stesso inquietato tremito che mi avrebbe dato un debole argine a valle della piena ribollente di un
fiume. Lasciai lo scalco alla sua elegante e ambigua attivit e volsi lo sguardo altrove.
Il mio signore stava bisbigliando qualcosa al santo padre. Donna Giulia, la nostra bella luna
scesa dal cielo, pareva malinconica.
Scuoteva leggermente il capo al ritmo della musica che giungeva lenta e suadente dalla vigna e
aveva gli occhi persi nel buio. Avrei dato un ducato d'oro per il pi superficiale dei suoi pensieri.
I cardinali Soderini e Castellari avevano smesso di conversare con mastro Donato e stavano
discutendo piuttosto animatamente tra loro.
Forse si disputavano qualche terra o beneficio da sollecitare al papa, appena suo figlio fosse
salito sul trono tosco-romagnolo. Pochi giorni ancora, infatti, e sarebbero stati anche pi ricchi di
quanto gi fossero.
Mai quanto il mio signore, per.
A Roma, le ricchezze del cardinale Adriano e il suo potere erano secondi solo a quelli dei
Borgia. Presto gli sarebbe toccato l'incarico di cancelliere di Cesare. In quanto a me... oh, a me! Meglio non pensarci...
A quel punto notai che Paolo Cortesi, Mario Maffei, Jacopo Sadoleto, Antonio Lelio ed Egidio
da Viterbo avevano lasciato i rispettivi posti e circondavano i cardinali Piccolomini e Llorys, certo
persi in qualche sapida discussione.
Erano spariti, invece, Roberto Minucci, Paolo Riccobaldi e il camerario di Santo Spirito, che
erano i commensali pi giovani. Non mi fu difficilerendermi conto che mancavano anche tre
giovanissime cortigiane. In preda a una segreta malinconia, pensai che la luna nera d'agosto ne avrebbe
certamente favorito i furtivi amplessi campestri. La musica, le stelle, il buio, il sapore di buon cibo
ancora sulle labbra, il cuore scaldato dal vino e dal desiderio, una giovane donna con cui godere un
istante di vita intensa... Dio, pensai perch hai dato al paradiso un nome cos astratto e lontano?
Quello stato d'animo dolcemente mesto dur poco.
Vidi che i posti di Cesare e della mia amabile Dorotea erano vuoti e compresi che anche loro
erano da qualche parte, nel buio, a darsi reciproco piacere. Stavolta ghignai, sperando che con le
effusioni si scambiassero anche il morbo gallico. Dopo tutto, era la specialit di Cesare!
A Roma si ricordava ancora il famoso banchetto che aveva dato anni prima, in onore di sua
sorella Lucrezia che andava sposa a Ferrara. Io non ero ancora giunto in citt, me ne aveva parlato
monsignor Adriano...
Come sempre, il figlio del papa non aveva badato a spese. Aveva fatto disporre sulle tavole
imbandite decine di candelabri, sicch la luce
giallastra di innumeri ceri ardenti faceva scintillare come tesori da favola l'oro, l'argento e il
cristallo di brocche, coppe e coltelli. Inoltre aveva arruolato per l'occasione le cinquanta cortigiane pi
belle di Roma e anch'esse risplendevano nella luce dorata dei ceri come effigi preziose di divinit
pagane.
Nel corso del banchetto si mangi a saziet, si bevve, si parl, si cant. Poi alcune cortigiane
particolarmente brave nella danza s'esibirono in quell'arte con gesti allusivi, sguardi opportunamente
languidi, scollature pi che generose. Gli animi si accesero. Qualche corsetto scivol via, la sala
applaud.
La carne nuda, la luce calda dei lumi, la musica, l'odore dei corpi, del cibo, del vino, esaltarono
i desideri dei commensali. I servi andavano e venivano fingendo di non vedere, ma i loro occhi non
perdevano nulla di ci che accadeva. Sembrava un baccanale antico, un rito dionisiaco.
Tutti ridevano, si divertivano, anche Lucrezia, la bella sposa per procura che presto sarebbe
partita per andare incontro al suo nuovo destino...
Dopo un po' sopraggiunsero alcuni servi con le braccia ingombre d'oggetti pregiati. Li disposero
con cura su un tavolo. C'erano mantelli di seta, calzature, berretti, farsetti, giustacuori, strumenti
musicali, armi dalle impugnature riccamente cesellate: un vero e proprio tesoro.
Sono i miei premi al vigore annunci Cesare con un sorriso.
Curiali, monsignori, cardinali e gentiluomini capirono al volo e applaudirono. Alcuni erano
giovanissimi, altri pingui e gi in l con gli anni, ma il vino aveva acceso tutti come torce. Nessuno si
fece ripetere l'invito.
Gli ospiti correvano fra le cortigiane come guardiani di porci nello stabbio. Agguantavano,
tiravano, inciampavano, scivolavano sul pavimento reso unto dagli avanzi gettati ai cani.
S'avvinghiavano alle improvvisate compagne e rotolavano in terra con loro, in una sorta d'inebriato
paradiso, o purgatorio, o inferno: vallo a sapere, adesso...
Non so chi ebbe il primo premio, chi il secondo e chi il terzo, quello che so  che la festa
scandalizz Roma ma piacque molto a medici e chirurghi che, per curare con puzzolenti pomate al
mercurio e altri ributtanti e inutili impiastri il morbo gallico contratto in quell'occasione da Cesare e da
molti dei suoi ospiti, spillarono ai ricchi pazienti una montagna d'oro...
Mentre pensavo con maligna soddisfazione al racconto che il mio arguto e divertito signore
aveva fatto di quella festa, lo sguardo m'and all'angolo dov'erano seduti Fedra, Filippo e Lucrezia.
Non vera dubbio che per quella sera aveva vinto Fedra. Forse la bella Lucrezia era in vena pi
di languori che di solidi abbracci, o forse aveva bisogno pi d'oro che d'amore, fatto sta che vidi Filippo
alzarsi di mal garbo e allontanarsi. Quel poetastro non m'era mai piaciuto: fui felice della sua sconfitta.
Oggi, pur nell'inferno che divenne da quel giorno la mia vita, ne sono felice per altre, pi profonde ragioni.
Dovevo tornare da basso. Nel chiudere la finestra incrociai lo sguardo di mastro Behaim, che mi
salut con un cenno del capo. Risposi agitando la mano, poi m'avviai verso le cucine con il cuore apparentemente sollevato.
...
Il casale del mio signore era grande e confortevole, quasi una villa di campagna. Gli ambienti si
susseguivano senz'altri princpi che la necessit e il capriccio di chi li aveva costruiti in tempi non
remoti, utilizzando in parte i resti di un'antica costruzione romana.
Non lontano dalla cucina c'era una sorta di grotta che era in realt la dispensa dell'antica domus
extra moenia. Il suo pavimento di terra battuta conteneva file ordinate di grandi orci interrati, alcuni
ancora in buone condizioni; una volta servivano a stiparvi olio, vino e granaglie, adesso erano vuoti.
In questo locale il cardinale Adriano aveva fatto sistemare dieci grandi botti di rovere in cui fare
invecchiare il suo vino preferito, il falisco, e sei grandi orci prodotti da artigiani vasai di Corneto, colmi
d'olio dei suoi oliveti.
Il vano, umido, buio e freddo, era chiuso da una robusta porta di frassino. La sua serratura
aveva due sole chiavi: una l'aveva Guglielminetto, l'altra io.
Passando accanto alla cantina, un soffio d'aria umida mi fece arrestare. L'uscio era socchiuso.
V'accostai l'orecchio e udii due voci, una maschile e l'altra femminile, che bisbigliavano.
Quanto sei bella! Lucrezia, Dorotea e le altre non hanno la pelle liscia e morbida come la tua e
non hanno neppure carni cos sode. Era la voce di Filippo Beroaldo, impastata dal vino e dalla foia. La
donna
rise e io riconobbi subito la risata squillante e viva di Caterina.
Siete bugiardo come tutti gli uomini, ma ditemi ancora quanto sono bella: ve ne prego.
Si, sono bugiardo, il pi bugiardo di tutti, ma non ora, non con te. Sei davvero bellissima. Un frusciare concitato di panni. Quanto bendiddio... e odora di lavanda.... Un'altra risata di Caterina.
Voi no, signore....
 vero: io puzzo di desiderio.
Vi fu un tramestio confuso, poi il silenzio interrotto a tratti da un ansimare sommesso. Non era
difficile immaginare la scena.
Per andare via dovetti trascinare il dibbuk lungo tutto il corridoio.
S'era impuntato come un asino cocciuto che non sente pi neppure il bastone. Vuole solo la sua
stalla e la sua biada. S: sembrava un asino matto.
Andai in cucina e sedetti su uno sgabello, accanto al camino acceso.
L Giovannella stava trafficando con l'ultima coppia di pavoncelle gi quasi rosolate al punto
giusto. Come ho detto, era estate, era una serata molto calda e la fronte della sguattera era rigata di
sudore ma io sentivo freddo come in gennaio. Tremavo. A volte i dibbuk fanno di questi scherzi.
Da un angolo buio spunt fuori Bildad. Stava rosicchiando un ginocchio di bue o qualcosa di
simile, tuttavia lo lasci dov'era per venire ad accucciarsi ai miei piedi. Il mio cane, almeno, mi voleva
bene.
Quasi senza rendermene conto cominciai a recitare il Tetragrammaton: un borbottio sommesso, cantilenato, accompagnato da un leggero dondolio
della testa. La servit era troppo occupata e lontana per accorgersene e Giovannella la prese per una
preghiera o non vi fece caso. Dopo un po' la voce concitata di Guglielminetto mi fece sobbalzare.
Caterina, disgraziata, dove sei stata?. La ragazza era sulla soglia, aveva le guance
imporporate e una brocca in ciascuna mano.
A prendere il vino, come m'avete chiesto... Non riuscivo ad accendere il lume.  un posto troppo umido, quello....
Il cuoco sbuff e le strapp di mano i recipienti.
Da' qui, sbrigati... Anna, porta il vino in tavola, che gli ospiti hanno sete. E tu, disgraziata
perditempo, datti da fare con la crema: Sua Santit e donna Giulia stanno aspettando. Riempi le coppe e
guarniscile d'uva passa... Stai attenta, che se ne sprechi un solo cucchiaio ti levo la pelle del culo a
frustate. Caterina annu e cominci a fare ci che le era stato chiesto.
Alzai leggermente lo sguardo e, attraverso le ciglia, la vidi trafficare con coppe e recipienti. Le
sue belle mani tremavano.
Chiss se  vero che il suo corpo sa di lavanda mi chiese il dibbuk.
Io, prima, non ho sentito alcun odore.
M'agitai a disagio e la punta del mio piede tocc inavvertitamente il costato di Bildad, che stava
seguendo con attenzione ogni mossa di Caterina. Poco prima lei gli aveva dato un osso e ora
armeggiava di nuovo con del cibo profumato, certamente sperava in un altro saporito boccone.
Non appena il cane ud il tocco della mia scarpa, si volt verso di me con aria interrogativa.
Bast un cenno perch scattasse verso la servetta poggiando entrambe le zampe anteriori sul tavolo.
Abbai. Colta di sorpresa, Caterina trasal e il recipiente con la crema del papa fin in terra. Il coccio
esplose come se fosse stato colpito da una palla d'archibugio e l'intruglio dorato a cui il cuoco aveva
dedicato ore di lavoro si sparse sotto il tavolo e ai piedi della giovane atterrita.
Caterina! disgraziata... ringhi il cuoco. Adesso facciamo tutto un conto....
Mi alzai tentando di non dare a vedere che al centro del mio petto il dibbuk era impegnato in
una danza esultante.
Lascia stare, Guglielminetto. Trova il modo di sostituire questa portata con qualcos'altro. Che
ne dici di qualche dolcetto di mandorle e di un buon bicchiere di malvasia? Al papa piace la nostra
malvasia. A Caterina penso io....
Le feci un cenno e m'avviai verso la porta, certo che mi avrebbe seguito senza protestare. Il
dibbuk avrebbe voluto correre fino alla mia stanza, ma lo costrinsi a tenere il passo quieto del Giusto.
Una volta sulla soglia, aprii la porta.
Entra.
Mi feci da parte per fare passare la ragazza, poi serrai il chiavistello.
Non c'era nulla da dire. Andai alla finestra e la spalancai di nuovo.
L'aria profumata delle sere estive m' sempre piaciuta. Dal giardino giungevano il
chiacchiericcio dei commensali, la musica di liuti e flauti, le dolci voci dei cantori. Era un paradiso ed
era lontano: io e Caterina eravamo l, all'inferno. Mi voltai.
Guai a te se ti fai sfuggire un lamento dissi agguantando una cinghia.
Afferrai la giovane per un braccio e la trascinai fino al tavolo. La costrinsi a piegarsi, e lei
poggi docilmente la guancia sul piano di legno afferrandosi con entrambe le mani ai suoi bordi. Poi
chiuse gli occhi, in attesa della punizione.
Sollevai gonna e camicia, rovesciandogliele sul busto sino a ricoprirle il viso: non volevo che
mi guardasse, mentre la colpivo.
Aveva fianchi magnifici, natiche forti e sode, cute d'un candore perfetto.
Annusai l'aria. Aveva ragione quel gran bastardo di Beroaldo: la pelle della puttanella odorava
di lavanda e ancora per un istante sarebbe stata liscia come la superficie d'un marmo elleno: perfino pi
perfetta di quella di Dorotea.
Alzai la frusta improvvisata e colpii: una, due, tre volte. Le nocche di Caterina sui bordi del
tavolo si fecero bianche, ma non le sfugg un lamento, n ebbe un sussulto.
Sei davvero brava sibil con la mia voce il dibbuk che si stava impadronendo di me.
Poi la colpii ancora e ancora e ogni frustata aveva lo stesso suono terribile e seducente del nome
di colui che frustava: dibbuk, dibbuk, dibbuk... Dieci volte dibbuk, cento volte dibbuk, mille volte
dibbuk...
Purtroppo non stavo colpendo solo lei. A ogni scudisciata le mie difese si sgretolavano un po' di
pi e il demone si faceva pi forte. Poi lo divenne a tal punto che s'impadron d'ogni mia fibra. Allora
scagliai la cinghia in un angolo, mi liberai delle brache e affondai in lei con un grugnito di
soddisfazione.
Che l'Eterno perdoni entrambi: era calda, umida, pronta. Gemette, lasci la presa sul tavolo e
s'abbandon con un fremito di lussuria alla furia che la devastava togliendomi ogni residuo di volont e
memoria.
L'unica cosa che sapevo ancora, disperatamente, era che volevo solo
per me, tutto per me, il cuore lascivo di Caterina. E quella volta maledetta, l'ebbi.
Un guizzo di lama e fu tra le mie mani: pulsante, palpitante, ancora vivo. Ma non odorava di
lavanda. Odorava di sangue e di morte.
Fu un delitto orribile, quasi peggiore del primo, quello che tanti anni prima m'aveva costretto a
cercare rifugio in casa del mio buon maestro, Abraham ben Eliezer ha-Levi. Tuttavia le vie dell'Eterno
sono oscure e contorte come il cuore dell'uomo, che  la sua creatura prediletta, e io non fui punito per
la mia colpa, anzi fui premiato e mi guadagnai perfino l'equivoco e ammirato rispetto del boia di
Cesare, Micheletto, colui che era considerato la pi sanguinaria e spietata canaglia di Roma.
Le cose andarono come sto per dire, lo giuro sulla Torah: Bildad mor quel giorno stesso,
qualche ora dopo aver mangiato la crema destinata al papa, e cess di vivere tra sofferenze atroci.
Naturalmente si parl di complotto, di veleno, e confesso che, appena mi resi conto di cos'era avvenuto,
io stesso testimoniai falsamente che Caterina, mentre la punivo per la sua mancanza, nella speranza
d'essere perdonata m'aveva rivelato d'essere stata convinta da qualcuno, di cui purtroppo non ebbe il
tempo di dirmi il nome, a mettere una polvere velenosa nel dolce destinato al Santo Padre e alla sua
bella amante. Indignato e furioso per tale rivelazione, avevo perduto il controllo di me e l'avevo punita
con una morte degna dell'immensit del suo crimine.
Dopo anni di dubbi e d'angosciato silenzio, dichiaro oggi di non credere, e di non avere mai
creduto, all'ipotesi del veleno.
Un medico arabo che ho conosciuto durante un viaggio in Sicilia mi ha detto che, a volte, la
mancanza di reti fognarie, l'uso di svuotare in strada pitali e seggette, l'inesistente smaltimento dei
rifiuti e l'aumento stagionale di roditori e di parassiti hanno sull'uomo effetti simili a quelli dei cibi
avvelenati. Inoltre, in estate gli alimenti si corrompono pi facilmente e certi toschi che normalmente si
trovano in natura possono essere resi pi potenti dall'afa, dall'abitudine di non lavare le pentole e i
tegami in cui si cucina e dalla necessit di preparare ci che si mangia con acqua di pozzi, cisterne e
acquedotti in cattivo stato.
Insomma, giuro al cospetto dell'Eterno e del mondo intero che Caterina non ebbe altra colpa che
la sua sfrontata bellezza e che mia, e solo mia,  la responsabilit di ci che le accadde. Tuttavia  certo
che il papa, Cesare e chi sa quanti altri si sono salvati solo grazie all'odiosa
e ambigua azione del dibbuk che talvolta mi governa l'anima.
Grazie alla sua immonda colpa, il progetto dei Borgia ha avuto tempo e modo di realizzarsi,
sicch Cesare regna su quasi tutta l'Italia pacificata e Francia, Spagna e Impero sono andati a farsi
guerra altrove.
Oggi nessuno crederebbe che per mutare un fato scritto da sempre negli astri e nella mente di
Dio Ottimo Massimo sarebbero bastati un cane meno ubbidiente, una sguattera meno bella e un dibbuk
meno infoiato...
Sento il dovere d'aggiungere che la ragione dei troppi anni di doloroso silenzio, circa ci che
avvenne quella sera, non risiede tanto nel timore della giusta punizione, quanto nella mia incapacit di
dare una risposta soddisfacente ad alcune amare domande scaturite da quei fatti ormai lontani.
Ecco la prima: ci che avvenne fu davvero opera del dibbuk, o anch'egli obbed a un padrone
pi potente e grande di qualsiasi demone?
Da questo primo quesito deriva il secondo:  possibile che l'Eterno, per proteggere il suo santo
vicario in terra, abbia percorso la strada del mio cuore, servendosi della bestia immonda che lo
governa?
Dalla seconda questio scende la terza, altrimenti inconcepibile: devo considerarmi o no uno
strumento divino?
Desidero chiarire a chi mi sta leggendo che con queste domande non cerco scuse con cui
alleviare le mie responsabilit, ma cerco ragioni che, come ho gi avuto modo di scrivere, mi aiutino a
comprendere fino a che punto il bene e il male siano un unico, immenso nodo gordiano che nessun
Alessandro  in grado di sciogliere: io meno di tutti...
E poi, prima di esprimere un giudizio, vorrei che chi mi sta leggendo vagliasse anche questi
fatti: nell'estate del 1503 il papa e suo figlio avevano gi privato Colonna, Orsini, Savelli, Santacroce,
Caetani e tutte le altre grandi casate romane di beni, terre e castelli di famiglia; dunque avevano sotto
controllo fin da allora i pi ricchi territori della Chiesa.
A quel tempo si diceva che Sua Santit Alessandro Sesto progettasse di restituire al sacro collegio
tutte le terre strappate ai baroni, non per pentimento - sentimento che francamente gli era ignoto - ma
perch voleva in cambio dai cardinali l'assenso a che Cesare unisse la Marca e la Romagna in un unico
stato borgiano.
Solo pochi sapevano che i suoi disegni erano anche pi ambiziosi. Il papa, infatti, era gi in
trattative con il re di Francia, che s'era detto disposto a cedere il Regno di Napoli in cambio di Bologna
e della Romagna: una breve campagna militare, uno scambio di carte veloce come un tiro di dadi e vi
sarebbero stati un ducato francese da Milano a Bologna e un regno borgiano da Roma alla Sicilia.
Tuttavia neppure il re francese sapeva tutto. Alessandro Sesto si stava anche adoperando con
l'imperatore Massimiliano I per ottenere l'investitura di Pisa, Siena e Lucca per l'amato Cesare. In
cambio, la volpe asburgica avrebbe avuto dalle mani del sommo pontefice l'agognata investitura
imperiale. Con quella gli sarebbe stato pi facile ottenere che la sua corona finisse sul capo del nipote,
Carlo di Fiandra, giovanissimo rampollo di suo figlio Filippo, detto il Bello, e di sua nuora Giovanna,
figlia di Ferdinando e Isabella di Spagna.
Ebbene, se quella notte d'agosto del 1503 le cose non fossero andate come sono andate, le
audaci iniziative borgiane si sarebbero fermate a questo punto, anzi si sarebbero disciolte come neve al
primo, timido sole di primavera. Invece quanto di buono  avvenuto da allora  sotto gli occhi di tutti.
Nel settembre del 1504 Cesare, divenuto re di Toscana, Marca e Romagna, ha fatto annullare
dal padre il suo matrimonio con Carlotta d'Albret e ha sposato Carlotta d'Aragona, figlia del re di
Napoli.
Qualche anno prima l'orgogliosa principessa napoletana aveva rifiutato la proposta di
matrimonio del figlio del papa ma, ora che questi cingeva la pi promettente corona d'Italia, s'era
dovuta piegare alla ragion di stato.
In quanto al re di Francia, nel 1507 lo strapotere del giovane Carlo V
e una disastrosa campagna militare lo hanno costretto a ignorare l'offesa arrecata alla sua
consanguinea, Carlotta d'Albret, a riconoscere i buoni diritti di Cesare su Napoli e a promettergli
perfino il Milanese, una volta sconfitto l'imperatore grazie al suo robusto e decisivo sostegno; cosa che
il Valentino, dopo alcune fortunate campagne militari, ha ottenuto a gennaio del 1510.
All'epoca, papa Alessandro s'era spento da quasi due anni. Dunque non aveva potuto posare sul
capo del figlio la corona d'Italia. L'ha fatto invece il mio signore, Adriano da Corneto, che  salito sul
trono di Pietro nel 1508 con il sostegno della numerosa fazione spagnolesca del
sacro collegio.
Al riottoso cardinale Giovanni de' Medici, che aveva visto sottrarre Firenze alla sua famiglia, e
al vecchio e indomito Giuliano della Rovere, messosi a capo dei pochi cardinali ribelli, aveva gi
pensato a suo modo papa Alessandro.
Nel 1505 Giuliano fu costretto a rifugiarsi dall'imperatore, a Trento.
Vi mor poco dopo, consunto dal livore e dal risentimento. Il cardinale Giovanni de' Medici si
spense invece nel 1507, all'epoca dell'alleanza tra Cesare e il re di Francia, alleanza in cui il cardinale
giustamente vedeva il definitivo tramonto di ogni possibile pretesa della sua famiglia su Firenze.
Alcuni dicono che mor di crepacuore, altri incolpano il suo troppo ardore per i bei garzoni, ma in curia
si sussurra che il medico Battista da Vercelli abbia avvelenato la sua antica fistola anale su mandato di
un ignoto cameriere pontificio. Intrigo o gelosia, certo  che oggi il vecchio chirurgo vive ricco e
rispettato nella sua citt natale.
In quanto al mio signore, che ha assunto il nome di Adriano VI, nessuno pi di lui sa che le
monete hanno due facce: ha visto ridursi i territori della chiesa a Roma e a poche citt del Lazio, ma
sotto di lui l'Urbe  divenuta un giardino; n v' corte d'Europa dove artisti, letterati, poeti, storici ed
eruditi siano meglio considerati che nel Palazzo apostolico. Anche il popolo ebreo  trattato con pi
liberalit qui a Roma che a Costantinopoli, alla corte del Gran Turco...
Ebbene, solo io - Isaac Samael Gikatilla, indegno servo dell'Eterno e schiavo di un dibbuk
indomabile - so quanto, in quella notte senza luna del 1503, sia stato esile e fragile il confine tra vittoria
e sconfitta, tra tenebra e luce. Solo io so fino a che punto il grandioso disegno cui ho fatto cenno
avrebbe potuto disperdersi in mille immondi rigagnoli.
Non riesco a pensarci senza tremare: se non fossi ci che sono e se non fosse avvenuto ci che 
avvenuto, forse il santo soglio di Pietro sarebbe stato rapinato dall'ambiguo e livoroso Giuliano della
Rovere, un uomo che aveva la guerra nel sangue e che avrebbe certamente portato l'Europa intera al
macello; o forse sarebbe andato al pingue e infido Giovanni de' Medici, sicch oggi la Toscana e chi sa
quanti altri territori sarebbero sotto il tallone di una famiglia che dopo un gigante, Lorenzo il
Magnifico, ha espresso solo nani di corte.
Inoltre, gli artisti e i letterati che hanno reso famosa nel mondo la
corte papale sarebbero andati a offrire ad altri sovrani i loro talenti e Roma, la citt di Dio, non
brillerebbe d'arte e di scienza come il faro di Alessandria, n si parlerebbe di Sua Santit Adriano VI
come di uno dei grandi artefici della rinascenza umana.
Io stesso non sarei divenuto il potente e rispettato segretario segreto del papa e non avrei potuto
contribuire a ci che di buono  stato fatto; ma questo, visto che sono giunto al termine della vita senza
trovare una sola risposta alle molte domande che mi hanno tormentato, conta meno del morso di un tafano.
Prima di concludere la mia confessione, sento di dovere aggiungere che in quella stessa terribile
notte del 1503, appena ebbi ricacciato nelle viscere pi profonde il sanguinario dibbuk che m'aveva
momentaneamente dominato, mi tornarono alla mente il medaglione datomi da Abraham ben
Eliezer ha-Levi e la premonizione che custodiva. Avevo l'assoluta certezza che era giunto il momento
di sapere. Aprii l'oggetto con dita febbrili e lessi ci che avevo annotato tanti anni innanzi: Un leone
vivo val meglio di un cane morto. Questa  la tua parte nella vita.
Sebbene stupito, sulle prime la divinazione mi sembr chiara e consolatoria: il mio cane era
morto perch il papa, leone della Chiesa, potesse continuare a vivere, dunque ero stato un
inconsapevole strumento nelle mani di Dio e questa era la ragione della mia venuta al mondo.
Dopo qualche riflessione, tuttavia, ogni rasserenante certezza s' dileguata.
Il mio scritto  composto da due frasi, entrambe contenute nel Qohlet: la 9,4 e la 9,9. Solo che
la prima  rovesciata rispetto al testo originale che recita Un cane vivo val meglio di un leone morto.
Non sarei un cultore della kabbalah se non sapessi che, nelle Scritture, ogni singola lettera e ogni
singola parola hanno un senso e un ordine riconducibili alla volont divina. Dunque ne ha anche il cane
messo al posto del leone del versetto 9,4...
Bildad era un cane, non v' dubbio, ma non v' neppure dubbio che un dibbuk sia una sorta di
cane infernale, cos com' certo che anch'io mi sento a volte un cane pericolosamente rabbioso.
Insomma nulla, sotto il sole,  semplicemente ci che appare: nemmeno un cane, nemmeno un leone,
nemmeno io. E dunque?
Negli anni che seguirono mi arrovellai invano sull'ambiguo messaggio del medaglione. Iniziai
le mie riflessioni domandandomi perch, nell'ispirarmi le due frasi, l'Eterno aveva considerato Caterina
meno di un cane, tanto da accennare a Bildad e non a lei. Cercando una risposta, ho supposto che il
leone non era il papa, ma Caterina, mentre il cane ero io. Tuttavia non tardai a comprendere che,
se ci fosse stato vero, la frase Un leone vivo val meglio di un cane morto
non avrebbe avuto senso, dato che non sarebbe stato il cane a morire, ma il leone. Insomma, ero
al punto di partenza.
Per un po', nonostante dubbi e rimorsi, mi sono lasciato confortare dal pensiero di avere offerto
Caterina in sacrificio al Signore allo stesso modo in cui Abramo gli offr Isacco. Poi compresi l'ironia
amara che si celava in quest'interpretazione del disegno divino: Isacco  il mio primo nome e dunque
ci che  avvenuto per mio mezzo ha fatto s che in qualche modo la vittima pi pura delle sacre
scritture si mutasse, anzi si corrompesse, in carnefice...
Qualche tempo dopo sono tornato a leggere il Qohlet, cercandovi un qualunque indizio. Ho
trovato che v' scritto: I giusti e i savi e le loro opere sono nelle mani di Dio; l'uomo non sa neppure se
amer o odier e ho pensato: Ecco una cosa che nessuno sa meglio di me; cos ho proseguito
nell'attenta lettura del testo, convinto di essere finalmente sulla via giusta.
In un'altra occasione ho notato che nel Qohlet sta scritto anche:
Tutto succede ugualmente a tutti, la medesima sorte attende il giusto e l'empio, il buono e puro
e l'impuro, chi offre sacrifizi e chi non li offre.
Ho ritenuto che anche questo fosse vero e adatto al mio caso e mi sono considerato ancor pi
sulla buona strada.
Ma poi ho capito che, se tutto ci che avvenne quella notte fu opera dell'Eterno, allora era pi
che mai vero e saggio il Qohlet quando diceva: Le mosche morte fanno puzzare e imputridire l'olio
del profumiere. Cos ho ripreso a torturarmi con un nuovo pensiero blasfemo: il Profumiere,
sebbene onnipotente, non s'era curato delle mosche che inquinavano il suo olio, dunque questa era la Sua colpa.
Nel Qohlet  scritto ancora: Dio far venire in giudizio ogni opera, tutto ci ch' occulto, sia
bene, sia male. Ebbene, da anni mi domando se nel giorno estremo l'Eterno si mostrer cos giusto da
giudicare anche la propria sciatteria di profumiere. Io ne dubito...
Se fossi pi sciocco, o se fossi almeno d'animo pi semplice, penserei che, in un modo o
nell'altro, tutto ci che  avvenuto in quella notte d'agosto del 1503, giusto o ingiusto che fosse, fu
dimostrazione dell'esistenza di un'Assoluta Potenza Divina, ma non sono cos semplice, n sono
stupido fino a questo punto...
Alcuni ritengono che Dio sia Ordine e Armonia e che i dibbuk, i dmoni, siano il Caos. Altri
pensano che tra queste entit contrapposte si debba inserire a buon diritto il Caso. Il Caso non  Dio e
non  Caos, ma  possibile che sia parte di entrambi: un'ambigua trinit, dunque.
Qualche anno fa, quando giunsi anch'io a tali amare conclusioni, le ritenni adeguate a decifrare
il mondo e ci che era avvenuto nell'agosto del 1503. Ma oggi, dopo molti altri tormenti, so che la
teoria della
ambigua trinit ha almeno due difetti:  troppo ottimistica e non spiega nulla. E comincio a
intuire che l'unico brandello di verit al quale pu accedere l'uomo  infinitamente pi piccolo di un
granello di sabbia, ma la sua oscurit  immensa e senza speranza.
Ecco, dunque: fin dall'inizio dei tempi, tutte le domande possibili sono state fatte e tutte le
risposte possibili sono state date; a ciascuno rimane il compito di tentare di comprendere quale delle
innumerevoli domande e quale delle innumerevoli risposte lo riguardino.
Solo che non sveliamo mai nulla, non apprendiamo alcunch, perch ci limitiamo a intrecciare a
caso domande e risposte sforzandoci di trovare logico, vero e giusto il loro accidentale incontro. Anzi,
finiamo per convincerci a tale punto della bont di quest'ignobile risultato che siamo perfino disposti a
uccidere perch nessuno lo metta in dubbio.
Questo siamo e questo saremo sempre.
Ebbene, se cos  per l'umanit intera - e cos  - io, Isaac Samael Gikatilla, ho fatto anche
peggio, perch non sono stato neppure capace di sovrapporre una qualunque domanda a una qualsiasi
risposta; perci non posso neanche cessare di vivere invocando o maledicendo alcunch.
Mia unica consolazione  la consapevolezza che il disperato bisogno di luce che mi divora  un
miraggio e che il buio della morte non  pi profondo n pi tremendo di quello in cui ho vissuto.
Post scriptumSantit,Per quanto mi riguarda, una cosa sola  certa sotto il Cielo: Questa  stata
la mia parte nella vita. Ho il dovere di aggiungere che mi pento di tutto, meno che dei dubbi.
Giudicatemi con
animo sereno: qualunque cosa decidiate, l'affetto e la fedelt alla vostra persona non verranno
meno in questa vita, n nell'altra, se c'.
EPILOGO.
Se Isaac Samael Gikatilla fosse vissuto nel nostro mondo, invece che in quello in cui si
torment, avrebbe compreso che forse il passo del Qohlet un cane vivo val meglio di un leone
morto non si riferiva a lui e neppure alla sventurata Caterina, ma al cardinale Adriano Castellesi, a cui
tocc di fuggire da Roma per sopravvivere, e a Leone X de' Medici che lo perseguit fino all'ultimo
respiro.
Del resto, che esistano pi mondi  dimostrato dal fatto che la kabbalah estatica ispir al
tribolato Gikatilla una frase del Qohlet rovesciata come in uno specchio rispetto all'originale, un po'
come se la sua ossessiva recitazione del Tetragrammaton avesse aperto un varco, una finestra,
attraverso cui per un breve istante due differenti universi sono entrati in contatto. Nell'abbandono
dell'incoscienza estatica, insomma, Isaac, ha visto e registrato un brandello d'altro... Poi ha
dimenticato, perch ogni mondo ha le sue leggi e obbedisce solo a quelle.
Resta un'ultima domanda, l'unica a cui forse non  difficile rispondere: tra la storia adombrata
nel Prologo e quella narrata subito dopo, quale  vera e quale  un riflesso dell'altra?
Ebbene, poich  ragionevole supporre che le variazioni in cui il tempo dispiega e modula se
stesso siano numerose, anzi infinite,  altrettanto ragionevole supporre che numerosi, anzi infiniti siano
anche i mondi possibili.
Dunque entrambe le storie sono reali allo stesso modo.
Se cos , allora  perfino possibile che da qualche parte nell'universo vi sia una dimensione
concreta, tangibile, fatta di cielo e terra, di carne e sangue, in cui Isaac e Caterina incarnano in maniera
meno cruenta e drammatica di come abbiamo visto l'umanissimo incontro della terribile innocenza
della vita con l'aggrovigliato tormento di viverla.
Note.
1. Nel folclore e nelle credenze popolari ebraiche il dibbuk  uno spirito malefico o un'anima
dannata che entra in una persona vivente,
ne aggredisce l'anima, causa malattie mentali e parla per la sua bocca come se fosse una
personalit separata e aliena. La possessione del dibbuk  detta dibbukim.
2. In Gikatilla  davvero tutto doppio: Isacco  il nome di un figlio devoto fino al sacrificio,
Samaele  il principale appellativo di Satana, chiamato anche Samael il malvagio.
...
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...
.
...
CRISTINA E IL RE CARBONARO.
...
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...
1849: Se Napoleone Terzo fosse rimasto innamorato della Principessa di Belgioioso.
...
.
...
Franco Cuomo.
...
.
...
Napoleone Terzo, che in giovinezza era stato carbonaro e compagno della principessa Cristina di
Belgioioso, fu eletto presidente della Repubblica francese nel 1848. Rafforz i suoi poteri con un colpo
di stato, facendosi poi proclamare imperatore nel 1852.
Trad la causa del Risorgimento italiano, che un tempo aveva abbracciato, aggredendo la
Repubblica romana nel 1849. Trad nel 1859
l'alleato piemontese firmando con l'Austria l'armistizio di Villafranca, che ridimensionava le
vittorie di Magenta e Solferino (la Lombardia tornava al Piemonte ma il Veneto restava austriaco e la
Francia si appropriava di Nizza e Savoia) reinsediando i sovrani di Parma, Modena e Toscana nei loro
ducati. Progett infine con l'Austria un'ipotesi di Confederazione italiana presieduta dal papa. Accorse
ancora una volta in soccorso di Pio IX nel 1866, sconfiggendo Garibaldi a Mentana per la disparit di
forze e di armamento.
Venne destituito, arrestato e costretto all'esilio in Inghilterra nel 1870, dopo avere perduto una
dissennata guerra contro la Prussia.
La Belgioioso lasci l'Italia dopo la caduta della Repubblica romana, rifugiandosi in Turchia,
dove rimase fino al 1856.
Un caos indescrivibile di folla, di soldati e di carrozze and creandosi nel porto di Civitavecchia
all'indomani della caduta della Repubblica romana, il 3 luglio 1849 e nelle settimane successive, fino
ad agosto inoltrato. Patrioti e cittadini compromessi con il governo rivoluzionario tentavano di
espatriare imbarcandosi, ma solo pochi ci riuscivano, avvalendosi di lasciapassare inglesi o di
espedienti escogitati dalla Carboneria, che nel disastro conservava una sua occulta destrezza operativa.
Accresceva la tensione una massiccia presenza di truppe francesi, per lo pi zuavi con ancora le
baionette innestate sui lunghi fucili, in attesa d'imbarcarsi a loro volta. Resi tristemente popolari dal
crudele abuso di granate contro i bambini e le donne dei quartieri contigui alle mura
della citt assediata e dai massacri all'arma bianca in Borgo e Trastevere, dove l'odio nei loro
confronti era parso pi irriducibile, venivano guardati ora da chi fuggiva dai propri sogni perduti con
un misto di ribrezzo e di rancore.
Non effettuavano controlli n arresti, lasciando i compiti di polizia alla gendarmeria pontificia,
restaurata con curiale tempismo da una masnada di lacch avidi e bigotti. C'erano in questa sbirraglia
funzionari e agenti che operavano in modo mirato, individuando i ricercati tra i fuggiaschi e
arrestandoli, ma la maggior parte dei militi sembrava muoversi a caso, cercando pretesti per confiscare
denaro e gioielli a coloro che si distinguevano a vista per una cert'aria pi abbiente.
Non sfugg alla loro attenzione, in un caldo pomeriggio dei primi d'agosto, l'arrivo di una
carrozza che aveva tutte le caratteristiche di una vettura patrizia, tranne le insegne. Fendeva lentamente
la folla con le tendine abbassate. Un delegato di polizia intim l'alt. Il cocchiere tir le redini,
arrestando il passo dei cavalli. Il delegato gli intim di scendere.
Obbed.
I militi avevano circondato la carrozza. Uno apr lo sportello. C'erano all'interno due donne -
una quarantina d'anni l'una, venti l'altra - e una bambina. La prima mostrava molto meno dell'et che
aveva, ed era evidentemente la padrona; l'altra una governante, incaricata di badare alla piccola.
Scendete ordin sgarbato il funzionario. Le donne restarono immobili, come non avessero
capito.
Sono inglesi spieg il cocchiere.
Passaporto disse allora il delegato. La signora questa volta parve comprendere e trasse un
documento dalla borsa. Il delegato lo guard con un lampo di diffidenza negli occhi. C'era una tale
confusione di salvacondotti e passi contraffatti in quei giorni da non potersi fidare di nessuno, e poi la
donna era per giunta di una bellezza talmente torbida e fine - seppure disfatta, immalinconita come se
la tragedia della Repubblica fosse un suo caso personale - da mettere in sospetto al solo guardarla.
Il delegato si rigir il passaporto tra le dita, senza leggere. E la ragazza?.
 la cameriera della principessa disse il cocchiere.
Ah, una principessa?.
Il cocchiere annu. E la bambina?.
Sua figlia.
Assistevano alla scena due gentiluomini, come angeli custodi venuti fuori dal nulla. Uno si
avvicin, e con tono autoritario si rivolse al delegato. Problemi?.
Chi siete? A che titolo v'intromettete?.
Il gentiluomo fece segno di avvicinarsi a un ufficiale francese che, poco distante, seguiva la
scena. Avevano tutta l'aria di conoscersi. Il francese si accost con fare indolente. Que
sepasse-t-il?....
Il delegato si genuflesse quasi in un inchino, mostrandogli il documento. Manca il visto del
generale Oudinot spieg in tono servile. Non si pu lasciare Roma senza il permesso dell'autorit
militare francese.
L'ufficiale gli rivolse un'occhiata sprezzante. E io che sono?.
Volete dire che garantite voi per....
Non garantisco l'interruppe il francese. Ordino.
Il delegato annu, a occhi bassi, restituendo il documento alla signora.
Lei seccamente se lo riprese, strappandoglielo quasi di mano.
La carrozza non pu proseguire oltre disse il cocchiere desolato, mentre la folla andava
intorno addensandosi.
La signora scese tirandosi dietro nervosamente la bambina.
I due gentiluomini si offrirono di accompagnarla. Vi aiuto disse l'ufficiale, sciogliendo le
cinghie del bagaglio.
S, ma sbrighiamoci disse lei, in perfetto italiano. La mia nave sta per salpare.
I due signori non parvero stupirsi nel sentirla, e nemmeno l'ufficiale francese, poich sapevano
in tutta certezza che la misteriosa inglese altri non era che la principessa milanese Cristina Trivulzio di
Belgioioso, ricercata dai servizi segreti austriaci - e ora anche da quelli papisti - per i suoi movimentati
trascorsi carbonari, culminati nell'avventura utopica della Repubblica romana.
Esausta e tesa in viso, ferita nel profondo del cuore ma non nella sua leggendaria venust, la pi
sovversiva nobildonna d'Europa camminava trascinandosi dietro per mano la figlia, senz'abbassare i
grandi occhi
neri che sembravano voler leggere nei cirri del cielo chiss quale segreto messaggio. Erano stati
la sua specialit i messaggi segreti - da decifrare, trascrivere, consegnare da una rivendita Carbonara
all'altra
- durante i moti di Toscana e di Romagna; e anche adesso ne portava uno ricucito nelle pieghe
della gonna, ch'era per soltanto una canzone un po' retorica ma trascinante, se opportunamente
musicata, del garibaldino Mameli, caduto a ventidue anni sul Gianicolo.
Gliel'avevano portato con una gamba straziata da una fucilata nell'ospedale di Santo Spirito,
dov'era il quartiere generale della sanit militare. Mazzini gliene aveva affidato il comando.
Mancavano medicine, mancavano anestetici. Non potendo lenire in alcun modo il dolore del
ragazzo agonizzante, lei se l'era tenuto stretto al seno finch non era morto. Di setticemia.
Raggiunse insieme ai suoi accompagnatori la nave, senza nascondere il suo disprezzo per i
francesi accalcati sul molo nel passare loro accanto. Era un disprezzo silenzioso e inespressivo, ma
palese, accentuato dall'incedere frettoloso del passo, come alla vista di lebbrosi. C'erano anche tra loro
dei feriti ma non provava per essi alcuna pena, e questo in qualche modo la sorprese - poich, se di una
cosa era incapace, era l'indifferenza nei confronti dell'umano dolore.
Raggiunsero la passerella della nave. Un marinaio prese il bagaglio. I due gentiluomini, senza
parlare, accennarono un saluto poggiandosi sul petto la mano destra con l'indice teso verso il cuore e le
altre dita ripiegate. A quel segno, per la prima volta, la principessa sorrise. Vi ringrazio, miei buoni
cugini, disse nel nome di Bruto e dei quattro evangelisti....
Nel terminare la frase si chin per togliersi una scarpa, mostrando cos sotto il lembo della
gonna il piede nudo. Perch vi levate la scarpa?.
In ricordo della progenitrice va, che a piedi nudi attravers il Giardino disse lei, tornando
prontamente a infilarsela.
Chi vi ha introdotto nel giardino?.
Una sorella virtuosa, amante della verit e dei suoi simili.
A che scopo?.
Aiutare i cugini a liberare la foresta dai lupi.
Ci detto, Cristina prese a entrambi la mano, aggiungendo piano:
Libert....
...o morte risposero i due in un bisbiglio.
L'ufficiale francese si avvicin per salutare a sua volta. Portava appuntato sulla giubba, come i
due gentiluomini, un tronchetto sottile di legno con intorno annodato un fil di ferro. Cristina lo
riconobbe per un echantillon di maestro carbonaro, emblema raffigurante una pertica utilizzata nella
realt per rimestare le braci. Si avvicin, allora, e baci l'uomo sulla guancia. Bonne chance disse lui
sotto voce, a voi e alle sorelle giardiniere....
Felicit e fortuna rispose lei. Poi volse risolutamente le spalle, avviandosi su per la passerella
senza voltarsi.
Pens a una strana fatalit mentre attraversava il ponte diretta alla cabina. Aveva visto per la
prima volta un echantillon venti anni prima, su quello stesso molo di Civitavecchia, appuntato alla
giacca di un altro francese, ch'era il principe Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, il pi temerario e
affascinante degli uomini che l'era mai toccato d'incontrare nella sua tumultuosa giovinezza. Era lui che
l'aveva introdotta ai riti carbonari, dopo averla sottratta con uno stratagemma agli agenti della polizia
politica di Milano, che per conto del governo austriaco la seguivano.
Ricordava di quei giorni ogni dettaglio. Era lui, Carlo Luigi Napoleone, che per primo le aveva
insegnato il catechismo delle
giardiniere per poi coinvolgerla nel grande gioco della cospirazione politica. Insieme,
avevano percorso le misteriose vie della clandestinit, distinguendosi in atti di sabotaggio e altre azioni
ad alto rischio tra Liguria, Toscana e Romagna. Non avevano atteso neanche un giorno per cedere
all'irresistibile attrazione che fin dal primo sguardo li aveva reciprocamente avvinti. Cos, senza
nemmeno aspettare di giungere alla
rivendita in cui erano attesi per l'affiliazione di Cristina, si erano rifugiati precipitosamente in
una locanda di campagna, restandovi per un'intera notte e per il giorno successivo. Erano ripartiti
all'imbrunire, storditi d'amore e gioia di vivere, avidi di belle imprese da compiere nel nome di quelle
idealit nelle quali - da ventenni ancora vergini di cuore
- senza riserve credevano.
In questo modo era iniziata l'impossibile avventura di un giovane principe ribelle a ogni
convenzione e della sua scandalosa compagna, che in tal modo si lasciava per sempre alle spalle gli agi
e la sicurezza
della sua posizione aristocratica. Cos, cavalcando la notte vestita da uomo, recapitando
messaggi e assicurando i collegamenti tra le cellule rivoluzionarie di Firenze, Genova, Bologna e La
Spezia, la principessa di Belgioioso era diventata popolare nella Carboneria quanto il suo amante
Bonaparte, e altrettanto impopolare nelle questure d'Italia.
Il prefetto austriaco di Milano l'aveva dichiarata civilmente morta, espropriandola di ogni
ricchezza. Eppure mai Cristina si era sentita tanto ricca e felice, tanto sicura di s, come in quei giorni
vissuti senza respiro, senza tregua, senza neanche certezza, la notte, di rivedere il mattino. Grandiosi
disegni attraversavano le loro giovani menti inesperte, esaltandole verso improbabili mete di gloria: una
volta Luigi concep addirittura il piano di tentare a Roma un colpo di mano di stile
"bonapartista", prendendo in ostaggio il papa per instaurare una libera repubblica laica. Fu
fermato dai suoi stessi cugini carbonari, che di eroici furori avevano ben triste esperienza, considerata
la lunga schiera di patrioti finiti al patibolo per mancanza di realismo nell'intraprendere certe loro
impossibili azioni.
cos, dopo essere stato salvato per i capelli da maestri pi saggi, il giovane Bonaparte aveva
ripreso con la sua Cristina la comune routine rivoluzionaria (se di routine poteva parlarsi, considerati
rischi ed esiti talvolta imprevedibili delle loro missioni) tra il Granducato di Toscana e la costa ligure,
evitando i territori pontifici di Romagna, dov'erano in testa alla lista dei sovversivi da braccare. Poi una
notte nei vicoli di Genova - una notte cupa, avvelenata dal tradimento - i servizi austriaci effettuarono
un'incursione irrompendo nella rivendita in cui Cristina e Luigi erano riuniti con altri cugini.
In pochi riuscirono a fuggire. In molti vennero arrestati.
Fu sul punto di essere presa anche Cristina, ch'era sicuramente tra i ricercati di maggiore
interesse per gli agenti inviati da Milano, ma ancora una volta le doti rocambolesche di Luigi valsero a
metterla in salvo, consentendole di raggiungere una goletta contrabbandiera in partenza per Marsiglia
con altri affiliati alla Carboneria.
Ma qui, per forza di cose, le loro strade si erano separate, non potendo l'erede pi prossimo di
Napoleone riparare in Francia, dove il Partito bonapartista era ancor pi osteggiato di quanto lo fossero
i carbonari in Italia. Quindi, con altra nave, lui fece vela per l'Inghilterra.
Riuscirono appena a dirsi che si sarebbero rivisti nella foresta
liberata dai lupi, come recitava il rituale carbonaro per simboleggiare l'umanit redenta dai tiranni.
Non si rividero pi. E ora, vent'anni dopo, sul ponte di quest'altra nave che ancora una volta la
portava lontano dall'Italia, Cristina sentiva come allora un'acuta pena d'amore ma diversa,
contrassegnata dal disgusto per il tradimento del suo principe, divenuto da carbonaro despota,
presidente di una repubblica borghese della quale intendeva servirsi al solo scopo di restaurare una
tirannia sconfessata dalla storia.
Una brezza lieve spingeva al largo la nave, appena reclinata su di un fianco. Cristina guard al
di l della scia indorata dal tramonto, verso la terra che si allontanava. Senza rimpianto.
Accompagn poi nella loro cabina la governante e la bambina, raggiunse la propria e disfece il
bagaglio, tirando fuori da una borsa alcuni fogli di appunti, un quaderno e l'occorrente per scrivere.
Le si chiudevano gli occhi dalla stanchezza. Si sforz di tenerli aperti, schiudendo il quaderno
sullo scrittoio da viaggio e intingendo nell'inchiostro la penna. Indugi, come le mancasse qualcosa.
Frug ancora nella borsa, prese una pergamena arrotolata e la dispieg. Era il ritratto ingiallito di un
giovane uomo dall'insolente sorriso, con capigliatura aggressiva e occhio spavaldo, baffi sottili e
camicia slacciata sul petto. Aveva nello sguardo l'inesorabile arroganza di un angelo vendicatore
venuto fuori dai versi di una lirica romantica per rimettere ordine nel mondo, rendendo ad autocrati e
traditori la loro mercede. Ed era invece lui l'autocrate per eccellenza, il traditore Carlo Luigi Napoleone
Bonaparte, nemico della libert per la quale diceva di volersi battere un tempo, sostenitore di
quell'oppressione teocratica romana che si era illuso in passato di annientare.
Cristina lo fiss a lungo, intinse nuovamente la penna e cominci a scrivere. Lentamente, ma di
getto, come avesse gi stilato nel cuore l'atto di accusa contro l'uomo che ormai per lei rappresentava
quanto di pi spregevole potesse esserci al mondo - cos chiaramente che le bastava trascriverlo dal
proprio petto alla carta, come copiando.
Io ti espongo nudo e solo al disprezzo della storia....
Cos scrivendo si addorment, velocemente scivolando in uno scuro sonno senza sogni.
Fu svegliata nel mezzo della notte dal comandante in persona, accompagnato da un ufficiale di
marina francese e un signore in abito
scuro, vestito nell'inconfondibile stile dei funzionari di governo.
Apparivano oltremodo cerimoniosi entrambi, troppo per poter ispirare simpatia. Si presentarono
senza neanche lasciar parlare il capitano, che mostrava nei loro confronti un atteggiamento
d'incondizionata sudditanza. Erano l'uno il comandante di una fregata francese, che aveva accostato e
poi abbordato il mercantile con il pretesto di una ispezione; l'altro un fiduciario d'ambasciata, in tutta
evidenza una spia.
Una volta saliti a bordo con una scorta di marinai, avevano chiesto della principessa di
Belgioioso, che per non risultava tra i passeggeri. Non era stato difficile per loro individuarla
ugualmente nella signora con passaporto inglese, del cui imbarco avevano evidentemente notizia.
Cristina si mostr sorpresa nel sentirsi cos riconosciuta. Chiese in che modo l'avessero
identificata, e perch.
Per una questione di parentela rispose con un sorriso rassicurante l'ufficiale. Siamo cugini.
Buoni cugini aggiunse l'uomo in borghese, sorridendo a sua volta nel portarsi la mano destra
al petto con l'indice teso al cuore.
Mio Dio sbadigli lei. Cominciamo a essere troppi....
Sempre meno di quanto servirebbe.
S tagli corto lei, ma che volete da me?.
Che veniate con noi. Potete portare con voi vostra figlia.
E anche la governante disse cortesemente l'altro.
Sapete anche questo?.
I due annuirono, stringendosi nelle spalle con quella cert'aria furbesca che rende talvolta
insopportabili i francesi. Cristina ebbe un moto di fastidio. E se rifiutassi?....
Scossero il capo, come per dire che non poteva.
Significa che non ho scelta?.
Temo di s conferm l'ufficiale.
Cristina aveva sufficiente esperienza di sequestri e rapimenti per capire ch'era inutile opporsi.
Chiese soltanto perch ci tenessero tanto a portarla via.
Per conto di un altro cugino rispose l'ufficiale.
Un grande, potentissimo cugino aggiunse l'altro.
Dev'essere davvero potente per farmi rapire dalla Marina da guerra,
cos su due piedi, in acque internazionali....
Non siete prigioniera, ma nostra gradita ospite.
Ospite d'onore precis l'altro, mellifluo. Avrete a vostra disposizione una villa, e tutta la
servit che vi occorre.
Dove?.
A Parigi, naturalmente.  l che siete attesa.
Non sent una speciale emozione, Cristina, nel rivedere Carlo Luigi Napoleone venti anni dopo,
e in modo cos inaspettato, ma piuttosto un rimescolamento di sentimenti contrapposti, d'odio e
d'amore, di pena e rabbia, curiosit e rifiuto d'esserne tentata.
Ho avuto notizie straordinarie del valore che hai dimostrato a Roma disse lui, come si fossero
appena lasciati e ritrovati. Indossava una redingote con ampi paramani e risvolti al collo, sotto la quale
ostentava un romantico cachecol in seta leggera, tenuto fermo da uno spillo raffigurante un'aquila d'oro
coronata di zaffiri, brillanti e rubini ch'evocavano i colori della bandiera francese.
Cristina non rispose.
C' chi dice insist Napoleone, che ti sei battuta come un uomo....
Esagerazioni. Ero solo sovrintendente alle ambulanze.
Ah, credevo che sovrintendessi agli ospedali.
E non  la stessa cosa?.
Dicono ch'eri sempre in movimento, di qua e di l delle linee....
E che altro deve fare un sovrintendente alle ambulanze?.
Gi....
La conversazione stentava a proseguire o entrare nel suo vivo, che non si capiva bene cosa
fosse. Napoleone si vers del cognac, chiedendole se ne volesse anche lei.
Non mi avrai fatta rapire per offrirmi da bere.
Nessuno ti ha rapita.
Non sono qui di mia volont... n mi sarebbe mai passato per la testa di venirci.
Lui ebbe un moto d'insofferenza, simile a quelli che da ragazzo provava nei confronti di chi
tentava di frenarne l'impeto. Non
giudicarmi, Cristina disse. Io sono rimasto ci che ero.
Non si direbbe disse lei, con un tremore nella voce che parve per un attimo tradire
un'inconfessabile tenerezza per l'amante di un tempo.
Comprendimi... Per liberare la foresta dai lupi bisogna farsi lupo.
Ma cos... avremo soltanto un lupo in pi.
Tu non ti fidi. Vero?.
Come potrei, dopo ci ch' stato?.
Allora seguimi, voglio mostrarti una cosa.
Lei lo guard dubbiosa ed esitante.
Vieni insist lui, prendendola per mano.
Dove mi porti?.
Non fare domande.
Ci detto, se la tir dietro dolcemente all'esterno della villa, che sarebbe parsa del tutto deserta
se non fosse stato per la presenza di valletti accorsi a illuminare loro la strada con fiaccole.
Attraversarono il parco fino a un padiglione isolato, schermato da fronde cadenti di salice. Napoleone
fece segno ai valletti di allontanarsi. Rimasero soli accanto all'edificio, dalle cui finestre socchiuse
filtravano luci e rumori tenui.
Bussa tu disse Napoleone indicando a Cristina la porta.
Perch io?.
Per farti riconoscere rispose lui enigmatico.
Cristina cap che l'aveva condotta a una rivendita della quale non avrebbe mai potuto - l al
Bois de Boulogne, nel giardino di una villa gentilizia - immaginare l'esistenza. Ne fu sorpresa, senza
esserne per convinta. Batt quindi a caso un numero indefinito di colpi sulla porta, senz'ordine, per
mettere alla prova chi avrebbe dovuto aprire.
Qualcuno rispose prontamente con un colpo. Poi, schiudendo la porta senza uscire, domand
seccamente: Chi  che bussa da pagano?.
Una giardiniera che chiede di essere ammessa ai vostri travagli.
L'uomo la scrut dallo spiraglio della porta.
Che recate?.
Salute e felicit a tutti i cugini.
A quale scopo siete qui?.
Per sottomettere la mia volont alle necessit della societ Carbonara.
Ancora diffidente, l'uomo allung una mano dicendole di dargli
tocca- mento e bacio. Cristina gli prese il polso e glielo strinse stendendo su per
l'avambraccio il dito medio. Lui scosse il braccio, come volesse ritirarlo, ma lei lo tenne stretto,
strofinando per cinque volte il dito in segno di croce sulla pelle. Quello allora mostr il volto, e lei lo
baci per tre volte su di una guancia, due sull'altra.
Vi riconosco, cara cugina, disse a questo punto l'uomo, spalancando la porta, per una
coltivatrice illuminata.
Ho ricevuto la luce da sorelle virtuose.
Che genere di luce?.
Quella dell'amore per l'intero genere umano.
Conoscete i carboni atti ad accendere una simile fiamma?.
S, quelli tratti dal legno d'olivo e macerati nell'ortica, con fede nella nostra santa causa, carit
e speranza.
La luce dall'interno aveva illuminato l'ombra di Napoleone alle spalle di Cristina. Il custode
chiese chi fosse, ma per pura osservanza della ritualit, conoscendone l'identit perfettamente.
Sono l'arcipatriarca delle fornaci riunite di questa foresta rispose lui con voce ferma. Reco
doni.
Entrate disse a questo punto il custode, aprendo del tutto la porta.
Venite a sedere tra noi....
Un cerimoniere ordin che cinque cugini armati di pugnale facessero ala alla coppia, mentre gli
altri battevano ritmicamente i loro strumenti di lavoro, cio pale, accette e attizzatoi, in segno di saluto.
Portavano tutti al collo l'echantillon, e il gran maestro un gioiello ricavato da cinque chiodi intrecciati
tra loro. Rappresentavano le piaghe della Passione, simbolo del dolore che la famiglia Carbonara era
pronta a patire per il progresso - e la libert in primo luogo - del genere umano.
Un cerimoniere port ai nuovi arrivati un gomitolo di filo ed entrambi vi fecero un nodo. Il
cerimoniere se lo riprese poi con un inchino e lo depose sulla cattedra del maestro, quale simbolo del
legame d'unione che affratellava i presenti tra loro.
Esaurite queste formalit previste da una complessa quanto
farraginosa liturgia, il gran maestro tese a Napoleone la scure che stringeva in segno di
comando, offrendogliela come riconoscimento della sua superiore autorit. Ma lui gli fece cenno di
tenerla.  in buone mani disse prima di sedere al posto d'onore destinatogli.
Cristina fu fatta sedere al suo fianco. E quando tutti gli altri furono a loro volta seduti,
Napoleone invit il maestro a riprendere i lavori al punto in cui s'erano interrotti.
L'oratore stava interrogando i nuovi apprendisti della fornace
l'inform il maestro, per sondarne l'attitudine a servire la causa Carbonara.
Proseguite disse Napoleone. Si alz allora il cugino che fungeva da oratore, facendo segno a
tre giovani che sedevano poco distante di farsi avanti. Tutti gli altri levarono le accette, orientandone
verso di loro il taglio. Queste sono le accette che voleranno in vostro soccorso tutte le volte che ne
avrete bisogno disse l'oratore, se manterrete il giuramento... Ma che accadr in caso vi macchiaste di
spergiuro e tradimento?.
Indic per la risposta uno dei tre. Queste medesime accette si volgeranno verso di noi per la
vendetta rispose quello prontamente.
L'oratore chiuse poi le dita stendendo il pugno verso un altro apprendista. Che vedete in questo
pugno?.
La forza dell'unit Carbonara.
Dove riposano i buoni cugini al termine dei loro travagli?.
Sui materiali da loro stessi carbonizzati.
L'oratore si rivolse al terzo: Quanto dev'essere alto un fornello per ben ardere?.
Quindici piedi, quanto la croce su cui venne immolato il Giusto.
E quanto largo?.
La met.
Perch i carbonari si lavano le mani all'inizio e non alla fine dei loro lavori?.
Per mondarle della paganit.
L'interrogatorio and avanti ancora per poco, alternando domande di carattere puramente
simbolico ad altre che avevano invece la funzione pratica di addestrare l'adepto a ogni emergenza,
seppure in certi casi
con un'ombra di retorica.
Che fare per avvertire un cugino assente della necessit d'incontrarlo?.
Si pianta sul terreno antistante la sua porta una pertica di legno con la punta rivolta verso il
cielo.
State per essere catturato dai lupi mentre recate un messaggio scritto a un cugino. Che fare?.
Bruciarlo.
Siete depositario di segreti che tenteranno di estorcervi con la tortura. Che fare?.
Come Bruto, uccidersi.
Venne contemplata infine la pi triste eventualit, quella di non avere trovato la forza di
uccidersi n di resistere ai tormenti. Che fare dopo avere parlato?.
Supplicare i miei buoni cugini di fare a pezzi con le loro asce il mio corpo e poi bruciarlo,
spargendone al vento le ceneri affinch nulla rimanga del mio esecrato nome.
Albeggiava.
Il gran maestro chiese che ora fosse. L'ora in cui la carbonizzazione si  compiuta rispose
l'oratore.
Passiamo dunque alla chiusura dei travagli.
Consentitemi prima interloqu Napoleone alzandosi, di mostrarvi i miei doni.
Il maestro annu, levandosi in piedi a sua volta insieme a tutti gli altri.
Napoleone si sfil allora dal fazzoletto annodato al collo il gioiello d'oro e pietre preziose
raffigurante l'aquila imperiale di Francia, deponendolo sul tronco sezionato che fungeva da cattedra.
Questo  per il tesoro della vostra rivendita disse. Sar felice se vorrete riunirvi ancora in questa
baracca sicura, tutte le volte che ne avrete bisogno... Ma il dono pi prezioso alla nostra universale
famiglia
aggiunse prendendo la mano di Cristina per baciargliela,  il ritorno di una cugina giardiniera
che credevo perduta....
Molti gi conoscevano per fama la principessa Trivulzio di Belgioioso, e nel saperla tra loro
furono scossi da un fremito di entusiasmo che manifestarono battendo rumorosamente, come
all'inizio, attizzatoi e accette. Nessuno parve poi stupirsi del fatto che Napoleone ne esaltasse il
valore senza trascurare un disinvolto cenno all'epica difesa di Roma, nella quale si erano distinti tanti
buoni cugini, guidati peraltro da Garibaldi e Mazzini, a loro volta cugini, ma pur sempre vessati da
un'armata di lupi francesi.
Non parve una contraddizione neanche a Cristina, che in quell'ottica Carbonara comprese ci
che a parole Napoleone non era riuscito a estrinsecare; e vale a dire come, per portare a compimento un
disegno temerario, si debba talvolta incorrere in necessit ripugnanti.
La necessit pi desolante per il suo amato ragazzo di venti anni prima era stata quella di dover
poter contare sull'appoggio dei cattolici di Francia, oltre che degli orleanisti e della borghesia
commerciale, per ascendere a quel potere tramite il quale intendeva - forse - liberare la foresta dai lupi.
Da qui la miserabile urgenza di dare manforte al pontefice contro gli uomini liberi della Repubblica
romana. Che non era certo stata l'unica delle azioni illiberali compiute dal presidente Bonaparte in vista
del colpo di mano che di l a poco l'avrebbe fatto re, dato l'accanimento da lui posto nell'eliminazione
degli oppositori mediante sistematiche deportazioni nei bagni penali della Cayenna e di Algeria.
Metodi eh'erano parsi repellenti a Cristina, n pi n meno della ferocia zuava contro la nobile
compagine del popolo romano, ma che ora - in una rinnovata prospettiva di lotta - le apparivano in
qualche modo funzionali a un autentico fine di progresso e indipendenza.
Per il resto fu come tornare indietro nel tempo di venti anni, bruciando entrambi in un'unica
fiamma i loro ardori. D'amore, di libert, di fede nelle pi spregiudicate idealit.
Cos, come in quella locanda della campagna romana all'epoca dei loro primi furori carbonari,
Cristina e Carlo si ritrovarono di nuovo stretti l'uno all'altra - inconsapevolmente quasi, trascinati da
una fatalit senza nome - nella principesca villa del Bois de Boulogne. E allo stesso modo di allora si
amarono di un amore estremo, d'intensit pari all'odio che pure li aveva fino a qualche ora prima
separati, divorandosi l'anima e le forze senza ritegno, di minuto in minuto, d'ora in ora, dall'alba al
tramonto, fino ad addormentarsi estenuati nel velo consunto delle loro passioni ritrovate.
Risvegliandosi tra le braccia del suo principe carbonaro, Cristina fu presa da una tormentosa
urgenza di spiegarsene le contraddizioni.
Doveva, per salvaguardare la ritrovata felicit, conciliare l'amore con le proprie idealit ferite.
Se la passione da un lato era appagata, la fede dall'altro vacillava.
Si arrovell dunque per settimane sul genere di argomentazioni che potessero in qualche modo
giustificare quell'aberrante necessit di farsi lupo - come Carlo le aveva lasciato con metafora
Carbonara intendere -
per sconfiggere i lupi. Rilesse, per farsene una ragione, il Machiavelli.
Le parve ingenuo pi che insufficiente trincerarsi dietro lo scontato assioma che il fine dovesse
giustificare in ogni caso i mezzi. Cerc, da donna coltissima qual era, il soccorso di altre fonti: trov il
medesimo concetto, espresso peraltro in maniera identica, in un trattato dottrinario del gesuita Hermann
Busenbaum, che nel quarto libro della sua Medulla theologiae moralis (1650) testualmente sosteneva:
Cum finis est licitus, etiam media sunt licita, e dunque un lecito fine rende leciti i mezzi.
Ci accrebbe il suo sconforto: come poteva conciliarsi con il metodo carbonaro un principio
cos strumentalizzato da un maestro dell'ambiguit gesuitica come il Busenbaum? Non voleva tuttavia
soggiacere a dubbi che avrebbero potuto scalfire l'intenso amore in lei riemerso o, peggio, la mai sopita
purezza del suo misticismo umanitario. Cominci cos ad arzigogolare, da donna dialettica qual era,
sulle diverse prospettive da cui poteva porsi la questione. Non escluse pregiudizialmente che il fine
potesse in certi casi giustificare i mezzi.
Ma si chiese immediatamente di rimando chi avrebbe mai potuto giustificare un fine cos
compromesso. Ammise che il male potesse fungere in certi casi da deterrente contro un altro male. Ma
ci significava riconoscere la passivit del bene, subordinato a tal punto da dover delegare al male la
realizzazione dei suoi fini.
Fu presa a questo punto dal dubbio che, ribaltando i termini del ragionamento, potesse non
essere il fine a giustificare i mezzi ma invece i mezzi a squalificare il fine.
Cerc allora rifugio, come sempre faceva quando le filosofie la deludevano, nella poesia.
S'imbatt, sfogliando la Gerusalemme liberata, in quel verso del quarto canto che cos recita: Per la f,
per la patria il tutto lice....
Non era molto. Non valse a confortarla. Ma una cosa in tutto questo rovello era ormai chiara,
anche se le costava ammetterlo: amava il suo
principe quanto le proprie idee, e niente avrebbe mai potuto distoglierla dall'uno o dall'altre, per
quanto inconciliabili.
Anche l'amore fa la storia. Non aveva bisogno che alcuno la convincesse della coerenza
mostrata da Napoleone nell'inseguire sogni che richiedevano, per poterli realizzare, avvilenti
compromessi. Non aveva nessuna urgenza di trovare quella giustificazione sulla quale si era cos
tormentata in quei giorni. Forse non esisteva nemmeno; e anche questo, esaurito l'affannoso esercizio
della ricerca, la lasciava indifferente.
Cos era Cristina, entusiasta e pragmatica, impetuosa e riflessiva.
Non erano contraddizioni anche queste?
E una mattina che il suo principe le era parso malinconico e perso in chiss quali contorti
pensieri, forse colto da una sorta d'incertezza sulla realizzabilit dei suoi progetti, gli disse come
leggendogli nel cuore:
Non preoccuparti del prezzo che dovrai pagare, se la tua volont  pura.
Lui la guard smarrito. E del prezzo che altri dovranno pagare per causa mia?.
Non preoccupartene insiste lei, risoluta; e si rese conto nel dirlo che l'amore era prevalso
sull'integrit delle sue idee. Ne fu sollevata, pi che da qualsiasi lettura o ragionamento filosofico.
Carlo parve rassicurato, e sorrise. Ti fidi a tal punto di me?.
Ti amo.  diverso.
E ti basta?.
Deve bastarmi. Non ho altro....
Questo lo disse in tono desolato, guardando altrove. Era il ricordo dei compagni perduti a Roma
che riaffiorava in lei, come ogni giorno.
I venti della restaurazione andavano infrangendosi contro crescenti aneliti di libert in Italia e
altrove, ma proprio per questo incrudelivano le persecuzioni da parte di regimi che vedevano sempre
pi sbiadire lo smalto del proprio assolutismo. Ci non poteva che favorire l'insorgere di
un'opposizione clandestina fondata su criteri di moderna efficienza oltre che di sicura fede, in Italia e
altrove, in grado di contare su di una rete capillare di societ segrete, movimenti e cellule rivoluzionarie
che nell'insieme agivano secondo i metodi di volta in volta suggeriti dal luogo e dalle circostanze,
ondivaganti tra l'insurrezione armata e la
tessitura politica, l'intrigo e - laddove possibile - la diplomazia. A rendere possibile quest'ultima
via, meno cruenta e di effetti pi tangibile, contribuiva l'affermazione di sovrani che si erano di fatto
dissociati dai lupi pi irriducibili - non per bont d'animo ma per la consapevolezza che se lupi
volevano restare dovevano venire a patti con gli agnelli.
Primeggiavano nella penisola italiana, tra questi despoti pentiti per calcolo e illuminazione, i
Savoia piemontesi e in certa misura i Borboni napoletani, favoriti in questo da una vocazione a
incentivare il progresso industriale che li rendeva in qualche modo pi moderni dei primi, cupamente
attaccati alle loro tradizioni militari.
A questi vicini assillati dall'urgenza di scegliere che fare di fronte alle pressanti istanze unitarie
di una Carboneria irrequieta e onnipresente, che meglio di qualsiasi partito rappresentava lo
sgangherato coacervo di stati disuniti nel territorio genericamente detto Italia, guardava con interesse
non alieno da egoistici calcoli Napoleone di Francia, che si era nel frattempo fatto re, poi imperatore,
ritentando con l'appoggio di occulti poteri un colpo di stato che in precedenza era fallito.
Terzo di nome ma primo nel suo genere, si era proposto come sovrano di nuovo conio, in grado
di poter gestire il cambiamento in atto con quella sensibilit non soltanto politica che gli veniva dalla
frequentazione Carbonara, del resto mai interrotta.
L'invenzione di uno Stato italiano unitario era tra le opzioni meno rinviabili della grande
mutazione che avrebbe in breve scosso la societ europea, e Napoleone aveva buone carte per poterla
favorire, evitando per che potesse trarne un vantaggio esclusivo la limitrofa monarchia sabauda. Era
evidente da un lato che il progetto unitario non avrebbe potuto realizzarsi senza che i Savoia ne fossero
coinvolti da protagonisti, ma era altrettanto chiaro che in tal modo si sarebbero rafforzati al punto da
divenire per la Francia degli incomodi - se non proprio pericolosi - confinanti. Cos, pur decidendosi a
sostenerli nella loro azione contro l'Austria per la liberazione del Lombardo- Veneto, Napoleone pose
una seria ipoteca sull'eventualit che in seguito potessero estendere la loro egemonia sul resto della
penisola; e lo fece favorendo le pretese dei Borboni sui territori meridionali dello Stato pontificio.
Vennero sottoscritti per l'occasione vantaggiosi trattati commerciali
tra Napoli e Parigi, consolidando cos il gi notevole primato economico del Regno delle Due
Sicilie, destinato a divenire polo industriale della costituenda federazione di stati italiani.
Piacque questo orientamento anche agli inglesi, prevenuti contro l'eventualit che dal
risorgimento - come veniva chiamato dai simpatizzanti questo gran rimescolamento di carte - potesse
venir fuori una granitica potenza mediterranea.
Ne scaturirono conflitti limitati ad alcune specifiche controversie, mai una vera e propria guerra
d'indipendenza. I napoletani combatterono con successo contro i papisti, precariamente difesi dagli
austriaci, a loro volta pressati dai piemontesi e da un corpo di spedizione francese. Lombardia e Veneto
insorsero.
Il lavoro pi serio e fattivo di tessitura unitaria lo fece la Carboneria, infiltrata nella diplomazia
e nell'amministrazione dei singoli governi, ma soprattutto avvantaggiata dalla possibilit di mettere in
crisi qualsiasi antagonista mediante sistematiche insurrezioni, sommosse, sabotaggi mirati a modificare
una realt locale.
Il primo a cedere fu il granduca Leopoldo di Toscana, abbandonato al suo destino dall'alleato
austriaco, impotente a distogliere uomini dal fronte piemontese. Nacque cos a Firenze, per iniziativa di
Mazzini e altri patrioti non solo toscani, la Repubblica del Giglio. Vi ader il Ducato di Lucca, gi
annesso qualche anno prima al Granducato ma mai del tutto integrato. Mut forma di governo in
repubblica anche il Ducato di Parma, ma prima fu necessario eliminare il duca Carlo, soppresso da
uomini della Carboneria per vendicare le feroci rappresaglie da lui compiute al fine di compiacere gli
austriaci che stavano per abbandonarlo, non pi in grado di proteggerlo dopo le molteplici sconfitte
subite ad opera dell'esercito franco-piemontese in Lombardia.
La liberazione delle province lombarde fu tuttavia, nonostante tali vittorie, la pi sanguinosa.
Costretti a ritirarsi precipitosamente da Milano, infatti, gli austriaci diedero miserabili prove di vilt,
abbandonandosi a crudeli saccheggi nei villaggi situati lungo l'itinerario della loro caotica ritirata,
divenuta dopo le prime miglia una rotta.
Venezia era gi stata liberata da insorti che innalzavano come insegna, anzich il tricolore, il
leone di San Marco.
Ne nacquero due stati autonomi e distinti. Venezia, orgogliosa delle
sue antiche tradizioni, volle riproporre in certa misura il modello dogale, tornando a fregiarsi
della denominazione di Repubblica marinara. Milano volle invece rifarsi al pi recente modello della
sfortunata Repubblica romana, instaurando un triumvirato del quale venne chiamata per prima a far
parte Cristina Trivulzio di Belgioioso, eletta in seguito presidente.
L'ultimo lupo stanato fu il papa. Tocc a Garibaldi vendicare gli eroi della prima Repubblica
romana.
Gi stretta dalle truppe borboniche a sud, Roma fu presa dalle camice rosse dopo un furioso
combattimento sui monti Parioli. Furono per una strana casualit i nuovissimi fucili francesi chassepot,
forniti da Napoleone nonostante fossero ancora in fase di sperimentazione, a decidere le sorti della
battaglia per Roma, decimando i mercenari del papa con un tiro rapido e sicuro, pressoch ininterrotto.
Non si ebbero rappresaglie nei confronti della curia e del pontefice.
Processi vennero invece istruiti da tribunali carbonari a carico di delatori e delegati, soprattutto,
della polizia politica. Rari furono i linciaggi a furor di popolo, molteplici nei primi giorni le sentenze
capitali, ampiamente motivate dai documenti accumulati negli archivi delle rivendite. Ma furono
numerosi anche i proscioglimenti e le commutazioni delle condanne a morte in pene detentive, com'era
inevitabile per poter ristabilire la normalit in tempi brevi.
Ricostituita la Repubblica romana con le medesime peculiarit di un tempo, venne fornito al
papa e ai preti che ne fecero richiesta un lasciapassare per poter lasciare Roma e attraversare i territori
di ogni altro stato liberato fino al confine austriaco. Si seppe in seguito che il papa aveva raggiunto
Mosca e l ricevuto in dono dallo zar un possedimento di poche miglia quadrate sulla riva della
Moscova, dalla parte antistante il Cremlino. L aveva ricostituito il Vaticano, con licenza del clero
ortodosso, ben felice della supremazia che veniva in tal modo ad acquistare sulla chiesa un tempo
romana.
Ci vollero dieci anni e infiniti negoziati per arrivare a un'intesa proficua tra i nuovi e vecchi stati
d'Italia, che infine si diedero un comune assetto federale, mantenendo ciascuno la propria autonomia
per quanto concerneva la forma di governo, purch fossero salvi alcuni principi fondamentali di libert
ed eguaglianza, oltre che l'adesione a una comune linea di politica estera ed economica.
La Federazione degli Stati Uniti d'Italia, come volle chiamarsi, adott per bandiera comune il
tricolore senza emblemi, consentendo per a ciascun membro d'inserirvene uno proprio nello spazio
bianco centrale.
Sottoscrissero insieme la costituzione due regni (Napoli e Sardegna) e cinque repubbliche
(Roma, Milano, Venezia, Parma e Toscana). Si aggiunse ai sette stati fondatori, di l a qualche tempo,
la Corsica, resa indipendente da Napoleone in cambio della Savoia e di Nizza, rivendicate quale
indennizzo per l'appoggio al Piemonte contro gli austriaci.
Anche la Corsica scelse la via repubblicana, denominandosi Repubblica marinara di Ajaccio per
una sorta di rivalsa verso Genova, di cui era stata un tempo colonia, prima di essere venduta per
quarantamila lire alla Francia.
Chiese per ultima di aderire alla Federazione la Repubblica di San Marino, che, per quanto
gelosa della propria millenaria indipendenza, ravvis nella carta costituzionale un'adeguata garanzia di
poterla conservare.
Cristina e Napoleone continuarono per lungo tempo a incontrarsi, in quello stile gioioso e
appassionato che aveva caratterizzato fin dal primo istante l'avventuroso insorgere del loro amore. A lei
pareva talvolta di sognare, giungendo al punto di temere che nulla di quanto era successo fosse vero.
Lui rispondeva che non aveva senso chiederselo, poich nulla c' di pi reale dei grandi sogni: effimeri
e irrealizzati per loro stessa natura sono soltanto i sogni piccoli, diceva, come i piccoli amori, le
modeste ambizioni e le velleit tutte di una societ che dall'alto del suo trono gli appariva sempre pi
distante, senza storia.
Non era un discorso condivisibile per Cristina, che della giardiniera aveva conservato tutta la
fresca illusione di poter cogliere fiori che servissero soltanto alla felicit del genere umano. C'era per
nel disincanto crescente dell'amico per gli affanni della gente comune una giustificazione sottile,
poich non scaturiva da riflessione politica o filosofica ma dal puro vezzo romantico di affermare
l'intensit del proprio sentire. Come se non fosse quello di re il suo mestiere ma di letterato, di artista,
di poeta, inguaribilmente teso a infondere una certa febbre visionaria in tutto ci che sfiorava.
E quando lei si profondeva in dubbi sulle cose passate - fino a
domandarsi se fossero davvero accadute - lui si rifugiava nelle cose future, opponendo ai suoi
ricordi progetti. Ed era il modo pi rassicurante per farle comprendere l'inutilit d'interrogarsi su ci
che in ogni caso non si poteva cambiare, vita o sogno che fosse, persuadendola che solo nell'avvenire (e
nemmeno era certo) potesse ritrovarsi l'emozione di quei viaggi che per sentieri rupestri conducevano
al giardino.
Il diradarsi dei loro appuntamenti per la gravosit dei rispettivi ruoli politici - e per la sfortuna
che and abbattendosi con gli anni su Napoleone - non attenu la loro amicizia. Cristina mor in
un'assolata giornata del luglio 1871 a Milano, nel pieno esercizio delle sue funzioni presidenziali,
appena in tempo per evitare di assistere alla rovina dell'amico, detronizzato dai tedeschi ed esiliato nel
Kent dopo una serie di umilianti sconfitte.
Erano nati entrambi nel 1808 e avevano condiviso da coetanei, con euforia e curiosit, gli eventi
straordinari nei quali la storia li aveva coinvolti. Senza distinguere sempre il sogno dalla realt, ma
sempre ansiosi di rendere reali i propri sogni.
...
BIBLIOGRAFIA.
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Lettere apostoliche della santit di n.s. papa Pio VII, colle quali si condanna la societ detta de
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Pellegrino Nicolli, La carbonera e sette affini del risorgimento italiano, Vicenza, s.e., 1931.
Augusto Pierantoni, I carbonari dello Stato pontificio ricercati dalle inquisizioni austriache nel
Regno lombardo-veneto (1817-1825), Roma, Dante Alighieri, 1910.
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Paolo Spinelli, La vendita dei carbonari aspiranti alla perfezione di Santerano in Colle nel
1820-21, Bari, Centro Italiano di cultura
Pensiero ed arte, 1975.
IL GRANDE VOLO DELLAQUILA BICIPITE
1859: Se il Granducato di Toscana non avesse aderito al Regno d'Italia
Enrico Rulli
Il 16 e il 20 agosto del 1859 la Consulta del Granducato di Toscana, riunita nel salone dei
Cinquecento di Palazzo Vecchio, vot due decreti storici. Il primo dichiarava che la dinastia lorenese
era incompatibile con l'ordine e la felicit della Toscana e che non vi e modo alcuno per cui tale
Dinastia possa ristabilirsi (...) a regnare di nuovo. Con il secondo, si dichiarava che era fermo voto
della Toscana di far parte di un forte regno costituzionale, sotto lo scettro del re Vittorio Emanuele.
I due decreti vennero votati a grande maggioranza: rispettivamente centosessantotto e
centosessantatr deputati su centosettantadue.
La Toscana, nei disegni piemontesi, era un tassello importantissimo per giungere alle annessioni
territoriali che in poco tempo avrebbero dato origine al Regno d'Italia. La decisione della Consulta fu la
conseguenza di una serie di errori gravissimi dell'allora granduca di Toscana Leopoldo II, e soprattutto
della sua inerzia di fronte all'incalzare degli eventi. Convinto illiberale, Leopoldo non volle mai
concedere la Costituzione e anche quando vi fu costretto dai moti di piazza, alla prima occasione,
spalleggiato dalle truppe austriache, la ritir. Anche la sua tardiva abdicazione a favore del figlio, il
giovane Ferdinando IV, non serv a nulla.
Se solo avesse dimostrato un po' pi di lungimiranza e acume politico, la storia avrebbe potuto
essere diversa...
CAPITOLO Villi DAL GRANDUCATO DI TOSCANA AL REGNO
DELL ITALIA CENTRALE.
IL BUON GOVERNO DI FAMIGLIA.
Per poter comprendere le ragioni che portarono alla creazione del Regno dell'Italia centrale, e
quindi, in epoca pi tarda, della Libera federazione italiana, occorre risalire innanzitutto alle ragioni
che frustrarono i disegni del Cavour, il quale invece gi nel 1837 mirava a
una sola Italia, unita sotto la guida della sua serenissima maest Carlo Alberto.(1)
Esse vanno innanzitutto ricercate nel modo in cui i Lorena governarono il Granducato di
Toscana, che contraddistinse tutti i regnanti senza eccezione e che pu a buon diritto fregiarsi del nome
che lo stesso Leopoldo II gli dette: il buon governo di famiglia.(2) I Lorena, in quanto ramo cadetto e
strettamente imparentati con gli Asburgo, ne condividevano, insieme ai Borbone, la forte impronta
illuminista. Tutti i regnanti toscani riponevano grande fiducia nella ragione umana e nella sua capacit
di trovare risposte alle questioni.
Altrettanto grande fu la sfiducia verso gli interventi sull'evoluzione delle cose operati con il
ricorso alla violenza; gi nel 1789, un anno prima della sua partenza per Vienna, Pietro Leopoldo,
secondo granduca, detto il saggio, parlava con disprezzo dei dottorini, ovvero degli ideologi
interventisti, per i quali ogni mezzo era lecito.
La monde va de lui-mme, soleva dire.
Come si legge nelle memorie di Leopoldo II, sin dal 1824, anno della sua ascesa al trono,
enormi sforzi erano stati fatti per migliorare la vita delle genti toscane.
Scrive il granduca: Niente  stato trascurato: al posto delle paludi infestate dalla malaria ora vi
sono prati, oliveti e campi; buone strade che collegano tra loro localit fiorenti; metalli che vengono
impiegati in produzioni industriali di ogni sorta.(3) Il granducato aveva stanziato circa venti milioni di
lire per la bonifica della Maremma (pi della met delle entrate annuali dello stato) e tre milioni e
mezzo per la bonifica della palude di Bientina, a sud di Lucca, senza considerare quanto adoperato per
la Val di Chiana, vicino ad Arezzo. Nelle tre zone furono guadagnate ottantanove miglia quadrate di
terreno coltivabile, una superficie poco pi piccola della met del lago di Costanza, il pi grande lago
dell'Europa centrale!(5).
Ma il buon governo non fin qui: fu ampliato e rimodernato il porto di Livorno, costruita una
fitta rete ferroviaria e stradale, avviata la costruzione della tratta ferroviaria appenninica per collegare
Firenze a Bologna, opera sociale, una delle maggiori d'Europa,(4) che sarebbe stata completata nel
1868 sotto la guida del figlio Ferdinando IV.
Ne beneficiarono importazioni ed esportazioni, che crebbero in misura mai vista, le banche di
commercio fiorirono, una serie di
imprese industriali divennero medie e talvolta grandi. La produzione industriale e artigianale
pot competere con l'estero. La disoccupazione venne grandemente abbassata e il tenore di vita del
popolo minuto aumentato.
Per questo, al contrario di quanto accadde in altri stati italiani ed europei, non vi furono moti di
popolo n disordini fomentati da rivoluzionari o liberali.
Come abbiamo visto nel capitolo precedente, custode e artefice della politica lorenese fu
Vittorio Fossombroni.
Di quanto aveva fatto, nel 1830 egli stesso scrisse con orgoglio:
Nell'irrequieto periodo di cinquant'anni (...) cangi sette volte la dominazione della Toscana,
senza che fosse giammai permesso al sottoscritto di restare inoperoso.(5).
Il romagnolo Luigi Carlo Farini, accanito avversario degli Asburgo, di temperamento sanguigno
e impulsivo, ne d di lui invece un ben diverso ritratto: Era il Fossombroni giunto a quell'et in cui
nelle fredde nature il cuore si gela.(6)
Fossombroni era un illuminista convinto. Di natura estraneo a qualsiasi entusiasmo, amava
soppesare obiettivamente ogni pr e contro prima di avanzare proposte, in una forma che apparissero
risoluzioni cui mancava la firma dei regnanti. Affiancato dal collega e amico Neri Corsini, con il quale
condivise per molto tempo il peso del governo, credeva che l'economia procedesse da s nella direzione
migliore. Fu per questo propugnatore del libero scambio, e strenuo difensore dell'indipendenza della
casa Asburgo- Lorena dalle ingerenze esterne, comprese quelle di Vienna. Con il tempo venne a
delinearsi nel primo ministro una politica che respinse sia la sfrenata libert che
l'assolutismo di Napoleone, arrivando a scrivere:  possibile che vi sia tra questi due estremi
un termine medio di perfezionamento (...) La forza dei costituzionali pu essere il nocciolo d'una forza
fiduciale, la quale, unita a una buona legislazione (...) renda stabile un governo.(7).
Moderato, riteneva che la civilizzazione marcia, ma non si pu far saltare.(8). Per questo, in
occasione della rivoluzione francese del 1789 convinse Pietro Leopoldo a lasciare tutto com'era, e
parimenti si comport in occasione della rivoluzione del luglio 1830. Parve a ognuno che la Toscana
rimanesse sotto Leopoldo II e il suo ministro quella che era sempre stata, senza che fosse fatto nessun
serio tentativo
di cambiare sia pure gradualmente le strutture ormai invecchiate dell'amministrazione. Gino
Capponi, fervente liberale, ebbe a sentenziare: preoccupazione costante del Fossombroni  quella di
vivere a lungo, comodamente e in tranquillit, corrompendo le forze vitali del suo paese e quelle del
governo.(9).
Invece, l'insigne statista aveva gi pronto da tempo - e avrebbe fatto in modo che il suo allievo e
successore Giuseppe Montanelli, insegnante presso l'Universit di Pisa, proponesse al momento
necessario e facesse approvare - un atto costitutivo le cui prime pagine
sicuramente furono studiate gi al tempo di Pietro Leopoldo.(10).
Del resto gli effetti della sua politica libertaria e tollerante erano sotto gli occhi di tutti. E se
solo i liberali si fossero fermati a riflettere, avrebbero compreso che quella imboccata da Fossombroni
era l'unica strada possibile. Convinto illiberale, infatti, Leopoldo II non avrebbe mai concesso alcuna
costituzione e, se costrettovi, l'avrebbe fatto in epoca troppo tarda per non apparire sospetta, per poi
sicuramente subito ritirarla. Questo avrebbe scontentato le anime focose che aspiravano alla "libert", e
quindi, di fronte ai rivolgimenti che si stavano preparando in Italia, avrebbe portato prima a un
allontanamento della casa regnante dal sentire comune della gente e quindi avrebbe anche potuto
mettere in crisi il trono, creando un vuoto di potere di cui sicuramente avrebbe profittato il Piemonte,
per saziare le proprie ambizioni territoriali. Poi, forti della Toscana, chiss dove sarebbero arrivati i
Savoia, sotto la guida del loro abile ministro Camillo Benso, conte di Cavour.
Invece il Fossombroni, subendo in questo le continue e severe censure da parte del principe
Metternich, che gli faceva giungere a Firenze tramite i suoi plenipotenziari, condusse una politica che
da una parte mirava a contenere al minimo l'influenza sulla Toscana da parte dell'Austria, dall'altra a
garantire quanto pi possibile la libert di opinione e di stampa, bene questo molto raro nell'Italia
dell'epoca. La sua politica sempre sul filo del rasoio fece s che fino all'anno della sua morte non fosse
possibile uno scontro fra conservatori e liberali, non solo, ma fra il governo e le varie forze che
propugnavano il risorgimento italiano.
Per anni, con tecnica raffinata, lo statista riusc a evitare clamori che rinfocolassero le passioni
politiche.
L'OMBRA DEL TRICOLORE.
Alla fine del marzo 1856 Cavour, durante il discorso tenuto a Parigi in occasione della
conferenza per la pace nella guerra di Crimea, escluse la Toscana dalle accuse di responsabilit nei
moti rivoluzionari in Italia, addossandone la colpa all'Austria, al governo pontificio e ai Borboni.
La Toscana subiva poco l'influenza dei fermenti risorgimentali. Ad esempio, quando il 30 luglio
1857 circa trecento mazziniani, guidati da Maurizio Quadrio, in contemporanea alle insurrezioni di
Genova e Sapri, assaltarono a Livorno le sedi del governo e della milizia, furono facilmente fermati e
dispersi.
Questo non significa che non vi furono tentativi nel sobillare la popolazione, specie da parte dei
mazziniani, di cui il gruppo pi organizzato fu la Societ nazionale guidata da Ferdinando
Bartolommei.
Costui venne arrestato e condannato a sei anni di carcere per attivit contro lo stato, pena poi
commutata in esilio. Una volta libero, il rivoluzionario si rifugi presso Cavour, che pens di farne uno
strumento per rovesciare il potere granducale, rimandandolo oltre Appennino in clandestinit. La sua
fine ingloriosa fu un segnale forte di come i moti rivoluzionari non avrebbero mai potuto attecchire nel
dominio degli Asburgo- Lorena. Il Bartolommei infatti credeva di trovare nelle citt toscane, prima fra
tutte Livorno, un forte malcontento, sia tra il popolo minuto che tra inobili e gli intellettuali.
Invece trov una minoranza di teste calde, tra le quali ebbe facile presa, e una maggioranza di
persone equilibrate che presto lo denunciarono all'autorit costituita. Arrestato il 19 luglio 1859, mentre
cercava di riparare fuori del Granducato, fu nuovamente spedito in carcere. Al processo venne
giudicato e trovato reo di attentato allo stato e alla sacra maest del granduca. Quest'ultimo era il
giovane e appena insediato Ferdinando IV, il quale l'avrebbe anche perdonato e rispedito in esilio, a
dimostrazione, se ce ne fosse stato ulteriore bisogno, della benevolenza e tolleranza del suo governo,
ma lo precedette una lettera del conte Benso, il quale richiedeva il prigioniero Batolommei (...) che,
per essersi macchiato di gravi colpe verso l'illustrissima figura di Vittorio Emanuele, re di Sardegna
veniva richiesto essere consegnato nelle
proprie mani della giustizia reale,(11), ovvero a un plotone di granatieri appositamente spediti
e latori del messaggio.
Messa in questo modo, diveniva un affare di famiglia, in quanto Vittorio Emanuele era figlio di
Maria Teresa di Asburgo Lorena-Toscana, sorella di Leopoldo II, che aveva sposato nel 1817 Carlo
Alberto. I due regnanti erano quindi cugini.
Consegnato Bartolommei ai piemontesi, questi organizzarono in tutta fretta un processo burla e
lo condannarono alla sentenza capitale.
Sentenza che venne eseguita nel cortile del carcere militare di Torino, dove il rivoluzionario fu
impiccato all'alba del 12 ottobre dello stesso anno.
In realt Cavour non perdonava al Bartolommei il suo fallimento. A nulla valsero gli sforzi per
la grazia di Mazzini e della Assing, che a Firenze si appellarono direttamente al granduca. E
l'impressione per questo crudele omicidio, perch altro non fu, divenne un'ulteriore ragione del
crescente disamore di larghe fasce di liberali verso il Regno piemontese, e il conseguente parziale
fallimento delle sue mire espansionistiche.
Il coinvolgimento toscano nella questione dell'Italia unita deriv dal fatto che francesi e
piemontesi si accordarono per una guerra contro l'Austria avente due obiettivi: cacciata degli austriaci
dall'Italia fino alle porte di Vienna, e stipulazione del trattato di pace con conseguente ripartizione della
penisola in tre stati, in una forma simile a quella proposta nel 1846 dall'ufficiale piemontese Giacomo
Durando nel suo libro Sulla nazionalit italiana. Il Regno dell'Italia settentrionale sarebbe andato sotto
il dominio dei Savoia e doveva comprendere tutte le regioni della pianura del Po, il Lombardo-Veneto,
Parma, Modena e le legazioni settentrionali dello Stato pontificio. Il Regno gi esistente delle Due
Sicilie doveva invece rimanere ai Borboni, purch non partecipassero alla guerra a fianco dell'Austria.
In caso contrario al loro posto sarebbero stati insediati i Murat. Il terzo Regno, quello d'Italia centrale,
avrebbe dovuto comprendere il Granducato e le parti dello Stato pontificio restanti dalla annessione dei
Savoia, con l'eccezione di Roma e dintorni, da rimanere nelle mani del papa, che sarebbe stato risarcito
della perdita dei suoi territori con la presidenza della federazione dei tre regni. L'idea, recuperata e
riproposta da Vincenzo Gioberti, piacque molto a Napoleone Terzo che la approv, insieme al
resto del piano, in un incontro segretissimo che lo vide a Plombirs insieme al solo Cavour per
due giorni, il 20 e il 21 luglio 1858. In quello stesso incontro vennero discusse anche le sorti di
Leopoldo II.
Questi era inviso a entrambi in quanto troppo coinvolto con l'imperatore d'Austria, dati anche
gli stretti legami parentali (erano cugini di primo grado); inoltre, gi a sud avrebbero regnato i Borbone,
anch'essi uniti da forti legami di sangue all'Austria.
L'imperatore francese pensava di sostituire il Lorena con suo cugino, Napoleone Gerolamo,
meglio conosciuto come Clo-Clo, a cui avrebbe dato in moglie la quindicenne figlia di Vittorio
Emanuele, Clotilde. In alternativa si fece il nome della duchessa di Parma.
In quanto alla ragione scatenante del conflitto si pens di dare la colpa all'Austria, prevedendo
una sollevazione patriottica nei territori di Massa e Carrara, allora sotto il controllo del duca di
Modena. Questi non avrebbe potuto che chiedere aiuto all'Austria, la quale non si sarebbe di certo tirata
indietro. Sarebbe sicuramente scoppiato un conflitto, dato che il Piemonte avrebbe appoggiato i
rivoltosi, e gli Asburgo avrebbero anche fatto la figura degli aggressori.
In realt, Cavour pensava che l'instabilit derivante da queste manovre avrebbero potuto portare
facilmente alla caduta del Regno delle Due Sicilie, costretto a schierarsi a fianco degli austriaci, male
organizzato e attraversato da continui sussulti di ribellione contro il mal governo e la corruzione che vi
regnavano. Quindi, un gruppo ben determinato di rivoluzionari, guidati da una testa calda che avesse
presa sulle genti e avesse nomea di eroe, poteva facilmente far sfuggire di mano la situazione e
stravolgere lo scenario pensato da Napoleone Terzo, portando all'unificazione di quelle regioni sotto il
dominio piemontese.
E, a fronte della nascita di un tale stato, che sicuramente avrebbe annesso anche i legati pontifici
delle Marche, la piccola Toscana non avrebbe avuto altra soluzione che capitolare e unirsi in un unico
grande regno.
Lo statista piemontese gi vedeva un forte asse Parigi-Torino, che avrebbe potuto insidiare il
potere della famiglia imperiale asburgica. I suoi pensieri infatti erano ancora pi lungimiranti. Tra le
sue carte sono stati ritrovati appunti relativi a piani per sobillare i piccoli regni germanici, aiuti ai
patrioti ungheresi, e ai repubblicani austriaci, che, se andati a buon fine, avrebbero minato alle
fondamenta il potere
asburgico a tutto vantaggio di una Italia degna cos di sedere al fianco delle grandi.
Cavour aveva anche individuato a chi affidare la missione di destabilizzazione del Regno delle
Due Sicilie: il generale Giuseppe Garibaldi, da molti ritenuto un eroe e trascinatore di popolo, nonch
fervente patriota. Figura dimenticata del cosiddetto risorgimento, era costui un ottimo stratega, che
aveva dato pi volte eccellente prova di s come generale, nei moti rivoluzionari di mezzo mondo. Era
infatti intervenuto contro il governo imperiale brasiliano e durante la guerra di indipendenza
dell'Uruguay dall'Argentina. In Italia si era distinto durante la prima guerra austro-piemontese alla
guida di un corpo di irregolari che aveva battuto pi volte gli asburgici. Soprattutto era conosciuto per
il modo in cui, il 30 aprile 1849, a capo di esigue e male armate forze della neonata Repubblica
romana, aveva respinto il soverchiante esercito francese, tenendolo poi in scacco fra continui assalti
fino al primo di luglio. Entrato nell'esercito piemontese, ne aveva guidato durante la seconda guerra
austro-piemontese il corpo dei Cacciatori delle Alpi.
Garibaldi era gi stato sia in Piemonte che in Toscana in cerca di volontari da unire in un
esercito risorgimentale. Se aveva avuto un discreto seguito a Torino, nel regno di Leopoldo non aveva
ottenuto praticamente nulla. Ferventemente appoggiato da Mazzini, che alla fine del 1858 si era
stabilito a Firenze, aveva tenuto un discorso all'Universit di Pisa, che aveva infiammato i cuori.
Montanelli, forte del proprio prestigio e ascendente sugli studenti, con poche, pacate e sincere parole
aveva per prontamente provveduto a raffreddare gli animi.
LA MARCIA TOSCANA VERSO LA COSTITUZIONE.
Nonostante la segretezza con cui si era svolto, l'incontro di Plombirs si riseppe, destando
notevole impressione nell'opinione pubblica. A proposito di come la Toscana reag, ecco cosa scrive
alla corte di Vienna il rappresentante austriaco a Firenze: I liberali di tutte le fazioni vedono in esso un
avvenimento importante per l'unificazione dell'Italia, mentre i seguaci dell'ordine biasimano
sinceramente questo incontro, se esso ha avuto luogo, del quale soltanto la notizia produce un
sentimento di sfiducia nella durata della tranquillit in Italia.(12).
Nell'autunno del 1858 il fiorentino Vincenzo Salvagnoli, rappresentante di spicco
dell'opposizione al granduca, tent, riuscendoci, di entrare in contatto con Napoleone Terzo. Egli era
sicuramente all'oscuro delle decisioni prese a Plombirs, non vi sono infatti documenti che suffraghino
questa ipotesi, ma consegn al re francese una memoria che stranamente coincideva in gran parte con
quanto Cavour e Napoleone avevano concordato.(13).
Lo scritto di Salvagnoli, per sua fortuna, non divenne pubblico che undici anni dopo. Il
granduca Ferdinando IV, venutolo a sapere, e con il parere contrario del suo ministro alla Giustizia, che
avrebbe voluto quanto meno incarcerare il colpevole, si limit a una fragorosa risata e, come riferisce il
ciambellano di corte nelle sue memorie, dispose che al prossimo ballo o festa da tenersi nel Palazzo di
Pitti venisse invitato anche il signor Salvagnoli, che Sua Eccellenza avrebbe avuto davvero piacere di
conoscere un tal ingegno.(14).
Purtroppo il Salvagnoli non ebbe mai a incontrare il granduca, perch, venutagli la voce che il
proprio scritto era stato scoperto, si dette a fuga precipitosa e, raggiunta Londra, vi visse da esule fino
al 1876, anno in cui mor di febbre tifoidea.
Leopoldo, pur contro le sue inclinazioni (era di convinta cultura illiberale) si decise, su
pressione di Montanelli e del figlio (il futuro Ferdinando IV), a concedere la Costituzione. Si trattava di
quella studiata dal Fossombroni, basata su un antico progetto risalente alla met del Settecento che suo
nonno Ferdinando III aveva in testa prima della morte di concedere, motu proprio.
La promulgazione della costituzione sbilanci notevolmente i mazziniani e in genere le teste
calde. Durante la seconda guerra austro-piemontese, un manipolo di giovani toscani aveva varcato i
confini per arruolarsi nell'esercito savoiardo. Ma l'entusiasmo di quei giovani per la guerra non era
condiviso n dal popolo n tantomeno dalla borghesia e dalla nobilt, che per doppio diritto di nascita e
di censo aveva accesso al voto.
Il 1859 segna la data delle elezioni della Consulta, il parlamento voluto dalla costituzione
lorenese.
In una lettera del 16 febbraio 1859, a proposito di Ferdinando, ormai da tutti additato come
immediato successore di Leopoldo, Alberti, che era il suo consigliere, scrisse ad Amerigo Antinori: 
bene che da tutti
sia riconosciuto come centro e come quello al quale gli altri possino consigliarsi e che al
momento opportuno prender l'iniziativa desiderata.(15). Poco pi in gi aggiunse: L'opinioni sue
sono quelle di un vero toscano. Non vuole austriaci, non unit piemontese, non occupazioni militari,
non chiassi di canaglia, non libert smodate, ma regime libero e forte simile al francese.(16).
Con un nuovo colpo di scena, alla vigilia delle elezioni, Leopoldo abdic, lasciando che
Ferdinando cingesse la corona granducale.
Figlio della seconda moglie di Leopoldo, Maria Antonia di Borbone-Sicilia, questi era nato il 10
giugno 1835. Era dunque, per i parametri dell'epoca, giovanissimo. Alto quasi un metro e novanta,
magro, quasi dinoccolato, aveva l'abitudine di camminare curvo, quasi a chinarsi verso i propri
interlocutori. Dai Lorena aveva ereditato i capelli gialli e stopposi e il labbro prominente che gli dava
un'aria perennemente corrucciata. Per questo i fiorentini l'avevano ribattezzato Broncio. Lo
chiamavano anche Canapone, per via del colore dei capelli. Sin dalla pi tenera et aveva dato prova
di un carattere pensoso, simile a quello del nonno, di cui portava il nome. Estremamente intelligente,
eccelse nella letteratura e nelle scienze, per le quali nutr una grande passione.
Libertario, tollerante, dalla vita morigerata, nonostante la giovane et, era molto popolare sia
nella capitale che in tutto il Granducato.
All'epoca, a fronte di una popolazione di un milione e ottocentomila abitanti, avevano diritto al
voto circa settantamila persone. Alle elezioni parteciparono solo trentacinquemila persone, che elessero
un parlamento conservatore che espresse pieno appoggio al granduca, sconfiggendo la linea di Bettino
Ricasoli, il cui obiettivo finale non era neppure la divisione dell'Italia nei tre stati stabiliti a Plombirs,
ma addirittura l'unit al Regno di Sardegna.
L'assemblea eletta si riun nel salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio il 16 e il 20 agosto del
1859 votando due decreti storici. Il primo dichiarava che la dinastia lorenese era l'unica compatibile
con l'ordine e la felicit della Toscana e che non vi  modo alcuno per cui tale dinastia possa essere
impedita di regnare nella Toscana. Con il secondo, l'assemblea dichiarava che era fermo voto della
Toscana di rimanere indipendente e di non volere entrare a far parte di un forte regno costituzionale,
specie se lo scettro venisse retto da re Vittorio Emanuele di Savoia.
I due decreti vennero votati a grande maggioranza: rispettivamente centosessantotto e
centosessantatr deputati su centosettantadue.
Ebbe a scrivere con soddisfazione Galeotti: Ambedue le volte essa intervenne a manifestare
come un tribunale di giurati, la mano sulla coscienza, la volont e i voti del paese.(19) Rinsaldato il
potere, vi era adesso da sventare le mire del Cavour.
Ferdinando II di Borbone, re delle due Sicilie dal 1830, cugino di Leopoldo II, per aver sposato
nel 1837 Maria Teresa di Austria, non era amato dalla popolazione sulla quale regnava. Non gli erano
stati perdonati la corruzione e la disorganizzazione che regnavano in tutto il paese, e albergavano
principalmente tra i suoi ufficiali e impiegati dello stato, e che pareva egli stranamente incentivasse con
un disinteresse assoluto. A ci si erano aggiunti gravi episodi, come il bombardamento di Messina (3-8
settembre 1848). Tutta la Sicilia, prendendo spunto dai mori che nel 1848 infiammavano l'Europa, si
era ribellata, non tanto per ragioni di italianit, quanto per ottenere l'indipendenza da Napoli. La
ribellione si era ben presto estesa al popolo minuto, che vi aveva aderito pi che per amore di libert,
per le intollerabili condizioni di vita a cui era costretto, e che intaccavano pericolosamente anche il
benessere faticosamente raggiunto dalla societ borghese. A fronte della sollevazione, Ferdinando
aveva mosso la flotta dal porto e Napoli e, portatala di fronte alla citt, l'aveva cannoneggiata senza
piet, finch i rivoltosi non avevano innalzato bandiera bianca. I capi erano quindi stati passati per le
armi e la stessa popolazione sottoposta a un regime speciale che aveva sospeso le poche libert
concesse dal regime dispotico del re. Per questo episodio Ferdinando venne soprannominato
il re bomba, nomignolo che divenne famoso anche presso le corti di mezza Europa.
All'improvviso, nel 1859, Ferdinando mor, e il suo posto venne preso dal primogenito
Francesco II. Questi, nato nel 1836, e quindi quasi coetaneo del cugino Ferdinando IV, era di carattere
e idee molto simili; ereditava per un regno ben diverso dalla tranquilla e ordinata Toscana.
Fu in questa situazione che Cavour gioc la carta Giuseppe Garibaldi.
Pur non intervenendo mai direttamente, aveva manovrato in modo da spingere il generale,
amareggiato dall'armistizio di Villafranca, con il quale era stato posto fine al secondo conflitto
austro-piemontese, a
organizzare una spedizione che avrebbe sovvertito il gi precario ordine pubblico siciliano. I
fondi erano procurati dalla massoneria inglese, con la quale Cavour intratteneva stretti rapporti.
Quest'ultima vedeva da una parte l'opportunit di creare il famoso Stato italiano di cui tanto si parlava
ormai da decenni, dall'altro la possibilit di coinvolgere Francia e Austria in un conflitto da cui uno dei
due, se non entrambi, sarebbero usciti indeboliti. La posta era l'influenza dell'Inghilterra sull'Europa,
ma anche il dominio di buona parte del resto del mondo, visto che in quel periodo si andavano
espandendo e consolidando i domini delle grandi potenze europee in Africa e Asia.
Garibaldi radun un pugno di volontari, per la precisione milleottantanove, che partirono da
Quarto, presso Genova il 5 maggio 1860. L'obiettivo era quello di raggiungere il porto di Aiaccio dove
gli uomini sarebbero stati riforniti di armi e munizioni.
Tra i volontari si trovavano anche ottanta toscani, racimolati tra i pi ferventi mazziniani. Ci
che Garibaldi non sapeva  che da tempo in quegli ambienti si erano infiltrati agenti di Giovanni
Berchet. Era costui capo della polizia e della milizia, e quindi il braccio esecutivo di Montanelli. Se il
regime granducale era benevolo, ci non doveva necessariamente significare che fosse anche sventato.
Si avvaleva invece di una ben radicata struttura di polizia che si occupava di operare censure e controlli
sull'operato di tutti i radicali presenti nel Granducato.
Berchet sapeva cosa sarebbe accaduto, e l'aveva riferito al capo del governo, che a sua volta
l'aveva riportato al granduca. Questi aveva subito scritto due lettere: una a Vienna, dove Metternich
continuava sia pur faticosamente a controllare le sorti dell'Europa, l'altra a suo cugino Borbone, per
metterlo in guardia. Ma l'azione granducale non fin qui.
Tra i volontari toscani infatti vi erano cinque infiltrati: il tenente colonnello Giovanni Granucci
(1838-1914) e il sottotenente Giovanni Mortedo (1836-1901), scelti dallo stesso Garibaldi come propri
ufficiali, i livornesi Tertulliano Bonan Ranieri (1815-1875) e Jacopo Bulgheresi (1844-1918) e
Francesco Vicini, nome preso da ignoto per nasconderne l'identit. In effetti la mossa di Berchet fu
talmente abile che i documenti attestanti la vera identit di Vicini sono andati perduti e si possono solo
avanzare delle ipotesi. Voci dell'epoca vogliono che il misterioso personaggio fosse una personalit
assai prossima al governo granducale, se non addirittura lo stesso Berchet (ipotesi questa
improbabile).
I rivoltosi fecero tappa nel porto di Aiaccio, dove furono riforniti delle armi promesse. In realt
il conte di Cavour aveva preso in considerazione l'eventualit che la spedizione garibaldina non
andasse a buon esito e si era premunito per impedire che qualsiasi coinvolgimento potesse essere
addebitato al suo governo. Le armi quindi erano di diversa provenienza, e di scarsa qualit. Come ebbe
a esclamare Nino Bixio, luogotenente di Garibaldi, questi son catenacci, anzi catenaccioni!(17). In
quanto alle munizioni promesse furono poche, cos come nulle le artiglierie. La pochezza
dell'armamento era tale che nelle sue memorie, il generale ebbe a scrivere: Andammo avanti lo stesso,
perch il dovere ce lo imponeva, ma mi si stringeva il cuore al pensiero di que' coraggiosi ragazzi e del
periglio che li attendeva.(18).
Dopo due giorni e tre notti di navigazione i brigantini giunsero in vista dell'isola siciliana e
presero terra nel porto di Marsala. Qui per si trovarono di fronte a forze predominanti, mentre la via
del mare veniva rapidamente preclusa da quattro potenti fregate borboniche. Se non vi furono quasi
spargimenti di sangue, il merito va ascritto principalmente a Vicini, il quale durante il viaggio aveva
saputo conquistarsi cos bene la fiducia di Garibaldi da essere chiamato per un consulto privato insieme
al solo Bixio. Quest'ultimo, di fronte alla indecisione di Garibaldi, che ben si rendeva conto della
situazione disperata ed esitava a sacrificare le proprie truppe, con foga perorava il combattimento a
ogni costo, che sarebbe stato meglio morire invece di vivere da vigliacchi con tale peso sulla
coscienza.(19).
Con mossa improvvisa Vicini gli spar a bruciapelo un colpo di pistola in faccia, rivolgendo poi
l'arma su Garibaldi. Era il segnale perch gli altri infiltrati entrassero in azione: con un rapido colpo di
mano arrestarono il generale e presero il controllo dell'arsenale.
Avvertito il generale a capo del corpo d'armata borbonico, preventivamente istruito, i volontari
vennero arrestati e tradotti a Palermo.
Quasi tutti sarebbero stati liberati dopo sei mesi di dura detenzione, con l'eccezione dei capitani
dell'esercito garibaldino e dello stesso generale, i quali, trovati colpevoli di tentata insurrezione,
vennero condannati a morte.
La sentenza non venne mai eseguita. Su consiglio del cugino
Ferdinando, Francesco II colse l'occasione per dimostrare la propria clemenza. Il generale e i
suoi ufficiali vennero tradotti presso il carcere militare di Palermo, ove furono condannati a scontare
vent'anni di lavori forzati durissimi.
Sempre su consiglio di Ferdinando, alla fine di ottobre venne promulgata una carta
costituzionale, sul modello di quella toscana, che assegnava notevoli libert alla Sicilia.
IL TRADIMENTO DI MAZZINI.
Il Granducato aveva una consolidata tradizione di tolleranza e accoglienza che ne aveva fatto
negli anni una meta ambita per tutti coloro che per una ragione e per l'altra avevano dei conti in sospeso
con i propri paesi. Tra questi spiccava Ludmilla Assing (1821-1880), prussiana, di fede radicale, che
era fuggita dal proprio paese nel 1844
dopo aver pubblicato le memorie del proprio zio, lasciate in eredit alla morte di questi con un
cospicuo patrimonio. Lo zio, generale del Kaiser, aveva annotato nei propri diari diversi retroscena e
pettegolezzi che gettavano una cattiva luce sull'intera famiglia regnante. Per questo la giovane era stata
condannata a morte ed era fuggita, trovando rifugio nell'ospitale Firenze. Colta, infaticabile scrittrice,
conoscitrice di quattro lingue, la Assing era divenuta ben presto corrispondente dei principali giornali
francesi, inglesi e tedeschi del tempo. Donna esuberante, aveva aperto un famoso salotto nella
meravigliosa villa che si era fatta costruire alle porte della citt, nella attuale via Alamanni.
Di fervente credo progressista, il suo salotto aveva presto attirato molte delle principali
personalit dell'epoca. Alle sue serate erano intervenuti il giovane Giovanni Verga, il giovanissimo
Stphane Mallarm, Charles Baudelaire (1821-1867), i filosofi Karl Marx e Friedrich Engels, il
fuoriuscito rivoluzionario e ormai anziano Guglielmo Pepe (1783-1862), e soprattutto Giuseppe
Mazzini, che ne era diventato il protetto.
Il 14 aprile 1860 Guglielmo Pepe era giunto a diverbio con Baudelaire.
Pare che la questione fosse l'influenza del papa nelle cose italiane e se la chiesa avesse dovuto
possedere un regno, come quello pontificio, o se invece si sarebbe dovuta accontentare di quello
spirituale. Mazzini, presente alla discussione, uomo sanguigno di grande impeto e forza
ragionativa, aveva ben presto riscaldato gli animi, al punto che i due si eran reciprocamente
sfidati a duello. A niente era servito l'intervento di Engels che aveva tentato di riportare i due litiganti
alla ragione.
Il duello era avvenuto all'alba del giorno successivo, ed era finito dopo che Pepe aveva ricevuto
un graffio sul braccio. In quella occasione Berchet, avvertito, aveva discretamente provveduto a far
circondare l'area del duello dai suoi uomini, pronti a intervenire nel caso in cui uno di due si fosse
seriamente fatto male.
Ferdinando IV, che aveva ereditato dal padre il carattere tollerante, era per anche ansioso di
mostrare a se stesso e al suo popolo che razza di regnante egli fosse. Venuto a sapere della storia del
duello e di chi l'aveva realmente provocato, decise di intervenire.
Mazzini era per la Toscana una spina nel fianco. Convinto repubblicano, le sue tesi erano
talmente estreme e la sua foga oratoria cos travolgente, che non era quasi possibile ragionarci. Aveva
nondimeno una certa presa sulle teste calde, in specie gli studenti universitari che si recava
periodicamente a visitare, sfruttando la benevolenza della sua protettrice che a lui, privo di mezzi,
passava un vitalizio e in pi ne pubblicava i libri, che incitavano alla rivolta. Era giunto anche a fondare
un'associazione semiclandestina, la Giovine Toscana, avente come obiettivo l'ottenere l'indipendenza
dall'odiato straniero e l'unione alle genti italiche,(20), che poi, dopo la disastrosa avventura di
Garibaldi, aveva modificato nella Giovine Europa, in quanto a suo dire tutti i popoli del suolo
europeo, dai tedeschi, agli ungheresi, ai francesi di Aiaccio, dovranno scotersi di dosso l'odiosa genia
delle corrotte case regnanti europee per dare luogo alla pi grande e libera assemblea che mai occhio
umano avesse avuto ventura di contemplare.(21).
Contro il parere di Montanelli, Ferdinando pens quindi di dare un esempio. Scrisse una lettera
al Berchet: Addolorato e inquieto per i recenti turbamenti dell'ordine pubblico, che lei pure cos
mirabilmente ha sanato, sono addivenuto alla decisione di perdonare coloro che cos sconsideratamente
hanno sfidato il nostro benvolere, ma invito la Vostra Eccellenza a procedere nei confronti del signore
Mazzini, che tanto ebbe parte nel fomentare lo scontro, assistendovi per di pi senza nulla fare per
placarlo, e ancora inquieta la nostra anima con discorsi che a ragione riteniamo lesivi della nostra
persona e ancor di pi pericolosi
per la tranquillit del regno. La invitiamo quindi senza indugi a tradurre il sunnominato Mazzini
alle carceri delle Murate, ove con comodo avrei piacere di interrogarlo personalmente.(22).
In effetti il granduca avrebbe potuto tranquillamente invitare a corte il rivoluzionario, ma il fatto
che avesse scelto di farlo prima trarre in arresto era significativo del desiderio del giovane regnante di
dare una svolta alla pacifica politica interna toscana.
Pare, ma non ci sono prove, che il latore del biglietto fosse intimo amico della cameriera
personale della Assing, e che fosse debitore verso la duchessa, la quale era intervenuta una volta a
parare un certo suo debito di gioco. In questo modo fortunosamente avvertito, Mazzini, in compagnia
di Pepe, part di gran fretta da Firenze, cercando riparo all'estero. I due presero la diligenza giornaliera
che dalla capitale, ogni tre giorni, partiva alla volta di Roma, toccando le citt di Arezzo e Siena. La
loro intenzione era di trovare scampo a Perugia e quindi ad Ancona, allora ritenuta amica della causa
rivoluzionaria.
Dal 1846 lo Stato pontificio, e di conseguenza i legati che esso formalmente controllava e che
giungevano fino a Bologna, era retto da Pio IX, che era asceso al soglio pontifcio dopo la morte di
Gregorio XVI. Il papa passava per un liberale avente idee ben precise in merito al governo clericale che
sorreggeva le sorti del suo regno. Fino alla sua venuta, solo i vescovi e i cardinali erano chiamati a
ricoprire le pi alte cariche dello stato. Per la prima volta Pio IX ruppe questa usanza, formando nel
1848 un ministero formato da ecclesiastici e laici.
D'altra parte non poteva farsi vedere troppo liberale e aveva fatto della unit e inviolabilit
territoriale dei suoi possedimenti una bandiera. Del resto anche a lui erano giunte le voci dell'accordo di
Fointembleau e si rendeva ben conto del pericolo rappresentato da Cavour. Aveva quindi rafforzato la
presenza delle milizie confinarie, specie al nord, in previsione di un possibile attacco dei piemontesi.
Accadde dunque che Mazzini e Pepe, braccati da un consistente drappello della milizia
granducale, riuscissero a raggiungere i confini toscani quasi contemporaneamente ai loro inseguitori. Il
luogo prescelto per lo sconfinamento, nei pressi di Citt della Pieve, era presidiato da un forte
contingente di guardie papaline che, sfortunatamente, vedendo giungere le guardie toscane, male
interpretarono il gesto e aprirono il fuoco, uccidendo il comandante e tre guardie. Gli altri si diedero a
precipitosa fuga riportando la notizia a Firenze.
LA GUERRA DI INDIPENDENZA.
Grazie all'appoggio della Francia, profittando della debolezza dell'Austria che nel frattempo,
aiutata dalla Russia, era occupata a sedare il tentativo di secessione dell'Ungheria del 1848, capeggiato
da Lajos Kossuth (1802-1894), il Piemonte aveva dichiarato guerra, riuscendo a ottenere una serie di
vittorie che rapidamente avevano condotto alla annessione della Lombardia, e avevano portato anche i
ducati di Parma e di Mantova nell'orbita del regno sardo.
Al fallimento della secessione ungherese, sedata nel sangue dai soldati di Mettermeli, i capi
della rivolta, gi in contatto con Mazzini e Garibaldi, si erano rifugiati in Italia. Kossuth si trasfer a
Torino, dove risiede fino alla morte. Dei suoi generali e compagni, Stefano Turr (1825-1890) e Gyorgy
Kapka (1820-1892) si erano aggregati a Garibaldi ed erano andati incontro alla ingloriosa e lunga
detenzione nelle carceri militari di Palermo. Alessandro Teleki (1821-1892), invece, richiamato da
Mazzini, con il quale aveva stretto un'amicizia epistolare, si era trasferito anch'egli a Firenze, ove era
stato ammesso nell'accogliente salotto della Assing. Divenuto buon amico della nobile, l'avrebbe poi
sposata, nel 1860, di ritorno dalla guerra di indipendenza.
Dopo aver segretamente organizzato l'avventura dei Mille, pur continuando a osteggiarla in
pubblico, Cavour aveva ammassato truppe al confine romagnolo con i possedimenti papalini. Il suo
disegno era, in previsione dei disordini provocati da Garibaldi, di dover, con la scusa di riportare
l'ordine costituito e con l'appoggio della Francia, invadere i territori papalini, annettendosi cos di fatto
Romagna, Umbria e Marche, per raggiungere i territori borbonici. Quanto al Regno delle Due Sicilie,
una volta sedata la rivolta, sarebbe diventato un protettorato destinato prima o poi a entrare nell'orbita
dell'influenza savoiarda, visto che il nipote di Napoleone Terzo, Napoleone Gerolamo, al quale nel
frattempo, con l'evolversi della situazione italiana, era stato destinato il regno al posto del granducato
toscano, non sembrava in grado di tenersi a lungo il trono.
Ferdinando IV ricevette la notizia dello scontro di frontiera da due messaggeri piuttosto confusi.
La prudenza avrebbe consigliato le vie diplomatiche per dirimere
l'incidente. Ma il giovane granduca, ancora irritato con Mazzini, e ansioso di recuperare agli
occhi dei sudditi parte del prestigio perso (si era risaputo della storia del biglietto e molti erano stati i
motti di spirito sulla faccenda), volle gonfiare l'incidente, interpretandolo come l'avvisaglia di un
tentativo di invasione del regno. Pens quindi in tutta fretta di radunare la guardia civica e l'esercito di
stanza nelle guarnigioni di Livorno e Siena, lanciando contemporaneamente una coscrizione.
Mancava naturalmente la personalit a cui affidare tale congrega di armati. La Toscana aveva
una lunga tradizione di pace. Da oltre quattro secoli infatti il granducato non era rimasto impegnato in
alcuna guerra.
Occorreva quindi qualcuno in grado con il proprio carisma di supplire le mancanze di
armamento e di disciplina che sicuramente avrebbero contraddistinto il corpo di spedizione. Del resto,
ragionava il granduca, non si sarebbe certo giunti a una guerra, e neppure a uno scontro vero e proprio.
Era molto pi probabile che, vedendo la forza raccolta, i papalini avrebbero desistito da qualsiasi
intento offensivo. In quanto ai piemontesi e ai loro amici francesi, era all'oscuro del loro
contemporaneo disegno, e li credeva quindi ininfluenti.
Nello stesso momento, a Roma, papa Pio IX riceveva l'ambasciatore francese che, a nome
dell'imperatore, lo rassicurava sulle intenzioni dell'esercito di Cavour e invece puntava il dito proprio
contro la casa dei Lorena, l'ultimo regnante legato all'Austria ancora saldamente sul trono (i Borbone,
anche se avevano sventato il tentativo di Garibaldi, avevano gravi problemi di ordine interno e la loro
permanenza era vista in maniera piuttosto precaria). Il grave incidente di frontiera poteva essere il
pretesto perch l'esercito dei Savoia, rinforzato da un corpo di spedizione di dodicimila fantaccini
francesi, magari appoggiati da un corpo di spedizione papalino, potesse sferrare un duro colpo alla
disarmata e inerme Toscana.
In precedenza, Pio IX, cos come con Leopoldo II, non aveva avuto grandi contrasti con
Ferdinando IV che, oltre a essere un buon cristiano, aveva sempre dimostrato rispetto per le gerarchie
ecclesiastiche e i loro privilegi. Inoltre era un buon vicino, con cui i papalini intrattenevano un intenso
commercio; di recente, inoltre, si era perfino giunti a un accordo per la libera circolazione della
moneta.
Del resto, il papa non poteva neppure alienarsi le simpatie francesi,
visto poi che l'astro austriaco sembrava in declino. Decise quindi di non opporsi al passo delle
truppe nel suo territorio, e dichiar una sorta di
"neutralit operosa", grazie alla quale gli eserciti francese e lombardo avrebbero ricevuto
supporto logistico.
Nel frattempo Ferdinando, con un'alzata di ingegno che avrebbe contraddistinto anche altri
momenti del suo governo, viste le polemiche che si stavano sviluppando e che tendevano a bocciare
tutti i nomi che avrebbero potuto prendere il comando del suo esercito, decise altrimenti.
Berchet aveva intercettato una lettera di Teleki il quale, scrivendo all'amico Kossuth, gli
raccontava dell'imprevedibile sentimento che era nato con la Assing e del suo desiderio di tagliare
definitivamente i ponti con i moti rivoluzionari. Il granduca aveva invitato a corte la coppia, traendo
l'impressione di una donna di carattere ferreo quant' brutta di viso e di un uomo di bell'aspetto e
belle maniere, un nobile capace senza pi terra (...) in cerca solo di un signore da servire
fedelmente.(23).
Fu quindi a lui che il granduca si rivolse per affidargli la conduzione del proprio esercito.
Tra volontari e coscritti furono raccolti circa ventimila uomini, inquadrati in due divisioni di
fanteria, male armate e ancor peggio equipaggiate. Furono addestrate in meno di dieci giorni e aggiunte
alla forza regolare.
Giunse nel frattempo a Firenze la notizia dell'avanzata dei piemontesi, che gett tutti nello
sconcerto.
La flotta granducale salp in tutta fretta dal porto di Piombino a pattugliare il mare per evitare
sorprese da quel lato; l'esercito di Teleki si mise in marcia, per raggiungere a tappe forzate l'esercito
nemico e sbarrarne il passo. Infatti i savoiardi si erano mossi, occupando le terre romagnole possedute
dal granduca e attestandosi tra Marradi e San Martino in Gattara.
L'8 agosto i due eserciti vennero a contatto. L'esercito piemontese, agli ordini del generale
Bava, era forte di quarantamila uomini, di cui tredicimila cavalieri addestrati e armati di tutto punto, e
poteva contare su trecento cannoni da battaglia. Erano appoggiati dai dodicimila fantaccini francesi, da
una batteria di cinquanta cannoni transalpini e da un corpo di quattromila garibaldini guidati da
Guglielmo Pepe, in
sostituzione del generale ancora detenuto nelle carceri siciliane. Tra loro anche la legione
polacca, capeggiata da Lienzyk Dembinski (1791-1860) che aveva preso il posto del poeta Adam
Mickiewicz (1798-1855), il quale aveva gi organizzato un corpo simile in aiuto degli insorti milanesi,
perdendovi la vita. Anche Mazzini si era aggregato agli irregolari, infiammandone i cuori con discorsi
appassionati.
Per quanto riguarda i rivoltosi toscani, soprattutto a Pisa e Livorno, dove pi accesi erano gli
animi dei repubblicani e pi forte era la presa delle nascente ideologia socialista, si pens
effettivamente di tradire la bandiera granducale, disertando la leva o schierandosi con la parte avversa,
ma le notizie della brutalit degli invasori fecero ben presto desistere i toscani dall'intento.
Infatti, l'esercito invasore proprio a Marradi si rese protagonista di efferatezze gratuite quanto
terribili. Sterminato il posto di frontiera, il cui capitano coraggiosamente aveva rifiutato di ammainare
lo stendardo lorenese, la soldataglia, senza che gli ufficiali facessero niente per frenarla, e anzi, in molti
casi unendosi a essa, era dilagata nel centro abitato trucidandone gli abitanti, soprattutto vecchi e
bambini, violentando le donne e mettendo tutto a ferro e fuoco.
Venutolo a sapere, un corpo di cinquecento volontari, formato proprio da coloro che
meditavano di tradire, soprattutto studenti universitari, mosse rapidamente da Pisa per ricongiungersi
alle forze di Teleki.
Il generale toscano aveva dalla sua solo il vantaggio del territorio, avendo attestato i suoi alle
pendici dei monti, lungo la via Faentina.
Generale abile, aspettava che il nemico avanzasse per poterlo colpire dall'alto.
La notte prima dello scontro venne raggiunto dal granduca Ferdinando IV medesimo. Grande fu
l'impressione che questo gesto dest negli animi toscani. E sebbene il discorso che il giovane granduca
tenne prima dello scontro fosse breve e impacciato, serv a rincuorare moltissimo le truppe toscane e ad
aumentarne la risolutezza.
Le varie ore di strenua difesa della via Faentina, sostenute da toscani numericamente assai
inferiori,  stata descritta innumerevoli volte in tutti i suoi particolari.  stato anche detto che durante
la giornata Ferdinando ben dieci volte invi un corriere financo a Firenze, dove il suo cavallo
stramazz morto, al fine di trovare rinforzi. Non uno dei messaggeri ritorn portando la notizia, o
almeno la speranza, di
aiuti.(24).
La situazione si faceva per i toscani sempre pi critica ma malgrado ci essi continuarono a
combattere disperatamente, neo risuscitati spartani delle Termopili, come li chiam Teleki, che a sua
volta Nicola Montanelli, nipote del primo ministro e volontario, ferito durante la giornate, ebbe a
definire capitano dal piglio istrionesco, animoso per e infiammativo.(25). Parl di giornata da
Termopili anche il giovane Montanelli, che proprio a tale evento dovette gran parte di quel prestigio,
che al ritorno dal fronte lo aiut a entrare nel governo, futuro destinatario della carica del padre.
Alla fine per anche Teleki pens alla ritirata. Dette ordine ai colonnelli Giuseppe Giovanetti e
Giovanni Granucci, responsabili rispettivamente dell'ala destra e di quella sinistra dello schieramento
toscano, di staccarsi dal nemico. A questo punto per l'esistenza di due soli stretti ponti per la ritirata
risult fatale. Le truppe toscane, vista l'impossibilit di ritirarsi, si volsero verso il nemico con
rinnovato vigore. Quest'ultimo, preso di sorpresa, perse molto del proprio slancio.
Il contingente di volontari di Pepe venne mandato all'attacco in un ultimo decisivo sforzo
offensivo.
E a questo punto si scontr con gli universitari pisani che nel frattempo erano giunti sul campo
della battaglia. Erano riusciti in questo intento che aveva quasi del miracoloso, arrivando a Firenze con
un treno speciale, e da qui con carri e altri mezzi di fortuna erano pervenuti sul luogo dei
combattimenti.
Lo scontro tra le due fazioni fu durissimo. Armati di carabina, gli studenti aprirono grandi vuoti
tra le file dei volontari, i quali a loro volta, incitati soprattutto da Dembinski, che durante l'attacco
venne colpito a morte, giunsero a incontrare gli avversari all'arma bianca. Fu in quel momento che
Mazzini ebbe a dar prova di imprevedibile codardia. Uomo di studio, infiammato rivoluzionario, dotato
di retorica ed eloquenza, non era un uomo d'azione e per tutta la vita s'era tenuto lontano dalle battaglie
o dalle insurrezioni.
Per un repentino spostamento del fronte si trov accanto al generale Pepe, nel pieno della
mischia. Preso dal panico, prima che alcuno potesse fermarlo, sentendo le pallottole fischiare intorno a
lui, si impossess di un cavallo e si dette a una fuga precipitosa. L'episodio, descritto dallo stesso Pepe,
 anche riportato da Rosalia Montmasson,
fervente garibaldina, gi al seguito della sfortunata spedizione a Marsala. Nata ad Annecy il 12
giugno 1825, figlia da parte di madre di una famiglia nobile che si era trasferita in Francia da Palermo,
la Montmasson era presto entrata a far parte della Giovine Italia di Mazzini, che aveva conosciuto a
Londra, nel 1857, poco prima che egli si trasferisse a Firenze. Nonostante non provasse una gran
simpatia per il rivoluzionario, ne aveva seguito da vicino tutte le vicende, essendosi legata
sentimentalmente a Giuseppe Missori, russo naturalizzato piemontese, di quattro anni pi giovane di
lei, colonnello garibaldino.
Scrive la Montmasson: Non s'ebbe mai a vedere spettacolo pi turpe di Mazzini in fuga. Gli
occhi sbarrati, la bava alla bocca, andava correndo per le file amiche seminando il terrore con quel suo
orribile aspetto. Tutti egli travolgeva con quel galoppo insensato. Pareva nulla vedesse di ci che lo
circondava, se non un mostro d'indicibile orrore che lo inseguisse. E intanto gridava: la guerra  persa,
la guerra  persa! Si salvi chi pu!.(26).
La fuga di Mazzini perse d'animo i volontari, e gett notevole scompiglio nelle retroguardie
francesi, che erano di rincalzo. Occorre ricordare che i fantaccini francesi non combattevano per alcun
ideale, e che anzi il loro primo imperativo era salvare la vita. Inoltre, i loro comandanti avevano
assistito allo scempio di Marradi e ne erano rimasti orripilati. Presero quindi il pretesto dato loro da
Mazzini e senza consultare lo stato maggiore, si disposero per la ritirata.
Contemporaneamente, un pugno di regolari, guidati da Mortedo, aggirando di sorpresa le linee
nemiche, riusciva a impossessarsi di una intera batteria di cannoni nemici. Il fuoco proveniente dai
propri mortai disorient le truppe piemontesi e il generale Bava non ebbe la prontezza di spirito di
riordinare le proprie truppe. Abbandonato dai francesi, tradito dai volontari, che nel frattempo s'erano
arresi di fronte al valore dei pisani, l'esercito piemontese tentenn e quindi si dette a una fuga che solo
l'abilit dei loro comandanti riusc a non trasformare in una rotta.
La battaglia, iniziata alle nove e trenta del mattino, si concluse tra le sette e le otto della stessa
sera, lasciando sul terreno quasi trentacinquemila morti tra le opposte fazioni (il numero preciso non 
mai stato appurato). Del corpo di spedizione degli studenti pisani, ne tornarono sessantasette, quasi tutti
feriti, pi o meno gravemente.
Le forze di Teleki, una volta riorganizzate, risultarono quasi dimezzate. Lo stesso granduca, che
con coraggio per tutta la giornata si era fatto vedere dalle sue truppe incitandole instancabilmente, era
stato ferito a un fianco, anche se aveva nascosto l'accaduto per non allarmare i suoi.
Se l'esercito piemontese si fosse riorganizzato avrebbe avuto facile ragione dell'avversario, ma
il generale Bava, noto soprattutto per il modo violento con cui aveva represso i moti degli operai di
Torino del 1852, spaventato dal massacro dei propri soldati e abbandonato dai francesi, decise di
ritirarsi.
Fu quello l'episodio che sanc la definitiva indipendenza del Granducato di Toscana. L'Austria,
infatti, sebbene in declino, non poteva permettere che esso fosse aggredito in quel modo, e minacci di
intervenire direttamente. Questo costrinse i francesi a ritirarsi, e lasci soli sul campo i piemontesi, che
per nel frattempo si erano alienati le simpatie dei cosiddetti risorgimentali.
In quanto a Pio IX, era suo interesse togliersi il prima possibile da quell'impiccio, ripristinando
il vecchio status di pace con il vicino.
La pace, siglata a Perugia, vide l'intera Romagna, le terre pontifice del legato di Bologna, il
Ducato di Parma e quello di Modena passare sotto il dominio toscano, a parziale risarcimento dei danni
di guerra.
Furono infine confermate le rivendicazioni granducali sul territorio di Fivizzano, mentre Massa
e Carrara ne divennero un protettorato.
Contemporaneamente anche il Ducato di Lucca votava con un plebiscito l'adesione al
granducato.
In quanto al Mazzini, venne bloccato a Brisighella dai suoi stessi ex compagni e condotto alla
presenza di Ferdinando IV. Alla vista del sovrano sofferente, si gettava ai piedi del regnante,
supplicava gli fosse risparmiata la vita, si offriva senza che alcuno l'obbligasse a tradire i propri
compagni, in preda a una frenesia febbrile e bestiale.(27).
Ed  a questo episodio, che risale l'origine dell'uso del cognome del rivoluzionario quale
sinonimo di una persona pavida, voltagabbana, pronta a tradire. Sei un mazzini, si prese a dire tra le
file dell'esercito lorenese, e l'uso si diffuse ben presto in tutto il granducato.
In quanto a Mazzini uomo, Ferdinando IV prefer non prendere provvedimenti verso la sua
persona. Perduta la protezione della Assing,
part da Firenze, alla volta della natia Genova, ove tent, senza fortuna, di fomentare ulteriori
disordini. Arrestato e sottoposto a regime di carcere duro, manifest attacchi di follia violenta, che lo
fecero internare nel manicomio criminale di Peschiera, ove mor, per un attacco di dissenteria, il 14
ottobre 1867.
Guglielmo Pepe, invece, venne invitato, dato il valore dimostrato in battaglia, a trasferirsi a
Firenze, dove, dopo aver giurato fedelt al granduca, ricopr la carica di consigliere militare, fino al
1866, data della sua morte, avvenuta esattamente un mese prima della formale rinuncia di Pio IX ai
possedimenti terreni (esclusa Roma e un piccolo territorio limitrofo) e la loro annessione ai domini
granducali. Pochi giorni dopo veniva proclamato il Regno dell'Italia centrale.
Sarebbe stato questo l'ultimo atto del periodo storico conosciuto come epoca delle
rivoluzioni. Si schiudeva un periodo di prosperit e di pace, che sarebbe stato rotto solamente nel
1915 dalla aggressione piemontese durante la prima guerra mondiale.
Note.
1 Augusto Camera e Renato Fabietti, Manuale di storia moderna ad uso delle quarte classi dei
ginnasi della Libera federazione italiana, ultima edizione aggiornata e approvata dal Ministero per
l'istruzione e la Cultura, Firenze, Salani, 2005.
5 Leopoldo II di Lorena, Il governo di famiglia in Toscana, cit., p.
326.
1 Camillo Benso conte di Cavour, Memorie postume, Torino, Lucarelli, 1892, p. 43.
2 Leopoldo II di Lorena, Il governo di famiglia in Toscana. (Le memorie del granduca
Leopoldo II di Lorena, 1824-1859), a cura di Franz Pesendorfer, Firenze, Sansoni, 1987, p. 205.
3 Leopoldo II di Lorena, Il governo di famiglia in Toscana, cit., p.
324.
4 Leopoldo II di Lorena, Il governo di famiglia in Toscana, cit., p.
327.
5 Zeffirino Ciuffoletti, Vittorio Fossombroni e la continuit della tradizione leopoldina in
Toscana (1754- 1844), in Rassegna storica
toscana, anno XXI, lug.-dic. 1975, p. 211.
6 Luigi Farini, Storia d'Italia dall'anno 1814 sin ai nostri tempi, Torino, Treves, 1854, voi. I, p.
295.
7 Vittorio Fossombroni, Sentii di pubblica economia, a cura di Abele Morena, Arezzo,
Dell'Angelo, 1896, voi. II, p. 195.
Vittorio Fossombroni, Scritti di pubblica economia, cit., p. 197.
7 1 Gino Capponi, Scritti editi ed inediti, a cura di Marco Tabarrini, Viesseux, Firenze, 1877, p.
424 e ss.
10 Zeffrino Ciuffoletti, Vittorio Fossombroni e la continuit iella tradizione leopoldina, cit., p.
213.
11 Camillo Benso conte di Cavour, Memorie postume, cit., p. 97.
12 Giuseppe Montanelli, Memorie, Firenze, Bemporad, 1956, p. 207.
13 Franz Pesendorfer, Leopoldo II di Lorena, Firenze, Sansoni, 1988, p. 116.
14 Franz Pesendorfer, Ferdinando IVdi Lorena, Firenze, Sansoni, 1989, p. 56.
15 Franz Pesendorfer, Ferdinando IVdi Lorena, cit., p. 78.
16 Ivi, p. 80.
17 Pietro Becarelli, La spedizione dei Mille, Pisa, Sensi, 1864, p. 41.
18 Giuseppe Garibaldi, Memorie dal carcere, Milano, Treves, 1913, p. 317.
19 Ibid.
20 Benedetto Croce, Ascesa e caduta di un rivoluzionario, Napoli, Caltagirone, 1932, p. 122.
21 Ibid.
22 Franz Pesendorfer, Ferdinando IVdi Lorena, cit., p. 107.
23 Franz Pesendorfer, Ferdinando IVdi Lorena, cit., p. 134.
24 Cesare De Laugier, Le milizie toscane nella guerra di indipendenza, Pisa, Tip. Pieraccini,
1969, p. 13
25 Indro Montanelli, Ricordi di famiglia, Firenze, Bemporad, 1987, p. 64.
26 Rosalia Montmasson, La mia vita da garibaldina, Milano, Treves, 1911, p. 407.
27 Rosalia Montmasson, La mia vita da garibaldina, cit., p. 409.
...
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IL SEGRETO DI CARZANO
1917: Se l'esercito italiano avesse sfondato il fronte della Valsugana e avesse raggiunto Trento
Marco Cimmino
Nella notte tra il 17 e il 18 settembre del 1917 reparti della 15
divisione italiana, della consistenza di circa cinque battaglioni, attaccarono le linee
austroungariche in Valsugana, con l'obiettivo di conquistare la linea Salubio- Ceolino-monte Civaron e,
possibilmente, di proseguire verso Trento. L'attacco era stato preordinato sulla base dei contatti e degli
accordi intercorsi tra un ufficiale del servizio informazioni italiano, il maggiore Pettorelli Laiatta
(maggiore Finzi come nome di copertura) e un gruppo di ufficiali, sottufficiali e soldati austroungarici,
di nazionalit slovena, ceca e bosniaca, decisi a tradire la causa asburgica in nome dei propri rispettivi
sentimenti nazionalisti.
Il comando della 1 armata, da cui Pettorelli dipendeva, non ordin, per, un attacco a fondo,
nel timore di una trappola: la notte di Carzano si risolse in un attacco debole, disordinato, privo della
necessaria energia e del coordinamento tra i reparti, che venne ben presto respinto, con
perdite
di
una
certa
entit
(diciassette
ufficiali
e
ottocentonovantasei tra sottufficiali e soldati morti o presi prigionieri).
La guerra prosegu, invece, con la nostra rotta a Caporetto (ottobre 1917), con la battaglia
d'arresto sul Piave (giugno 1918) e con la vittoria finale di Vittorio Veneto (ottobre 1918). Per
informazioni generali sull'episodio di Carzano, si veda il capitolo ad esso dedicato da Gianni Pieropan
nel suo 1914-1918: la grande guerra sul fronte italiano, Milano, Mursia, 1995.
Ten. cpl. Giovanni Ornaghi11/78 rgt. fanteriaZona di guerra, 30
settembre 1917
Cara mamma, ti scrivo in un momento di requie, perch, finora, non ho avuto nemmeno il
tempo di dormire o di mangiare. Che momenti, mamma, sapessi! Partimmo in pochi e dubbiosi,
nemmeno due settimane fa, dalla Valsugana, e oggi mi trovo seduto in questa bizzarra piazza di Brixen,
davanti a un duomo scialbato del colore dello zabaglione, con due torneine sormontate da quelle buffe
cipolle di rame
che i tuderi usano mettere sui loro campanili. Oh mamma, non mi par vero:  finita la guerra e,
quel che pi importa, abbiamo vinto! Trento e Trieste sono tornate all'Italia. Ogni fantaccino, ogni
artigliere, ogni soldato di questo nostro esercito oggi pu scrivere alla propria famiglia, come faccio io,
e dire orgoglioso: io ho sconfitto uno dei pi potenti eserciti del mondo, io, con la mia fatica e la mia
pazienza, io fante italiano! Avresti dovuto vedere le facce dei tognini, mentre li radunavamo in specie
di recinti di fortuna: povera gente, che ancora non si rendeva conto che la guerra era definitivamente
perduta.
Qualcuno aveva uno sguardo da bove, attonito: altri, specialmente quelli dei reggimenti d'lite,
come il Rainer o i Kaiserjaeger, mantenevano un atteggiamento composto e sdegnoso. Non ho potuto
fare a meno di pensare che anche loro avranno delle mamme, e delle sorelle, delle mogli, che li stanno
aspettando: come dev'essere amaro il ritorno a casa del soldato sconfitto! Mi rammento di quando mi
leggevi Giusti: Povera gente, lontano dai suoi, in un paese qui che le vuol male.... Davvero non
riesco a odiarli, sai mamma: ho sparato loro addosso per venti mesi filati, maledicendoli, per i morti del
plotone e per il fango e i pidocchi. Adesso, per, che  caduta la ragione dell'odio, mi sembrano solo
dei poveracci come me e come tutti noi. Chi pu dire, se a Carzano non fosse successo quel che 
successo, cosa sarebbe stato di questa guerra, e dell'Italia, e di me? Mai come in questo frangente
appare strabiliante la potenza del caso: senza Carzano, la guerra sarebbe potuta proseguire per anni,
magari con gravi rovesci per noi.  andata bene, e ringraziamo il Signore.  strano che in un momento
di simile gioia ed esaltazione per i destini della patria, non riesca a sentirmi realmente allegro: forse ho
visto troppi compagni morire essere di nuovo felice sino in fondo... forse la guerra ce la porteremo
dentro per tutta la vita. Presto finir questo 1917 maledetto, e chiss che a poco a poco non mi ci abitui
a questa cosa strana che si chiama pace: eppure, fino a due anni fa indossavo abiti borghesi e nessun
pensiero mi era pi estraneo di quello di fare il soldato. Adesso, invece, non riesco a immaginarmi
senza questo panno grigioverde addosso: poter camminare eretto, per la strada, in mezzo a gente
pacifica, senza shrapnel, senza taglio-capelli....non ci posso nemmeno pensare, altrimenti mi prende
una specie di selvaggia frenesia. Oh mamma, ora ti devo salutare: ti scriver pi a lungo domani. Pare
che il battaglione si sposti ancora pi a nord, al valico del Brennero, dove fisseranno, a
quanto sembra, la nuova frontiera tra l'Italia e l'impero. Sempre che continui a esistere
l'Austria-Ungheria. Abbiamo saputo di gravi disordini all'interno del territorio asburgico: sloveni,
croati, boemi, tutti sembrano volere formare singoli staterelli indipendenti. Vedremo. Ti mando un
bacio da queste belle montagne. Salutami tutti i nostri conoscenti e, in particolare, la mia madrina di
guerra, la signorina Merelli, che  stata tanto gentile e premurosa, confortandomi con le sue lettere e i
suoi pacchi dono. Viva l'Italia, viva il Re, viva il generale Luigi Cadorna, duca della Vittoria!
Tuo figlio Giovanni.
...
Al generale comandante la 1 ArmataEcc.za Pecori GiraldiSchio, Sua sedeCaro Pecori Giraldi, ben al
di l delle comunicazioni ufficiali, desideravo congratularmi personalmente con te per la brillantissima
azione, che ci ha permesso, finalmente, di penetrare il dispositivo difensivo del nemico e di infliggergli
quel colpo definitivo che era nell'aria e nei voti di tutti. Ho sentito per telefono Salandra, il quale gi va
promettendo onoreficenze straordinarie per tutti: va da s che per te si tratter del bastone di
maresciallo; nessuno, d'altra parte, lo merita pi di te, per la condotta eccellente dei tuoi uomini, guidati
con mano inflessibile e lucidissimo ingegno. Il modo in cui hai gettato avanti i reparti celeri della 15
divisione ebbe qualcosa dell'epopea napoleonica, con in pi un utilizzo davvero brillante del parco
d'artiglierie di corpo d'armata: come ebbi a dire, Napoleone fu grande, ma si pu fare di meglio! In
questa atmosfera delirante e festosa, non dobbiamo, tuttavia, dimenticarci del nostro compito di soldati:
mantenere la massima disciplina nei reparti e nel Paese deve essere oggi, che il nemico 
definitivamente battuto, il nostro imperativo categorico. Mi  giunta notizia che fra le truppe di Capello
si sono verificati molti casi di violenze ai danni degli abitanti slavi dei territori occupati nell'alto
Isonzo: sono certo che ci non accadr tra i reparti affidati al tuo comando nei riguardi delle
popolazioni atesine, ma ti esorto ugualmente alla massima attenzione: melius abundare... In ogni caso,
questi fenomeni vanno stroncati con implacabile durezza: il plotone d'esecuzione  certamente da
preferirsi alla sedizione. Sono certo che le mie indicazioni si riveleranno superflue per gli alpini e i
bersaglieri dell'Ortigara e del Pasubio: comunque, prudenza, perch i tempi forse sono maturi per
qualcosa di grande... In attesa di vederti personalmente
presso il mio Comando, per festeggiare insieme il trionfo delle nostre armi, ti invio i miei
affettuosi saluti e ti rinnovo le congratulazioni mie e di S.M. il Re, che mi disse stamane di te tutto il
bene possibile.
Tuo CadornaComando supremo, Udine, 30 settembre 1917.
...
Alla sig.na Carla CadornaOspedale militare UdineCara Carlotta, ho test inviato una doverosa lettera
di congratulazioni a quel caporale di giornata di P.G.: sta a vedere che nel suo rimbambimento senile, il
buon Pecori si crede davvero l'artefice della vittoria! Tutti quanti sanno perfettamente la storia di
Carzano: il caso ha voluto che la pera fosse pronta da cogliere e che sia caduta in mano proprio al meno
adatto ad assaporarla. Non ti dico i commenti degli altri comandanti d'armata! Il Duca d'Aosta era
esilarato all'idea di P.G. con in mano il suo bastone da maresciallo nuovo di zecca; Capello non si dava
pace: continuava a ripetere che, tra tutti i narcotizzati, proprio al pi narcotizzato doveva toccare questa
fortuna. Tu sai com' fatto: l'idea che qualcuno abbia potuto derubarlo di una gloria che, secondo lui,
era stata creata a sua misura, lo fa letteralmente impazzire. Pare che i suoi sottoposti non ne possano
pi: specialmente Badoglio, il comandante del 27 corpo, che  piemontesissimo e massone dei
maggiori, non riesce nemmeno a capire il significato esatto degli improperi di Capello e si limita a
scrivermi fonogrammi in cui mi chiede come deve comportarsi. Insomma, una farsa. Io non sono
ancora riuscito a rilassarmi: troppe sono le cose cui pensare, e molto pi serie di questa. Ho sentito che
a Roma mi vogliono insignire di un grado specialissimo e del tutto nuovo, creato, pare, apposta al caso
mio. Basta, sar quel che sar; e se il paese avr bisogno della mia vecchia spada, non mi tirer
indietro, nella pace come nella guerra. Raffaele sta bene e ti saluta: ora  a Cormons a mettere a posto
le cose con quei nuovi reparti che si stavano mettendo in piedi a Sdricca di Manzano e che non
vogliono tornare alla fanteria comune: un'altra grana! Ora ti devo lasciare: pensa a me che sto
navigando in acque pericolose e del tutto sconosciute. Vedremo, vedremo. Ti abbraccio.
Pap.
...
Gent.ma sig.na Clara GaddaVilla GaddaLongone al Segrino (Co) Ho trovato Enricotto molto bene:
altro che aviazione! La pace 
arrivata giusto in tempo per risparmiare a lui nuovi azzardi e a noi tutti patemi infiniti. Tante
volte, mentre me ne stavo nella mia caponiera a controllare che le armi fossero ben ingrassate ed
efficienti, guardavo verso i margini frastagliati del Krn, laggi, verso la Carnia, e pensavo a Enrico e ai
suoi alpini: allora, ti confesso di avere pregato Dio di prendersi me, se proprio avesse avuto bisogno di
un Gadda per il paradiso degli eroi. Pensieri del Gaddus! Fortunatamente, non c' stato bisogno di
ulteriori preci:  finita, e presto ci ritroveremo tutti insieme, a Milano, o a Longone, con i magnifici e
con la mamma. Ora sento che comincia la vita: una nuova vita. Questa guerra mi pare aver assorbito
molte delle mie fisime giovanili: ricordi? Cui non risereparentes... Che sesquipedale sciocchezza!
Domani mi devo presentare al mio comandante per ottenere una bassa di passaggio al deposito del 5
alpini, a Milano, se Dio vuole, poi, salter su qualche scassatissima tradotta e verr a casa. Non
saranno rose e fiori: ho paura che il Regio Politecnico dovr mostrare molta pazienza verso la ruggine
del suo allievo. Ora, per, se non altro, vivremo nella tranquillit di una pace vittoriosa: non  per
questo che abbiamo strillato Morte a Giolitti!
con tutto il fiato dei nostri polmonacci? Forse Enrico arriver prima di me: sai, gli eroi di guerra
hanno qualche appoggio camorristico in pi, rispetto a un misero bronzino. Ah, avresti dovuto vederlo,
mentre brindava ai tognini, pi alticcio che no: era l'immagine stessa della vitalit del nostro popolo! A
volte  ancora un pochino porconcello, per la verit, ma gli si perdona tutto per la sua indole
esuberante: diventer certo qualcuno! Ora scappo, perch devo consegnare il canovaccio e il libro paga.
Pensare ai vivi e pensare ai morti. A rivederci prestissimo.
Bacia la mamma per me.
CarloDosso Fajti (Fajti Hrib), 30 settembre 1917
...
dal Corriere della Sera del 30 settembre 1917
Zona
di
guerradal
nostro
corrispondenteLuigi
Barzini
L'INCREDIBILE VITTORIA!
Difficilmente chi non ne fosse testimone oculare potrebbe credere a ci che vidi con i miei
occhi: interi reggimenti austroungarici gettavano le armi e gridavano, nella loro gutturale maniera, che
la guerra era finita, che si tornava a casa. Nach Haus!,  la frase che pi di frequente ho inteso in
questi ultimi giorni: erzegovesi e croati, boemi e
ungheresi si affollano nei pressi dei rari vagoni ferroviari con le insegne KUK che stazionano
nella valle dell'Isarco. Le nostre truppe, invece, paiono composte, disciplinate, coscienti, forse, della
grande impresa compiuta: i soldati camminano con dignit romana e non vi  nei loro volti n lo
scherno per lo sconfitto n l'euforia scomposta per la vittoria conquistata. Parlai iersera con il generale
Di Giorgio, che condusse brillantemente le sue truppe dalla valle Sugana fino a Trento, ed egli mi
conferm la notizia che gi vi trasmisi fin dal giorno 18 settembre: la nostra fulminea avanzata ebbe al
suo inizio un episodio degno di figurare in un romanzo di cappa e spada, che, appena possibile, vi
racconter ne' minimi dettagli. Pare, infatti, che il primo varco nelle linee nemiche, nei pressi di Telve,
in valle Sugana, sia stato propiziato da un gruppo di officiali austriaci, rivoltatisi contro la tirannia degli
Absburgo, che fornirono ai nostri le indicazioni per sorprendere le sentinelle e superare i reticolati.
Questo nulla toglie, naturalmente, al valore dei nostri fanti e alla straordinaria prontezza dei
comandanti, che seppero sfruttare l'occasione nel migliore dei modi. Altro particolare non irrilevante 
dato dalla notizia quasi certa dell'imminente invio di poderosi rinforzi all'Austria, da parte dell'alleato
germanico: disimpegnando diverse divisioni dal fronte orientale, i tedeschi intendevano,
probabilmente, organizzare un'offensiva in grande stile alla nostra fronte, si dice nel settore tenuto dalla
nostra 2 armata. Il crollo della monarchia bicipite ha vanificato questa insidia, che, bench certamente
rintuzzata dai nostri bravi soldati, temprati da ben undici tremende pugne sull'Isonzo, avrebbe,
comunque, causato altri morti ed altri feriti, come l'ultimo colpo di coda di un drago morente. Ora, tutto
questo, grazie a Dio, rimane nel campo puramente ipotetico: le armi d'Italia hanno vinto e il nome della
valle Sugana entra a ragione nella nostra storia, accanto ai nomi formidabili di Legnano, di Fornovo, di
Calatafimi. Dunque, posso ora scrivere parole di vittoria, mentre seguo la sfrenata corsa verso
settentrione dei nostri lancieri, delle autoblindate, de' bersaglieri ciclisti. Oh, quanto grande visione 
vedere questi nostri fratelli festanti e fieri correre verso i confini che il destino volle per la nostra Patria.
Finalmente il risorgimento  compiuto!
Domani mi recher a Trento, al comando della 1 armata, e m'inginocchier nella fossa, che
vide, quattordici soli mesi orsono, il supremo sacrificio di Battisti. Solo allora mi sentir di esclamare:
Il voto  compiuto! e riprender la strada del Brennero, per
ricongiungermi alle nostre avanguardie. Presto scriver queste mie note dai nuovi bastioni
d'Italia, su cui sventoler d'ora innanzi il tricolore.
...
Dalla Casa Rossa Venezia Trapani ardita, il sangue puro de' tuoi lupatti, corse primo ad arrossare le
novissime sponde d'Italia: gloria alla tua brigata, gloria agli Arditi. Alal.
Il Comandante ...
Comando della 1 Armata Ufficio informazioni Il Comandante Al maggiore Pettorelli Laiatta
Sua sedeCaro Pettorelli, in riferimento a quanto Ella mi scrisse ierlaltro a proposito dell'episodio di
Carzano, che a suo avviso sarebbe risultato determinante ai sensi della nostra avanzata su Trento,
intendo rammentarLe quanto segue:-  indubitabile che lo slancio delle nostre truppe della 15
divisione, che conquistarono dapprincipio la linea Salubio-Ceolino-monte Civaron e poi si spinsero
lungo la valle verso Trento, sia stato eroico, indipendentemente da aiuti esterni, di qualsivoglia genere;-
la Sua apprezzabile opera di contatto, sotto mentite spoglie, ha certamente dato un importante
contributo alla vittoria; non mi sento, tuttavia, di giudicarla assolutamente decisiva: trovo, piuttosto che
Ella commetta un errore nel sopravvalutare l'importanza dell'atteggiamento dei suoi corrispondenti nel
campo avverso. Mi riferisco a L.P. e ai suoi compari;- ritengo non sia il caso di dare ulteriore pubblicit
all'episodio in questione, sia per ragioni di carattere patriottico che per motivi di relazione diplomatica
all'interno della Conferenza interalleata: La invito, pertanto, ad attenersi alle mie indicazioni circa un
assoluto riserbo nei giorni a venire.
Mi compiaccio, nel frattempo, di notificarLe la sua promozione a tenente colonnello s.p.e.
ottenuta per merito di guerra, facendoLe le mie personali congratulazioni e i miei migliori auguri per la
Sua carriera.
Ella vorr mettersi a rapporto presso questo comando per ottenere un nuovo incarico.
Distinti saluti.
Schio, 2 gennaio 1918
Firmato: gen. Marchetti ...
A Sua Ecc.za il capo di Stato Maggiore dell'Esercito gen. L. Cadorna RISERVATISSIMO
Ecc.za, a seguito del fonogramma 112IRE/1917/2987678, Le
trasmetto copia delle dichiarazioni rilasciate alla mia persona, in via del tutto segreta e
confidenziale, dal magg. Pettorelli Laiatta (magg. Cesare Finzi), responsabile principale dei fatti di
Carzano, di cui Ella desiderava conoscere il maggior numero di particolari possibile. Sono a Sua
disposizione per qualsiasi ulteriore chiarimento e resto in attesa dei Suoi ordini. Ossequi.
Schio, 2 gennaio 1918
gen. MarchettiAll'epoca dei fatti, svolgevo gi da tempo la funzione di ufficiale di collegamento
tra l'ufficio informazioni della 1 armata e ogni eventuale transfuga o disertore dell'esercito nemico, in
virt della mia buona conoscenza delle lingue slave e del tedesco. Mi presentavo ai miei collaboratori
con il nome di copertura Cesare Finzi, mantendendo il grado di maggiore, che era il mio proprio. In
questo modo ebbi l'opportunit di svolgere numerosi incarichi per l'ufficio informazioni, e di crearmi
una personale rete di contatti, che mi permise di diventare interlocutore privilegiato di tutti gli
oppositori della monarchia absburgica che militavano nelle truppe austroungariche presenti nel settore
di mia competenza (Stelvio, Tonale, Giudicarie, valle Lagarina, altipiani, valle Sugana). Tre mesi circa
prima della vittoriosa battaglia di Borgo Valsugana, che port le nostre armi fino al cuore del Tirolo,
fui contattato, tramite le vie solite di comunicazione (un rudere nei pressi della cittadina di Telve), da
un gruppo di militari austroungarici che si dichiarava disposto non solo a disertare, ma anche a offrirci
la possibilit concreta di sfondare il dispositivo nemico in maniera decisiva. Il portavoce di questi
soldati diceva di chiamarsi Josef Kohoutek, di nazionalit czeca e di parlare a nome di numerosi
compagni, tra cui il comandante di un battaglione bosniaco che presidiava le linee nella zona di
Carzano. Dopo i contatti iniziali, domandai a Kohoutek di poter parlare con il pi alto in grado dei
congiurati, che risult essere un primo tenente sloveno, posto, effettivamente, al comando di un
battaglione bosno-erzegovese, il 5
battaglione/1 reggimento fanteria. Utilizzammo per i nostri abboccamenti la chiesina di Santa
Lucia, posta nella terra di nessuno: scegliemmo notti di novilunio e prescrivemmo segnali di
riconoscimento,
che
ci
permisero
una
certa
tranquillit,
compatibilmente con la situazione. Questo ufficiale, di nome Ljudevit Pivko, era sloveno, come
ho gi detto, e fervente nazionalista: nella vita civile era professore di ginnasio a Marburg (Maribor) ed
era pieno di
sentimenti patriottici per la grande patria slava. Ebbi l'immediata sensazione di trovarmi di
fronte a un'opportunit realmente importante, ed ebbi cura di rassicurare Pivko e gli altri circa la loro
sorte a cose avvenute, mantenendo, nei loro riguardi, un atteggiamento serio e attento, onde non
offenderli mostrando che vedevo in loro dei disertori.
In effetti, tutti loro, czechi, sloveni e bosniaci, si dichiaravano patriotti e non certo traditori di
quello stato absburgico che consideravano come un oppressore delle loro nazioni. Parlai a lungo con
loro, anche dopo gli eventi di Carzano, e notai molte analogie tra i loro discorsi e quanto avevo inteso
dire dai nostri irredentisti: lo stesso senso della nazionalit, come pure una spiccata vocazione al
martirio, che mi fece pensare immediatamente ai nostri Sauro e Battisti.
Il gruppo dei congiurati era cos composto:- Oberleutnant Ljudevit Pivko, com.te del 5/1 B.E.
battaglione fanteria, sloveno- Leutnant Jirsa Frantisek, Leutnant Milos Zeleny, Leutnant Josef
Kohoutek, Leutnant Karel Motti e Feldwebel Karel Mlejnek: tutti czechi e facenti parte del battaglione
comandato dal Pivko.
- Alcuni militari bosniaci, tali: Janjic, Dragicevic, Trifunovic, Masic e altri.
A quanto mi risulta, gli altri elementi del battaglione non parteciparono al complotto.
Mano a mano che conoscevo i miei interlocutori, compresi che non si trattava di uno scherzo:
Pivko si offriva di drogare i propri soldati e di mostrarci i passaggi nei reticolati e le postazioni
nemiche, permettendoci di penetrare in massa, senza sforzo e di sorpresa, nelle difese austriache: era
l'occasione che aspettavamo da mesi e mesi.
Misi a parte del progetto i miei diretti superiori e, in particolare, il generale Marchetti, che
comanda l'ufficio da cui dipendo: tutti si mostrarono entusiasti della cosa e si adoperarono presso il
generale Cadorna per ottenere mezzi adeguati all'impresa.
Quando il comandante supremo diede il via libera, uomini e artiglierie cominciarono ad affluire
a Strigno, formando un primo gruppo d'assalto, formato per buona parte dalla 15 divisione di fanteria,
cui fece seguito una massa di penetrazione della forza di un corpo d'armata, prevalentemente formato
con reparti di notevole mobilit, quali cavalleria, autoblindate, bersaglieri eccetera.
Nel frattempo, io mi adoperavo con Pivko e gli altri per stendere il
piano nei minimi particolari; ci intendemmo anche sul fatto che, in caso di fallimento, tutti i
congiurati sarebbero stati accolti nelle nostre linee e considerati nostri alleati.
Nella notte tra il 17 e il 18 di settembre u.s., il piano fu messo in pratica, con esiti assolutamente
eccezionali: i congiurati avevano svolto in modo egregio il loro compito, e le nostre truppe d'assalto
(degli arditi della brigata Trapani) poterono avanzare indisturbate fino alle piazzole dell'artiglieria
austroungarica, conquistandole.
Con prontezza e coordinazione assolute, i nostri soldati mossero all'attacco, sbaragliando le
disorientatissime truppe nemiche, che mai si sarebbero aspettate di vedere degli italiani cos all'interno
del loro dispositivo difensivo.
Si innesc a questo punto un meccanismo a catena, per cui i presidi austriaci attraversarono
momenti di confusione assoluta.
Molti reparti di provata capacit subirono gli effetti di quella confusione terribile, arrendendosi,
di fatto, senza sparare un colpo: gli austriaci vedevano comparire i nostri fanti e non capivano da dove
potessero essere sbucati.
Dall'altra parte, il successo ben oltre le previsioni e la rapidit dell'avanzata su di un terreno
tanto aspramente conteso, galvanizzarono i nostri soldati, che si comportarono con un coraggio e un
ardore davvero leggendari.
Con grande senso tattico, i comandi, anzich accontentarsi del successo o, peggio, temere la
controffensiva nemica, gettarono nella mischia sempre maggiori riserve, ponendo le premesse per uno
sfondamento definitivo.
Il resto  noto a tutti: il 20 settembre i nostri reparti d'assalto entrarono a Trento, tagliando fuori
l'intera massa di truppe a sud del capoluogo; il 23, dopo durissimi combattimenti, cadde Bolzano: il 22
era gi caduta Merano, assalita dai nostri alpini, scesi dal passo Palade, dopo che il nemico
aveva abbandonato il passo del Tonale e la val di Sole.
Il crollo dell'armata di Conrad trascin con s anche le valorosissime truppe di Boroevic: la
Isonzoarmee abbandon le trincee insanguinate dell'Isonzo e del Carso, ritirandosi verso nord.
Tutto questo non sarebbe successo (non ora, almeno e non cos in
fretta) senza il fondamentale contributo del tenente Pivko e dei suoi: mai, nella storia, tanti
dovettero tanto a tanto pochi!
Scrivo queste note affinch rimanga memoria, accanto al sacrificio e al valore dei nostri soldati,
anche dell'oscuro dramma di questi soldati che, dovendo scegliere tra il proprio giuramento di fedelt
all'imperatore e il loro istinto patriottico, scelsero quest'ultimo: sia il loro un esempio imperituro per le
future generazioni.
In fede: magg. Pettorelli Laiatta Filippo Tommaso Marinetti Dal Discorso ai reduci futuristi
Teatro Aurora Milano 24 maggio 1918
(...) Quando dicemmo la guerra essere igiene suprema del mondo, sfrenando il nostro
immaginare a cavallo del vortice guizzante; quando alzammo verso il cielo l'urlo molteplice della
nostra volont di colpire, mai avremmo pensato di riunirci, cos presto, cos valorosamente felici, con
nelle pugna il riscatto della Patria, la vittoria e l'invincibile modernit della nostra stirpe antichissima!
Eppure corremmo rapidi pi del destino: creammo l'Italia nova, l'Europa, il mondo novissimo: con
novissimi strumenti, con ordigni fragorosi e con l'ineluttabile decisione della nostra ira, piegammo il
vecchio impero, l'antico Leviatano, sdraiato sul futuro, a impedirne il corso. Ma il futuro non pu
venire bloccato: il futuro  nella forza della giovent,  nel sangue delle razze e de' popoli. Vincemmo
con l'ardimento, con la superiore volont dell'attacco e della velocit sanguinosa. Oggi, parlando a voi,
fratelli d'arme, vedo sublime e magica, l'Italia che viene; e che  come la volemmo: libera, forte,
determinata. Non sar la borghesia, bolsa e tremebonda, espressione di una societ miseranda di
notabili e di galantuomini in marsina, a fermare il nostro nobile slancio: ne faremo strame! La giovent
gloriosa dell'Italia combattente si  guadagnata il diritto di governare il timone del paese e il dovere di
guidarlo verso le albe elettriche del domani. Sia questo, da oggi, il nostro giuramento: portare l'animo
che la trincea forgi nel quotidiano esistere; portare in ogni citt e in ogni campagna d'Italia lo spirito
del Carso e di Valsugana. Vincemmo una guerra e vinceremo anche la pace! (...).
... dal Corriere della Sera del 18 settembre 1937 editoriale della Movm Giani Stuparich
VINCEMMO: MA SE NON SI VINCEVA?
Facile, facilissimo sarebbe, a vent'anni da un evento che fu determinante per l'Italia e per gli
Italiani, scriverne in termini esclusivamente agiografici, ricordandone la gloria e i protagonisti:
talmente tante volte abbiamo udito ripetere il nome di Borgo Valsugana, da averne fatto una
sorta di antonomasia: una parola di significato comune, pi che un toponimo. Io vorrei, invece, sulla
scorta delle riflessioni che spessissimo ho rivolto a questa pagina bella della nostra storia, immaginare
cosa sarebbe accaduto se la battaglia di Borgo Valsugana non avesse avuto luogo: cosa sarebbe potuto
essere della nostra guerra e, va da s, della nostra pace, se in quei giorni di due decenni or sono le armi
italiane non avessero avuto ragione dei loro avversari. Certo, la Grande Guerra sarebbe durata ancora a
lungo: chiss quanto? La voce che l'alleato germanico stesse preparandosi a inviare all'Austria truppe e
artiglierie nell'alto Isonzo, per un'offensiva in grande stile, volta a respingere il nostro esercito sulle
proprie linee di partenza del 1915, appare oggi, sulla base dei documenti in nostro possesso, tutt'altro
che infondata. L'esercito zarista era, praticamente, hors de combap. nulla avrebbe proibito al Kaiser di
distogliere da quel settore uno, due o anche tre corpi d'armata: quanto sarebbe bastato per creare grossi
problemi alla nostra 2 armata, che, lo ricordiamo, si trovava fortemente sbilanciata in avanti, con
rifornimenti e collegamenti macchinosi e lunghi e con difese non adatte a sostenere urti violenti. Al
posto della nostra vittoriosa offensiva della Valsugana, ci sarebbe stata una battaglia di Tolmino o
una ritirata di Gorizia, magari si sarebbe parlato di una rotta di Plezzo, con conseguenze
gravissime. Questo ci permette, oggi che ci troviamo in un'epoca di pace e che il nostro Imperatore 
trattato con rispetto e ammirazione da tutti i sovrani europei e americani, di guardare con ancora
maggior riconoscenza a quegli uomini cui dobbiamo tanto. I nostri giovani, in particolar modo: i
Semprepronti delle brigate Federzoni, le camicie azzurre, gli universitari della associazione Comisso, le
fanciulle dei circoli socionazionalisti cristiani, devono imparare la riverenza e l'orgoglio verso questi
nostri fratelli valorosi. La legge Croce-Gentile, che impone almeno un pellegrinaggio a Verbania,
prima della maggiore et, per i nostri studenti,  stato un passo notevole in tal senso e ha incontrato il
plauso di tutto il parlamento, incluso il senatore d'Annunzio, che, finora, si era sempre detto contrario a
ogni forma di celebrazione istituzionale del feldmaresciallo Cadorna. Si inneggi, dunque, in questi
giorni di festa nazionale, alla nostra vittoria: dalle Alpi ai Carpazi risuonino gli alal della nostra
gente fiera; ma si ricordi che, davvero, manc un soffio a che la guerra ci fosse meno
favorevole. Solo conoscendo e, soprattutto, rammentando la nostra storia, potremo essere
sempre quel popolo che tutto il mondo invidia.
Solo cos, tra altri venti, trenta, cinquant'anni, potremo di nuovo commemorare Borgo
Valsugana, senza dovervi posporre altre memorie, pi recenti e, forse, pi dolorose.
Giani Stuparich ...
Dal manuale scolastico: Il secolo breve di Peppino Ortoleva e Marco Revelli, Roma, Edizioni
Imperiali, 2003
(...) nella notte tra il 17 e il 18 settembre del 1917, le truppe italiane, massicciamente appoggiate
dalle artiglierie e con imponenti mezzi logistici, sferrarono un attacco decisivo alle truppe
austroungariche schierate in Valsugana (battaglia di Borgo Valsugana), riuscendo a sfondare in pi
punti le difese nemiche. In seguito a questo attacco, improvviso e pianificato da molto tempo dai due
veri responsabili della vittoria, i generali Cadorna e Marchetti, tutto il sistema difensivo austroungarico
croll, permettendo agli italiani di conquistare l'intero Tirolo meridionale, la Slovenia, la Croazia e la
Carinzia. (...) Fu proprio grazie alla luminosa vittoria di Borgo Valsugana che, nella conferenza di pace
di Versailles (11 marzo-14 settembre 1918), l'Italia pot assumere il ruolo di principale protagonista
della vittoria: nacque allora la formula vittoria meritata, divenuta comune per indicare quel grande
successo diplomatico. Il nostro plenipotenziario, Italo Balbo, che poi sarebbe diventato primo ministro
all'epoca dell'imperatore Umberto II, coadiuvato dal ministro Antonio Salandra, ottenne il
riconoscimento per l'Italia dello status di Primo Vincitore, che permise al nostro paese di ottenere
quell'egemonia nell'area balcanica che ancora oggi detiene. Le quattordici tesi di Balbo gettarono le
basi per la nascita dell'Impero italiano, che, affermatosi con Vittorio Emanuele III (I), prosegue oggi
con l'illuminato regno di Emanuele Filiberto I. Il trapasso dallo stato liberale del primo anteguerra al
socialnazionalismo imperiale, dall'assassinio del ministro Mussolini alla seduta del Massimo Consiglio
del 25 luglio 1933, che determin la presidenza ereditaria del Consiglio dei ministri (ordine del giorno
Grandi), sar argomento dei prossimi capitoli. (...) Oggi, alcuni sostenitori dell'autonomia delle regioni
nordorientali dell'Impero italiano (Carinzia, Carniola, Slovenia, Croazia e Romania), favoleggiano di
una paternit slava della nostra vittoria, indicando in una presunta congiura la causa prima dello
sfondamento, avvenuto in una localit chiamata
Carzano (oggi San Benito di Valsugana) e facendo, addirittura, i nomi dei congiurati:
naturalmente, si tratta di pura propaganda antinazionale, di cui diamo notizia soltanto per dimostrare la
nostra proverbiale imparzialit storiografica. In realt, la persona pi indicata per svillaneggiare questi
isterici slavofili sarebbe stato il tenente colonnello Pettorelli Laiatta, che svolgeva, al tempo della
nostra grande vittoria, l'incarico di vagliare eventuali contributi da disertori. Egli tuttavia, non fece
menzione di nulla del genere, fino al giorno della sua morte, avvenuta in un incidente stradale nella
primavera del 1918: il suo silenzio, dalla tomba, accusa questi antipatrioti pi di mille dichiarazioni.
...
BIBLIOGRAFIA.
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Wolfgang Schachinger, Die Bosniaken kommen.
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Fritz Weber, Guerra sulle Alpi, Milano, Mursia, 1995.
sterreich-Ungarns Letzer Krieg 1914-17, trad. A. Bollati, Ufficio Storico Sme.
GUERRA LAMPO
1940: Se gli italiani avessero occupato Malta Carlo De Risio
L'Italia dichiar guerra alla Gran Bretagna e alla Francia il 10 giugno 1940 senza alcun piano
strategico. Inconcludente e costosa - seimila uomini perduti - l'offensiva sulle Alpi occidentali; nessuna
iniziativa verso la Tunisia e l'Egitto; episodiche le azioni in Africa orientale, con l'occupazione di
Cassala, Gallabat, Moyale. In agosto, con dispendio delle limitate risorse in AOI, venne occupata la
Somalia britannica, invece di attaccare l'Alto Nilo. In settembre, si registr la timida iniziativa verso il
confine egiziano; l'avanzata si arrest a Sidi el Banani. Dopo il deludente esito di Punta Stilo - con gli
inglesi a venticinque miglia dalle coste calabresi - la flotta fece soltanto uscite a vuoto.
Con il fallito attacco alla Grecia; l'aerosiluramento della flotta italiana a Taranto e la disfatta
della 10 armata in Libia, si concluse la guerra parallela di Mussolini: Non con la Germania, non
per la Germania, ma per l'Italia a fianco della Germania. Per impedire il collasso dell'Italia, i tedeschi
furono costretti a intervenire con forze aeree e terrestri in Mediterraneo, inviando il 10 Corpo Aereo in
Sicilia e l'Afrika Korps in Libia.
Estratto della rivista Il pensiero militare italiano direttore: Tomaso Sillani 1 ottobre 1941, XIX
E.E
In occasione della conferenza tenuta al Centro alti studi strategici, alla presenza del duce e del
capo di Stato Maggiore generale, maresciallo Ugo Cavallero, sono stati rivelati importanti particolari
del piano offensivo che nell'estate 1940 ha consentito alle forze armate italiane la conquista dell'Egitto
e il controllo, da parte dell'Asse, del Vicino e Medio Oriente.
Il vittorioso esito delle operazioni ha determinato - come  noto - la caduta del governo
Churchill e favorito una pace di compromesso tra l'asse e la Gran Bretagna.
IL QUADRO MILITARE.
La notte del 10 giugno 1940, senza formale dichiarazione di guerra, i mezzi d'assalto della
Marina italiana attaccavano le basi anglo-francesi nel Mediterraneo, realizzando una completa
sorpresa.(1).
Ad Alessandria d'Egitto, affondavano le navi da battaglia Warspite e Malaya e la portaerei
Eagle-, ad Algeri, gli incrociatori francesi Gioire e Montclam; a Gibilterra, la nave da battaglia
Resolution-, a Beirut, gli incrociatori pesanti francesi Sujfren e Duquesne.
La stessa notte sul 10 giugno, la forza navale speciale sbarcava di sorpresa a Malta e reparti di
guastatori prendevano possesso dei forti e delle installazioni del Grand Harbour, mentre a Melljeha Bay
- costa settentrionale dell'isola - reparti celeri, messi a terra, avanzavano verso la Victoria Line. Il
governatore, William Dobbie, capitolava con la guarnigione il 15 giugno.(2).
Il completo controllo del canale di Sicilia e le perdite navali inflitte agli anglo-francesi creavano
le premesse per l'inizio delle operazioni verso l'Egitto, da parte della 10 Armata e della 5 Squadra
aerea (maresciallo Italo Balbo).
In previsione del collasso della Francia, lo stato maggiore generale aveva deciso di non
attaccare sul versante alpino occidentale e di rimanere con le armi al piede anche alla frontiera con la
Tunisia.
Durante la non bellige ranza, l'intero corpo di manovra era stato sbarcato a Tobruk e Bengasi:
ventimila uomini, quattrocento carri armati, diecimila automezzi, quindici gruppi di artiglieria.
Il maresciallo Cavallero ha ricordato che la Germania aveva aderito alla richiesta italiana per
ottenere autoblinde, cannoni da 88 millimetri e due gruppi di carri armati, per affiancare i carri M13 e i
semoventi delle divisioni corazzate Ariete e Littorio.
Il raggruppamento celere sahariano muoveva da Giarabub in direzione dell'oasi di Siwa e
risaliva la pista per Marsa Matruh, duecentoventi chilometri a est della frontiera con l'Egitto.
L'Abwehr (servizio informazioni della Wehrmacht) era in grado di accertare l'assoluta
impossibilit per gli inglesi di far affluire rinforzi in Egitto e nel Medio Oriente, dopo la resa del corpo
di spedizione britannico in Francia, accerchiato nelle Fiandre dalle divisioni corazzate tedesche.(3).
La Western Desert Force (generale Richard O'Connor) veniva affrontata tra Marsa Martuh e
Maaten Baqqush. I carri inglesi A9 e A10- un centinaio - venivano distutti con l'azione congiunta dei
reggimenti dell'Ariete e della Littorio sostenuti da semoventi, con l'appoggio ravvicinato dell'aviazione.
Tra il 18 e il 22 giugno, la 10 Armata poteva cos preparare il secondo sbalzo offensivo,
spingendosi fino a el-Dab e alla strettoia di el-Alamein, tra la costa e la depressione di el-Qattara.
La Wermacht comunicava intanto allo stato maggiore italiano che la 6 divisione panzer veniva
messa a disposizione per la continuazione delle operazioni, una volta che la 10 armata avesse
raggiunto Il Cairo e il canale di Suez: due gruppi di bombardieri da picchiata Stuka si sarebbero
trasferiti in Africa settentrionale.
Si muoveva, intanto, anche il fronte dell'Eritrea e il Sudan, per minacciare l'Alto Nilo.
Il vicer, duca Amedeo d'Aosta, aveva ricevuto direttive nel senso di astenersi da qualsiasi
operazione verso il Kenya e il Somaliland, concentrando tutte le unit mobili in Eritrea. Nella
eventualit - del tutto ipotetica - di una iniziativa inglese da sud, il Comando superiore in Africa
orientale era stato autorizzato ad arretrare il dispositivo sull'acrocoro etiopico, cos da consentire la
riuscita dell'operazione verso Atbara.
La preoccupazione degli inglesi di essere "presi nel mezzo" fu del tutto evidente quando la
divisione Ariete raggiunse i sobborghi di Alessandria, mentre veniva occupata Atbara.(4). I due
avvenimenti quasi si sovrapposero, il 27 e 28 giugno 1940.
IL QUADRO POLITICO-DIPLOMATICO.
Il 18 giugno, nel trasmettere al governo del Reich la decisione della Francia di firmare un
armistizio (il passo era stato fatto attraverso l'ambasciatore spagnolo Lequerica, trasferitosi a Bordeaux
insieme al governo francese) Francisco Franco si era detto disposto a entrare in guerra contro la Gran
Bretagna.
A questa avance, il frer non aveva risposto, confidando che la resa della Francia avrebbe
indotto il Regno Unito a negoziare la pace, per cui un allargamento del conflitto in Europa non era
auspicabile.
Ma quando giunse la notizia che gli italiani erano alle porte del Cairo e che la flotta inglese
aveva sgombrato il Mediterraneo orientale, il Caudillo rinnov la sua offerta, sollecitando l'invio di una
missione della Wehrmacht, al massimo livello.
Gli stati maggiori tedesco e spagnolo definivano sollecitamente 1'operazione Felix, che
prevedeva il rapido trasferimento di sette divisioni scelte germaniche nel sud della Spagna insieme con
i mortai Thor e Odino - seicento millimetri - per bombardare Gibilterra.
Decisioni non meno importanti maturavano all'altro capo dell'Europa, in Turchia.
Il governo di Ankara aveva sottoscritto, nel 1939, un trattato di mutua assistenza e cooperazione
(anche di garanzia) con Gran Bretagna e Francia: questo vincolo si stava allentando. L'ambasciatore
tedesco Franz von Papen e l'ambasciatore italiano, Ottavio de Peppo, chiesero di essere ricevuti dal
presidente Ismet Inonu, per comunicargli che un'armata della Wehrmacht si stava radunando in
Bulgaria e che una forte squadra navale italiana era in rotta per il Dodecaneso. A Inonu, in cambio di
un mutamento della politica turca, veniva fatta balenare la possibilit di riottenere l'isola di Cipro.
Si stava delineando nel Levante e nel Medio Oriente una situazione sottolineata
dall'ambasciatore italiano a Teheran, Luigi Petrucci: Si guarda con dileggio alla Gran Bretagna, con
compassione alla Francia, con ammirazione alla Germania, con paura all'Unione Sovietica, con intensa
aspettativa all'Italia, dalle cui mosse dipende la sorte di tutto il Medio Oriente, Iran compreso.(5).
Venivano meno anche le certezze della corte di Atene, filo-inglese: il premier, Joannis Metaxas
aveva ricevuto un cauto "invito" a mettere a disposizione dell'asse il porto di Salonicco, per consentire
il trasporto di unit meccanizzate nel Vicino Oriente.
Tutte le posizioni inglesi nel Mediterraneo orientale e nel Levante stavano vacillando. E quando
i primi reparti italiani raggiunsero Il Cairo (1 luglio) e il canale di Suez (4 luglio), per il Regno Unito
accadde l'irreparabile.
IL COLLASSO INGLESE A EST DI SUEZ.
Il 7 luglio 1940, ad Ankara, von Papen e de Peppo ricevettero il
ministro iracheno Naji Shawkat, latore di proposte molto particolareggiate da parte del
Comitato di coordinamento della politica araba, nome di copertura, per mascherare il passaggio da una
posizione di neutralit all'alleanza con l'asse. In cambio di aiuti militari e finanziari, il Comitato
avrebbe messo a disposizione dell'asse le risorse petrolifere della regione.(7).
In preparazione della missione di Shawkat, a Baghdad si erano segretamente incontrati Antoun
Saad, leader del Partito popolare siriano, filoasse, il gran muft di Gerusalemme, un rappresentante di
Ibn Saud, re dell'Arabia Saudita, e un rappresentante di Reza Shah, sovrano dell'Iran.
Il 14 luglio, due gruppi di bombardieri Ju 88 e tre squadriglie di caccia italiani, si trasferivano -
via Rodi-Damasco - nell'Iraq settentrionale. Contemporaneamente, il premier iracheno, Rashid Ali, e i
colonnelli del Quadrato d'oro rompevano gli indugi e facevano attaccare la base della Raf ad
Habbanya, nei pressi di Baghdad.(6).
Il 18 luglio, una sortita delle unit navali inglesi dal porto di Haifa (dove di era rifugiata una
parte della Mediterranean Fleet, mentre il grosso si era trasferito ad Aden) si concluse in modo
disastroso: attaccato da aerosiluranti italiani, il gruppo navale perdette due incrociatori e tre
cacciatorpedinieri, mentre altre unit rimanevano danneggiate.
A fine luglio, la situazione geostrategica era la seguente: la Siria, rimasta fedele al regime di
Vichy, era apertamente ostile agli Inglesi, l'Iraq era in rivolta e i gruppi aerei dell'Asse operavano ormai
da Bassora nello Shatt al Arab (confluenza di Tigri ed Eufrate); l'Iran aveva intimato alla Anglo-Iranian
Oil Company di lasciare il paese, in Arabia Saudita, anche Ibn Saud si era "allineato". L'emiro della
Transgiordania, Abdullah (filo-inglese), era fuggito, al pari degli esponenti hascemiti iracheni.
LA CONQUISTA DI GIBILTERRA.
Il 5 agosto 1940 i primi enormi proiettili, sparati dai mortai d'assedio tedeschi, cominciavano a
cadere su Gibilterra.(7). Nello stretto, la Forza H inglese perdeva la portaerei Ark Royal e l'incrociatore
Sheffield.
La rocca cadeva il 20 agosto e gli spagnoli issavano la loro bandiera su Gibilterra, dopo trecento
anni di dominio inglese.(8).
Ora, diventava concreta la minaccia di prolungati raid delle navi da battaglia italiane e tedesche
in Atlantico, dove i convogli inglesi venivano falcidiati dagli U Boote.
I contraccolpi della situazione si avvertivano anche a Washington e a Tokio.
Il Congresso, con voto schiacciante, neg al presidente Roosevelt la fornitura di armamenti alla
Gran Bretagna.
Parimenti respinta la cessione di cinquanta cacciatorpediniere "in naftalina" della prima guerra
mondiale, per consentire alla Marina inglese di colmare i vuoti che si erano aperti.
In Estremo Oriente, Tokio annunciava che l'Indocina francese rientrava ormai nella sua sfera
d'influenza, mentre la Tailandia firmava un accordo militare col Giappone. Le perdite navali stavano
gi condizionando la sopravvivenza di Singapore, della Malesia, di Hong Kong. In India, il leader
nazionalista Chandra Bose stava facendo sempre pi proseliti: con gli italiani e i tedeschi in Iraq e in
Iran, anche la sopravvivenza dell'impero era ormai minacciata.
LA CADUTA DEL GOVERNO CHURCHILL.
La perdita dell'intero corpo di spedizione inglese in Francia, insieme con i "cervelli"
dell'esercito; le assottigliate capacit della Raf (i nuovi bombardieri tedeschi Me 264, a largo raggio,
stavano distruggendo una fabbrica di aerei dopo l'altra, per cui un numero decrescente di Spitfire e di
Huirricane raggiungeva i reparti), ma soprattutto la perdita dell'Egitto, del Medio Oriente, di Gibilterra,
non potevano non determinare una situazione del tutto nuova, anche nel Regno Unito.
Dopo aver subito un voto di censura ai Comuni, il 10 settembre 1940
Winston Churchill venne sfiduciato.(9).
Giorgio VI affid l'incarico di formare il nuovo governo a sir Samuel Hoare, richiamato dal suo
incarico di ambasciatore di Madrid.(10).
La Corte di S. Giacomo dovette accettare il ritorno dalle Bahamas del duca di Windsor,
richiesto espressamente da Berlino, per condurre a buon fine i negoziati.
PACE DI COMPROMESSO A STOCCOLMA.
I negoziati, iniziati a Stoccolma il 15 ottobre, hanno portato a una pace di compromesso,
sottoscritta nella capitale svedese l'11 gennaio 1941.
La Gran Bretagna ha potuto conservare parte del suo impero, in quanto l'asse non ha imposto
una pace "cartaginese".
Nel concludere la sua dettagliata esposizione, il maresciallo Cavallero ha riassunto i termini
delle condizioni accettate dal Regno Unito, precisando che il ritiro da talune posizioni - soprattutto in
Africa
- deve essere ancora completato.
l'Italia ha ottenuto Malta, Sudan, Somaliland, Kenya, il controllo del canale di Suez e una larga
compartecipazione sui petroli mediorientali; a spese della Francia, ha ottenuto Corsica, Nizza e il
controllo sulla Tunisia.
La Germania  tornata in possesso delle colonie africane (Tanganika, Africa del sud-ovest,
Togo, Camerun), ma non dei possedimenti pre-1914 nel Pacifico, per non invadere la sfera di influenza
giapponese; a spese della Francia conserver l'Alsazia, e a spese del Belgio le zone di Eupen e
Malmdy.
La Spagna ha riottenuto Gibilterra e ha assunto il protettorato sul Marocco e l'Algeria
occidentale, fino a Orano; la sponda africana dello stretto di Gibilterra sar tuttavia smilitarizzata.
Alla Turchia  stata assegnata l'isola di Cipro.
Egitto, Siria, Iraq hanno ottenuto la status di piena indipendenza, dopo aver firmato accordi con
Italia e Germania per lo sfruttamento dei petroli; vantaggiosi accordi commerciali sono stati stipulati
con l'Iran.
 ancora in discussione lo status della Palestina e della Transgiordania. Ai sovrani di Olanda,
Norvegia, Danimarca, rifugiatisi in Gran Bretagna,  stato fatto divieto di tornare in patria; Leopoldo
III conserver invece la corona del Belgio.(11).
...
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Ufficio Storico del R. Esercito, La R Aeronautica e le operazioni in Mediterraneo (giugno-
ottobre 1940), Roma, 1941, XIX.
Verlag Bernard & Graefe, La resa del Corpo di Spedizione inglese in Francia, Berlin, 1940
(tradotto da UTET).
NEI TEMPI DURI...
1943: Se Mussolini fosse stato ucciso il 25 luglio dopo l'udienza con il Re
Tullio Bologna
Alle ore 17 del 25 luglio 1943, Vittorio Emanuele III riceve a Villa Savoia il capo del governo
Benito Mussolini, cui  stato chiesto di presentarsi in borghese.
Dieci ore prima il Gran Consiglio del fascismo ha votato a maggioranza l'ordine del giorno del
conte Grandi con cui s'invita il sovrano ad assumere l'effettivo comando delle forze armate.
Nonostante questo, il duce pensa che il re sia ancora dalla sua parte e ritiene che il risultato
della drammatica riunione notturna non impegni nessuno, data la funzione puramente consultiva del
Gran Consiglio.
Mussolini si sbaglia in entrambi i casi perch all'uscita dal colloquio viene arrestato da una
compagnia di carabinieri e portato su un'autoambulanza fino alla Scuola allievi carabinieri di Roma, in
attesa d'essere trasferito prima a Ponza, poi alla Maddalena e infine a Campo Imperatore, sul Gran
Sasso, da dove i paracadutisti tedeschi lo libereranno il 12 settembre.
Il sole era ormai basso sull'orizzonte. Un'altra afosa giornata di quella tarda estate toscana del
'43 stava per finire. In circostanze normali sarebbe stato il momento in cui ritirarsi per cedere il posto
alla pattuglia notturna, ma esisteva ancora qualcosa di normale?
Vanni se lo chiese detergendosi il sudore dalla fronte. Si sentiva colmo dell'energia dei suoi
ventun'anni, ma provava anche l'angosciosa sensazione d'essere impotente di fronte a una situazione
tanto pi grande di lui.
Nel solo mese di luglio, tanto per restare vicino a casa sua, Pisa, Livorno e Grosseto erano state
bombardate e si sapeva che Torino, Napoli, La Spezia, Bologna e la stessa Roma avevano subito
pesanti incursioni da parte degli aerei anglo-americani. I centri vitali della patria venivano attaccati, ma
per fortuna non si respirava pi la stessa aria rassegnata di qualche mese prima, quando si era assistito
con
sgomento alle vergognose capitolazioni quasi senza combattere di Pantelleria, di Lampedusa e
di Augusta che avevano consegnato la Sicilia al nemico, con la connivenza di diversi traditori negli alti
comandi delle forze armate.
Vanni si trovava per sua scelta sulla statale che collegava Siena a Massa Marittima. Avrebbe
potuto essere a casa dei suoi genitori a far riposare la gamba ferita, ma il senso del dovere in lui
prevaleva sopra ogni altra considerazione.
Non era pi solo una diceria, infatti, che esistessero nei dintorni di Firenze gruppi di ribelli
formati per la maggior parte da soldati e ufficiali che avevano disertato per i loro sentimenti
monarchici, da renitenti alla leva delle classi 1925 e 1926 e da antifascisti, in genere comunisti: alcune
uccisioni di elementi simpatizzanti per la neocostituita Repubblica sociale italiana o di suoi militi
s'erano gi verificate a Sesto Fiorentino, a Borgo San Lorenzo, a San Goderzo, a Vicchio di Mugello, a
Cercina, dove era stato addirittura ammazzato il parroco. Non era un'inutile precauzione vigilare
affinch il territorio senese venisse presidiato giorno e notte come aveva raccomandato il prefetto
Chiurco facendo appello allo spirito di sacrifcio della sua gente, cos chi non era impegnato al fronte
poteva associarsi da volontario agli ex poliziotti, agli ex carabinieri e agli ex miliziani fatti tutti
confluire nella guardia nazionale repubblicana.
Vanni era stato ferito nel corso del bombardamento che aveva preceduto il fallito sbarco a
Salerno degli alleati, illusisi di trovare la stessa scarsissima resistenza del 9 luglio. Eppure avrebbero
dovuto sapere che le cose erano mutate, in Italia e fuori.
Anzitutto le truppe italo-tedesche fatte refluire da Messina s'erano saldamente attestate in
Calabria e in Campania, intuendo (non ci voleva un lampo di genio per capirlo) che gli alleati non si
sarebbero accontentati della Sicilia ma avrebbero cercato di risalire lungo la penisola. Sulle loro
postazioni difensive erano state raggiunte dalle forze germaniche provenienti dalla lontanissima Russia
in virt della pace che Hitler - dietro le pressanti insistenze italiane e nipponiche -
s'era deciso a firmare con Stalin, altrettanto bisognoso quanto lui d'arrestare lo spaventoso
bagno di sangue che andava da Leningrado al Mar Nero.
La constatazione che l'Unione Sovietica avrebbe potuto vacillare,
essere messa addirittura in ginocchio, ma mai del tutto battuta a causa dell'estensione del suo
territorio e dell'immenso potenziale umano di cui disponeva, era stata alla base della saggia decisione
del fhrer per tramutarsi in qualcosa di pi d'una boccata d'ossigeno per il fronte meridionale europeo:
ora la superiorit aerea italo-tedesca era tale da bloccare la potente flotta nemica che aveva puntato a
spezzare in due l'Italia, chiudendo cos le forze dell'asse nelle regioni meridionali in una stretta mortale
e assicurandosi una soddisfacente spinta per la Citt eterna e la ricca pianura padana.
I nostri Savoia-Marchetti 79 e, soprattutto, gli Stukas s'erano distinti nei cieli campani causando
l'affondamento della corazzata Warspite e il grave danneggiamento della Rodney che a stento era
riuscita a portarsi fuori del golfo di Salerno per essere colpita a morte da due siluri lanciati da un
sommergibile tedesco. Il disastro alleato, che aveva portato a un mesto e inaspettato ritorno alle coste
siciliane delle navi superstiti, era poi stato completato dall'avvicinarsi della nostra flotta, finalmente
disposta a lasciare i porti di La Spezia e di Taranto per ingaggiare battaglia, e dai morsi dei caccia
italiani e tedeschi, che non s'erano lasciati scappare l'occasione di colpire il nemico in rotta.
Parlandone anche con gli altri camerati della pattuglia, Vanni era cosciente che lo sbarco
avrebbe potuto essere tentato di nuovo, magari nello stesso punto del primo, ma non ce la faceva a non
essere orgoglioso d'avere contribuito a invertire l'andamento del conflitto, il cui barometro, dal 1942 in
poi, aveva segnato costantemente cattivo tempo per le forze dell'asse.
C'era, poi, un ultimo elemento di novit che gli alleati avevano ampiamente sottovalutato: la
morte del duce, cui nessuno aveva pensato, ma che s'era verificata forse accidentalmente e che era stata
il volano di profondi cambiamenti in tutto il paese.
Vanni s'appoggi con la schiena contro il tronco d'un albero, mentre poco lontano veniva
preparato il magro pasto serale. Al ricordo del tragico evento strinse le dita attorno al calcio del fucile
mitragliatore con una tale rabbia che le nocche gli divennero bianche e doloranti.
La sera del 25 luglio, con un timbro di voce ancor pi grave del solito, dai microfoni dell'Eiar
Giovanni Battista Arista aveva comunicato che il capo del governo e duce del fascismo Benito
Mussolini era stato colpito a morte a seguito d'una colluttazione con la
pattuglia di carabinieri mandati ad arrestarlo a Villa Savoia, la residenza romana del re, dove il
duce s'era recato per un importante colloquio con Vittorio Emanuele III.
Si sarebbe infatti saputo in seguito che, la notte precedente, il Gran Consiglio del fascismo
aveva in pratica sfiduciato il capo del governo, votandoa maggioranza l'ordine del giorno presentato da
Grandi, con cui si chiedeva alla Maest del re (...) d'assumere l'effettivo comando delle forze armate
e che Mussolini s'era presentato dal sovrano illudendosi d'averlo ancora dalla propria parte.
Durante quella fatidica sera Arista aveva pure comunicato che, subito dopo aver saputo
dell'uccisione di Mussolini, un Gabinetto di guerra -
formato da Farinacci, Pavolini, Ricci e Preziosi - s'era insediato stabilmente a Palazzo Venezia.
Questi uomini avevano preso in mano le redini della patria in attesa di formare un governo nazionale
fascista rigorosamente repubblicano e pronto ad attuare una politica antimassonica, antiebraica e
filotedesca e a creare un comando unificato per le forze dell'Asse presenti sul territorio italiano.
Erano stati subito convocati l'ambasciatore tedesco von Mackensen e il suo collega giapponese
Hidaka, ai quali era stato assicurato che l'Italia non avrebbe mutato rotta dopo la tragica fine del suo
duce: gli impegni bellici presi sarebbero stati rispettati e in politica interna non sarebbero state fatte
concessioni alle forze sovversive e contrarie all'interesse della patria.
Tra i primi atti dei membri del Gabinetto riunitosi a Palazzo Venezia c'era stato l'ordine
impartito con urgenza al console Lusana, comandante della divisione corazzata M di stanza a Sutri,
affinch occupasse Roma coi suoi modernissimi carri armati Tigre. Quasi contemporaneamente il capo
della milizia Galbiati era stato incaricato d'arrestare i diciassette firmatari dell'ordine del giorno Grandi
ancora vivi (i quadrumviri de Vecchi e de Bono si erano tolta la vita dopo il fallimento dell'arresto del
duce) e, oltre al re dichiarato decaduto, l'intera famiglia reale, da trasferire in un secondo tempo in
Germania come era avvenuto a quella belga, senza dimenticare infine di mettere in gabbia tutti gli alti
ufficiali del regio esercito, della polizia e dei carabinieri invischiati nel complotto.
Tutti questi arresti, unitamente alla richiesta che venissero consegnati Bottai e Ciano, secondo
fonti attendibili rifugiatisi dentro le mura del
Vaticano, avevano portato a un congelamento dei rapporti tra l'Italia e la Santa Sede.
Le alte sfere del fascismo, furibonde per il complotto monarchico-militare che intendeva far
uscire l'Italia dal conflitto grazie a uno spregiudicato cambio d'alleanze e che aveva ricevuto il decisivo
appoggio da parte di alcuni membri del Gran Consiglio, avevano deciso di ignorare gli appelli alla
clemenza di papa Pacelli firmando le prime immediate condanne a morte. Erano cos stati fucilati per
tradimento e per concorso nell'uccisione di Mussolini il presidente della Camera Grandi, il presidente
dell'Accademia d'Italia Federzoni, il ministro della Giustizia de Marsico, il sottosegretario all'interno
Albini, che durante la notte fatale aveva allontanato con un pretesto i moschettieri del duce di guardia a
Palazzo Venezia, il capo di Stato Maggiore Ambrosio e il maresciallo Badoglio, che aveva assunto il
comando militare subito dopo la morte del duce, ordinando a esercito, polizia e carabinieri di presidiare
le sedi dell'Eiar, le centrali telefoniche, i ministeri e i centri pi importanti di Roma, ordine andato
disatteso per lo sconcerto successivo alla ferale notizia e in virt dell'immediata reazione dei quattro
membri del Gabinetto di guerra.
Viva impressione aveva destato, infine, la notizia del suicidio di Carlo Scorza, segretario in
carica del Pnf, che s'era addossato tutta la responsabilit di non avere adeguatamente protetto il duce di
tutti gli italiani e che aveva deciso di non poter continuare a vivere con quella colpa sulla coscienza,
arrivando cos al gesto estremo di spararsi seduto alla propria scrivania del Palazzo del Littorio, dopo
aver scritto una lettera a donna Rachele Mussolini.
Quella notte, all'interno della caserma Lamarmora di Siena dov'era in corso l'addestramento
delle reclute, nessuno aveva dormito. L'allegria susseguente al film Colpi di timone visto in Fortezza
era svanita di colpo. Pi d'uno di quelli che dividevano con Vanni la camerata s'era messo a
singhiozzare disperato, altri avevano preso a vagare come se fossero in stato di trance, altri ancora si
erano chiusi in un mutismo quasi patologico: la realt, tremenda da accettare per tutti, indicava che era
stata spenta la luce cui fin dalla nascita s'era fatto costante riferimento.
Nella confusione e nello smarrimento dei pi, s'erano in seguito levate grida ostili contro il re e
la monarchia, ma soprattutto incitamenti
a tornare alle origini e a epurarsi dalla zavorra e dagli indegni
adesso che Mussolini non c'era pi. Era avvertibile l'imperativo categorico, per onorarne la
memoria, di portare a termine la rivoluzione fascista che s'era trasformata, a dispetto dei programmi e
dell'etica iniziali, in un poderoso apparato statale con un'imponente gerarchia di funzionari ben
stipendiati.
In effetti, le notizie dei giorni successivi avrebbero confermato questo nuovo modo di sentire, di
reagire alla gravissima perdita e al sempre presente pericolo di un'invasione. Le forze armate erano
state decapitate ai vertici e affidate a militari d'assoluta fede fascista, legandole in tal modo
indissolubilmente al partito: la Marina era andata a De Courten, l'Aeronautica a Sandalli e l'Esercito al
principe Borghese.
Per meglio evidenziare la svolta filogermanica dell'Italia, Graziani era andato a occupare il
ministero della Difesa e Alessandro Melchiori quello della Guerra; Pavolini era stato nominato nuovo
segretario nazionale del Pnf, Farinacci capo del governo e Raffaello Riccardi presidente della nuova
Repubblica.
Per le strade erano in seguito apparsi grandi manifesti in cui veniva comunicato a chiare lettere
che il prolungamento della guerra a fianco dell'alleato tedesco avrebbe potuto essere affrontato con
successo solo se il fronte interno avesse dato segno di resistere nel supremo momento del bisogno.
Tutta l'azione del nuovo fascismo doveva puntare sulle masse e sulla piccola borghesia,
accentuando il carattere sociale della rivoluzione, suscitando i sentimenti schietti della razza nel
popolo, facendo appello al suo onore, al suo orgoglio nazionale, alla difesa del territorio, al suo odio
per gli aggressori che dalle loro fortezze volanti seminavano morte anche tra gli inermi. L'aristocrazia,
l'alta borghesia e i borghesi antifascisti che fino ad allora erano stati tollerati sarebbero stati messi con
le spalle al muro, controllati in ogni loro attivit, dominati con pugno di ferro, terrorizzati e messi
infine in condizione di non nuocere.
Vanni, scorrendo le righe di quel durissimo comunicato, s'era rammentato d'uno slogan tedesco
della prima guerra mondiale che rispecchiava alla perfezione il suo dramma interno: Nei tempi duri,
quando gli obblighi sono pi duri, i cuori devono essere duri.
La sua felice adolescenza gli era apparsa lontanissima, immerso com'era allora nell'assoluta
fiducia che il suo duce avrebbe lavorato per
sempre a risolvere i problemi della patria.
Cosa aveva mai voluto Mussolini di tanto tremendo per il popolo italiano da volerlo arrestare
proditoriamente? Ripensando alle pagine del Premilitare che aveva dovuto imparare a memoria durante
i numerosi sabati d'addestramento alle armi: Vuole migliorarlo moralmente e materialmente,
garantendogli il massimo di lavoro e di benessere; e vuole che, attraverso l'educazione e
l'organizzazione politica, sindacale, sportiva e morale del fascismo, diventi sempre pi consapevole dei
suoi fini, della sua missione nel mondo....
Siena un ventennio prima, con le sue glorie e le sue miserie, quando tutto per lui era
cominciato...
Vanni era nato nella contrada del Bruco nel luglio del '22, quando i suoi genitori stavano ancora
festeggiando il Palio che Cispa s'era aggiudicato per i colori giallo-verdi superando la Chiocciola solo
in prossimit del bandierino e quando la marcia su Roma era ancora di l da venire.
Era cresciuto come uno dei tantissimi bimbi italiani che il regime intendeva forgiare e che le
famiglie cedevano volentieri alle strutture preposte a questo compito. Figlio della lupa, balilla,
avanguardista, giovane fascista e ora milite a tutti gli effetti, cos conscio di quanto la patria s'aspettava
da lui che aveva interrotto l'universit per fare il proprio dovere...
Suo padre, del resto, un piccolo imprenditore edile, dirigeva il gruppo fascista rionale e ora si
trovava col suo reparto lungo la strada ferrata della Porrettana, a guardia delle gallerie e delle fabbriche
di materiale bellico; suo fratello Aldo era a Forl al Collegio aeronautico del littorio; suo zio, infine, era
partito volontario per la guerra contro il negus Hail Selassi come primo seniore della Primo febbraio
e, a vittoria ottenuta, s'era fermato in Etiopia. Allo scoppio della seconda guerra mondiale aveva
rimesso la divisa, ma dopo la battaglia di Cheren era caduto prigioniero degli inglesi e da due anni la
famiglia non aveva pi sue notizie.
Pensando al "suo" duce, Vanni aveva imparato a conoscerlo indirettamente attraverso i
cinegiornali, i problemi aritmetici (Lo stipendio del duce quando insegnava era, nel 1902, di .56
mensili.
Quanto al giorno? E in un anno?...) e le belle pagine del Balilla Vittorio, di Patria e del Libro
fascista del balilla. Ora il suo corpo
crivellato di colpi giaceva sotto l'Altare della Patria dopo il grandioso funerale che era stato
rispettato persino dagli alleati, che in quel giorno avevano tolto Roma dai loro obiettivi.
Vanni fremette d'esasperazione, accarezzandosi con gesti nervosi i corti capelli. La gamba gli
doleva ancora ma lui non intendeva stare in un letto, a meno che Francesca non gli fosse accanto. A
volte si sorprendeva a sperare di mettere le mani su qualche ribelle, per poi pentirsi subito d'avere avuto
pensieri tanto crudeli... S'era incattivito, certo, ma in una guerra, dove era in gioco non solo il destino
della patria ma la stessa visione del mondo, non c'era posto per i sentimenti.
Lui per primo stentava a riconoscersi, anche fisicamente. S'era abituato a portare un'ispida barba
scura sulle guance e sul mento; gli occhi che fino all'adolescenza erano stati aperti, pieni di speranza,
sul mondo, adesso gli s'erano infossati per la stanchezza e per la delusione d'avere visto il nemico
impadronirsi delle colonie, fecondate dal lavoro di tanti italiani. Era diventato pi selvatico e pi
taciturno, abile nel soffocare la sensibilit d'un tempo, egoista nel pensare prima a s e ai propri ideali e
poi, se c'era posto e tempo, agli altri.
La ferita pi profonda, per, non era stata quella di Salerno, ma l'aver registrato che un lembo di
terra della patria era caduto in mano degli anglo- americani e che c'era chi non si vergognava di dare
loro una mano contro i propri fratelli in armi.
Nei momenti di completo sfinimento, che volontariamente cercava per non spaccarsi la testa su
ci che avrebbe potuto essere fatto per non arrivare alla catastrofe, ripensava anche a Francesca. La sua
ragazza era imparentata alla lontana col segretario federale cittadino Passalacqua che Vanni, allora
sedicenne, aveva visto sfilare al fianco di Starace in occasione dell'inaugurazione della cripta dei
martiri fascisti senesi sotto la basilica di San Domenico.
Mentre l'odore del cibo che veniva cucinato poco lontano da lui gli riempiva le narici, Vanni di
nuovo s'appoggi con la schiena al tronco dell'albero e chiuse le palpebre appesantite dalla fatica.
Avrebbe voluto accanto a s la sua bella e paziente fidanzata che invece, a quell'ora, stava
probabilmente tornando a casa, nel nuovo quartiere di Ravacciano dove era stata trasferita coi suoi a
seguito del risanamento di via Salicotto, dal negozio di ferramenta che la sua famiglia aveva aperto nei
pressi delle Lupe.
Francesca, coi suoi occhi luminosi e i lunghi capelli neri sciolti sulle spalle, alta e formosa come
una delle signorine grandi firme di Boccasile... Per strada attirava l'attenzione di tutti gli uomini,
anche se non faceva nulla per essere provocante: camminava con gli occhi bassi, vestiva
modestamente, non dava confidenza ad alcuno e si truccava pochissimo, ma era cos bella e cos ben
fatta che rubava lo sguardo di chi l'incontrava.
Vanni s'era spesso chiesto come mai una ragazza simile, che avrebbe potuto avere tutti gli
uomini ai suoi piedi, non si fosse ancora stancata del carattere scorbutico di lui, della sua ritrosia quasi
ursina a lasciarsi andare a delle tenerezze, della violenza con cui era ormai solito prenderla quando non
s'era ancora del tutto spogliata...
Un tempo le cose andavano diversamente. S'erano conosciuti al nuovissimo cinema teatro
Impero, fuori Porta Camollia, lui al penultimo anno del liceo scientifico Galilei e lei, una stupenda
mora che metteva in ombra tutte le amiche con cui aveva fatto gruppo. Forse era stato il viso maschio e
scavato di quel giovane o il suo impacciato sorriso a conquistarla, o forse il fascino della cultura che lui
aveva e lei molto meno, per aver fatto il minimo di scuole indispensabili per una ragazza cresciuta in
una famiglia piccolo-borghese del dopoguerra; fatto sta che avevano cominciato a vedersi, dapprima in
mezzo agli altri e poi da soli, di nascosto dai genitori, anche se pi d'una volta la madre di lei aveva
visto gironzolare sotto casa o nei pressi del negozio sempre lo stesso ragazzo che cercava d'evitare il
suo sguardo.
Vanni era pazzo di lei: persino il profumo naturale della fresca pelle della ragazza l'inebriava,
cos come il tepore delle sue labbra o il suono musicale della sua voce. Era la prima volta che
s'innamorava seriamente e i primi tempi era stato un po' impacciato, ma quando aveva capito che anche
per Francesca era la stessa cosa, che in pratica lui non avrebbe dovuto temere confronti, s'era del tutto
tranquillizzato e aveva preso in pugno la situazione.
Baci e abbracci a un certo momento non gli erano bastati pi.
Avevano fatto per la prima volta all'amore il giorno che l'Italia era entrata in guerra. Appoggiati
alle staccionate del cantiere della Lizza, dietro la Federazione fascista, avevano ascoltato dagli
altoparlanti la voce di Mussolini che dichiarava guerra alla Francia e alla Gran Bretagna ed erano stati
travolti dall'emozione e dal frenetico inneggiare
della folla.
Le luci del giorno s'andavano pian piano spegnendo quando lui l'aveva stretta a s da dietro,
godendo del contatto del suo morbido corpo sotto l'abito leggero e facendole sentire senza pudore
quanto la volesse.
Mano nella mano s'erano lasciati alle spalle la confusione della Lizza e attraverso le piccole
strade del centro avevano raggiunto la casa di lui, situata presso l'Arco dei Rossi. Non avevano
nemmeno acceso la luce nella camera da letto dei genitori di Vanni, ma solo accostato i vetri della
finestra.
Era stato il giorno pi felice della sua vita. Fuori la gente che inneggiava alla guerra
percorrendo la via con lo stesso entusiasmo con cui aveva accolto la nascita dell'impero quattro anni
prima e dentro la camera Francesca che gemeva di piacere sotto di lui e lo stringeva tra le gambe
mentre voltava freneticamente da una parte all'altra del cuscino il volto sudato e coperto dai capelli...
Da allora s'erano amati spesso, con una dolcezza e una passione sempre immutate, come se
fossero gi sposati, ma poi la guerra aveva cominciato a fare sempre pi capolino nella vita di tutti i
giorni, imponendo scelte dolorose e distruggendo tenere illusioni.
Francesca aveva sopportato fin che aveva potuto le preoccupazioni e i rimorsi dell'amante che
non era in prima linea e se ne faceva una colpa, per poi, tra le lacrime, l'aveva lasciato interrompere
gli studi per arruolarsi, supplicandolo solo di tornare da lei quando il conflitto fosse terminato.
A distanza di qualche anno Vanni si chiedeva come tutti, lui compreso, fossero stati sprovveduti
al punto da credere che in guerra e in amore le cose sarebbero sempre andate bene. Adesso la sua
sicurezza sulla vittoria finale s'era incrinata ma non tutto era perduto, adesso che i tedeschi erano giunti
in forze per tamponare l'attacco da sud degli alleati.
Era per pi che certo che, se non avesse avuto l'amore (immotivato ma sincero) di Francesca e
il miraggio rassicurante dei suoi seni alti ed eretti, della sua tiepida pelle di seta e delle sue cosce tornite
e pronte a dischiudersi al suo ruvido tocco, nulla gli avrebbe impedito di tornare al fronte una volta
guarito per offrirsi volontario in qualche missione suicida, facendosi ad esempio paracadutare in
Sicilia.
Quand'era tornato ferito in treno dal sud, ad aspettarlo alla stazione c'erano stati suo padre e sua
madre, ma anche Francesca, ormai accolta in famiglia con grande affetto. Vanni non era stato molto
espansivo ma in fondo al cuore aveva gradito questo gesto, cos come era stato riconoscente ai suoi
genitori di trovare delle occupazioni fuori casa quando la fidanzata veniva a far visita a loro figlio.
La ferita che si stava rimarginando non aveva intaccato, infatti, l'aspetto sessuale.
Vanni comunque cercava d'essere il pi freddo possibile con la sua ragazza, proprio perch
l'amava. Insicuro e pieno di rabbia come si sentiva, non riteneva d'essere la persona giusta per lei, che
volutamente era arrivato a trattare a volte in maniera offensiva, non con le parole ma coi gesti.
Anche mettendola di fronte al sesso pi volgare e materiale, per, non riusciva a staccarla da s.
A volte avrebbe voluto con tutto il cuore abbracciarla e chiederle perdono per tutte le miserie che le
riversava addosso, ma non lo faceva perch sperava (e temeva...) che lei si decidesse ad aprire una
buona volta gli occhi.
Dal canto suo Francesca pareva rendersi conto, grazie all'intuito che le dava l'amore per Vanni,
che lui era ancora quel ragazzo dolce, premuroso e intelligente che aveva fatto breccia nel suo cuore,
che per ora si stava nascondendo in attesa di tempi migliori, incistandosi come un batterio. Solo
standogli vicino avrebbe potuto vincere l'orrore e la disillusione che rischiavano di ghiacciargli il cuore
in modo irreversibile. S'amavano forse pi dei primi tempi, ma ognuno voleva salvare per primo l'altro.
Vanni le era silenziosamente grato ma non voleva che si sacrificasse per un naufrago
misantropo come pensava d'essere diventato. Un naufrago che poteva affondare da un momento
all'altro e che non aveva il diritto di trascinare anche un essere di luce come lei nei gorghi scuri della
propria disperazione e della propria paura d'avere cullato per tutta la vita un sogno irrealizzabile.
Tutto il proprio mondo stava scricchiolando come un edificio minato alle fondamenta e lui, che
non chiedeva altro al destino se non d'assecondare la sua natura eroica (risentiva ancora in bocca il
sapore delle sue lacrime miste alle gocce di pioggia che gli rigavano il viso, mentre assisteva al
passaggio delle sette salme di martiri poste sopra
altrettanti camion militari e seguite da un lungo corteo, dirette verso San Domenico, all'ampia
cripta restaurata dove sarebbero state calate ognuna nel proprio sarcofago dopo l'appello fascista),
temeva inoltre di dover combattere una sporca guerra tra italiani e non per un pi elevato nuovo ordine
mondiale...
Sobbalz, interrompendo il filo dei ricordi. Con la coda dell'occhio aveva scorto due persone
muoversi in direzione delle rovine della chiesa cistercense di San Galgano, cercando di tenersi fuori del
cerchio di luce del piccolo accampamento.
Non voleva offrire ad altri l'onore di catturare qualche ribelle, per cui tolse la sicura dall'arma
che stava maneggiando e s'alz, dichiarando ad alta voce che si sarebbe assentato per orinare, in modo
che nessuno lo seguisse. Con la relativa rapidit consentitagli dal dolore alla gamba si port anche lui
nella zona d'ombra sempre pi fitta che circondava la pattuglia, orientandosi coi resti della chiesa che
intravedeva tra gli alberi.
Senza fare rumore Vanni si mise dietro di loro e not che, al di l d'ogni dubbio, erano due
uomini, diretti effettivamente verso la chiesa, uno pi alto e robusto che procedeva con un certo
impaccio nella boscaglia e l'altro, pi piccolo e snello, molto agile nonostante il pacco che teneva tra le
mani.
Sent un brivido percorrergli la spina dorsale: forse aveva intercettato due attentatori che erano
l per piazzare una carica esplosiva da qualche parte. In tal caso non si sentiva pi tanto sicuro che fosse
stata una scelta intelligente quella di non avere avvisato gli altri della pattuglia, per ormai si trovava a
met strada tra la chiesa e il fuoco dell'accampamento.
Non poteva perdere le tracce dei due misteriosi individui che indossavano, per quel che
permetteva di vedere la debole luminosit del quarto di luna calante, una specie di tuta.
Si fece coraggio e, quando le due prede ebbero attraversato un piccolo spiazzo tra gli alberi,
intim loro di voltarsi con le mani alzate, se non volevano che lui usasse subito il mitra. Obbedirono.
Sta' calmo, camerata! disse il pi alto senza tradire la minima emozione. Combattiamo dalla
stessa parte, non temere!. Il suo accento e il colore dei suoi capelli illuminati dalla luce della torcia di
Vanni denotavano una chiara provenienza germanica.
Tieni bene in alto le mani! ordin Vanni, che aveva intanto spostato il raggio di luce sul pi
basso dei due probabili malintenzionati. Questo qui mi sembra uno della banda di Ali Bab!
fu il suo commento quand'ebbe scorto il volto dalla pelle scura dello sconosciuto.
Indossavano entrambi un rivestimento di pelle scura fatta di un unico pezzo, attillata quel tanto
che bastava per mettere in mostra la loro muscolatura sviluppata. Se per qualunque motivo il mitra non
avesse funzionato, Vanni valut che, a mani nude, se la sarebbe vista brutta contro quei due.
Riconosco che ti possa parere poco credibile, ma siamo ufficiali delle SS in missione
mormor l'uomo dall'aspetto mediorientale deponendo sui propri piedi il pacco che aveva inizialmente
tenuto sollevato sopra la testa dai capelli lunghi e ondulati. Parlava un italiano corretto ma
dall'inflessione esotica.
Le vostre bischerate raccontatele a un altro! reag Vanni che avrebbe voluto lavorare di
pugnale per togliere da quei volti serafici una tranquillit del tutto fuori posto, viste le circostanze. Ora
chiamo la mia pattuglia e vi porteremo in citt. Sempre che non decidiate di tentare qualche colpo di
testa....
Camerata, sono l'Oberfiihrer Gustav von Teuchert dell'Ahnenerbe
intervenne il biondo che ancora non mostrava di rendersi conto che la sua vita era appesa a un
filo, e lui  lo Standartenfhrer Namik Alhazred, della XIII divisione musulmana Handschar. Se ci
vedi senza divisa  perch speravamo di passare inosservati fino al compimento di quello che siamo
venuti a fare qui.
Ora basta con codeste corbellerie!.
Ti stiamo dicendo la verit. Non chiamare nessuno, altrimenti la nostra missione fallir e tutti
gli sforzi compiuti finora saranno stati vani! esclam il moro mostrando finalmente un'incrinatura
nella sua irritante imperturbabilit.
Ma di che missione parlate? Quella di compiere qualche attentato contro di noi?.
Davanti al tono incalzante e incredulo di Vanni i due presunti ufficiali scossero il capo. Devi
avere fiducia in noi, camerata. Meno si sa in giro di questa storia, meglio sar per tutti....
S, e che ci fiducia in du' sconosciuti senza divisa?. Coi nervi a fior di pelle Vanni non ce
l'aveva fatta a non interrompere il moro.
Allora  bell'e fatto: vi si lascia andare e tanti saluti... Ma pensate che c'abbia la sveglia al
collo?!... Avanti, parlate: cosa nascondete?.
Potresti non capire....
Allora fa' uno sforzo, biondo! Ste a du passi dal Laterino, v avverto!.
Cosa stai dicendo? Non capisco....
Vanni annu. Quando si faceva prendere dall'ira, affiorava il vernacolo della sua citt, anche in
circostanze dove nessuno l'avrebbe compreso. Sto dicendo che potrei farvi fuori sul momento, perci
cercate d'essere convincenti. Il Laterino  uno dei due cimiteri della citt di Siena.
Come vuoi... Namik, mi sembra che siamo a un punto morto: se ci ammazza la missione 
destinata al fallimento, perci non ci resta che fidarci di quest'italiano e sperare... aggiunse in tedesco
guardando il compagno dalla pelle scura che, per tutta risposta, fece un cenno affermativo con la testa.
Guardate che io conosco la lingua dei nostri alleati, perci non fate i furbi... Cristo del Berti,
aprite quel pacco se un volete stianta' qui, a volo!... Non sto scherzando!.
Gustav si chin lentamente e sciolse i capi del tessuto che avvolgeva qualcosa di solido. Prima
di aprire del tutto l'involucro guard ancora una volta Namik che l'invit a terminare il lavoro. Questo
oggetto possiede un'immensa potenza mormor con un tono di voce reverente.
Forse ci salver....
Il biondo con un deciso colpo delle mani apr e si rialz tenendo sempre le mani in alto. Vanni
punt la torcia verso l'oggetto che adesso era in piena vista.
Cosa ti sembra?.
Una coppa, che domanda!.
Guarda che non  cos semplice. Per me  la Pietra dell'angolo lo corresse Namik.
Io, invece, vedo il gioiello che Lucifero portava in mezzo alla fronte prima della Caduta fu il
commento di Gustav.
Ste briachi come du tegoli?... Sentitemi bene, sciaborditi, badate a non burlammi perch ci
sformo un monte quando mi si piglia a giro...
Ah, non capite?... Beh, m'arrabbio parecchio se ci si prende gioco di me. Va meglio cos?.
Come ti chiami, camerata? domand il tedesco per tutta risposta.
Vanni.
Bene, Vanni, fatti forza: davanti a te sta il Sacro Graal.
Fu come se avesse ricevuto uno schiaffo in pieno volto. Cosa?! Il Graal di re Art e della
Tavola rotonda?! balbett impreparato a una notizia del genere.
Anche di Parzival aveva aggiunto Namik.
Ma quel Graal  una finzione letteraria!... No, perdiavolo, v'ho pregato di non coglionarmi ma
voi non mi volete ascolta'... grid Vanni con le mani che tremavano per la rabbia. Doveva ammettere,
per, che in fondo al suo animo sera accesa un'esilissima luce di speranza da cui era attirato, ma aveva
troppa paura di rischiare perch non avrebbe tollerato una cos cocente delusione.
No, Vanni, nessuno vuole burlarsi di te. Ti chiediamo solo di cominciare ad abbassare la canna
del tuo mitra e di non denunciarci. Se a Berlino avessero solo un vago sospetto di cosa siamo venuti a
fare qui, sarebbe la fine, e non solo per noi.
Siete per caso disertori?.
In un certo senso s, ma non  per le nostre vite che abbiamo paura.
Temiamo invece che questo oggetto potentissimo finisca in mani sbagliate....
Non sarete allora due trafugatori che godono un monte a mettermi in mezzo? mormor
Vanni, cominciando per ad abbassare l'arma.
Se ne sei convinto, sparaci subito e facciamola finita... Camerata, se tu conoscessi le peripezie
che ci hanno condotto qui, non avresti questo dubbio fu l'amaro commento di Namik, che sera passato
una mano sugli occhi. Ora appariva parecchio stanco, come del resto Gustav.
Possiamo sederci? Siamo davvero sfiniti e ancora non abbiamo portato a termine il lavoro che
ci eravamo ripromessi di fare.
Un mi riesce a capi'pi nulla si lament Vanni ma non me la sento di sparavvi... Perch non
procurate di spiegarmi almeno che ci fate qui?.
Gustav guard Namik e poi annu lentamente. S, pensiamo che te lo sia meritato; per
andiamo in un posto pi riparato da occhi indiscreti.
Entriamo in chiesa, allora propose Vanni mentre il moro riavvolgeva l'oggetto misterioso e
apriva la marcia verso le rovine di San Galgano.
Passarono in silenzio davanti alla facciata incompiuta ed entrarono dalla parte dell'abside aperta
da monofore e bifore e, una volta all'interno, s'appoggiarono a due dei pilastri cruciformi che
sostenevano le navate ormai prive di volta e si sedettero sull'erba del prato che fngeva da tempo da
pavimento naturale della chiesa diroccata.
Vanni s'accorse dell'intensissima luce che si stendeva come un manto fatato tutt'intorno a loro,
rendendo distinguibili addirittura i singoli fili d'erba. Guard verso l'alto e il cuore parve fermarglisi nel
petto quando not il disco lunare pieno e trionfante nel tersissimo cielo notturno, a tratti attraversato da
lenti greggi di gonfie nuvole bianche.
Ma non  possibile... cominci a balbettare stupefatto prima che Namik lo bloccasse.
T'abbiamo messo in guardia: quello che stiamo trasportando da tanto tempo  un oggetto
dall'immenso potere. Sarebbe un rischio mortale per il mondo se chi lo portasse in giro non fosse pi
che puro.
Non stupirti di nulla di quel che ti diremo ma sappi che, alla fine, sarai legato a noi due da un
vincolo che supera qualunque giuramento. Per l'ultima volta, te la senti di correre questo rischio?.
Vanni dette un'occhiata fuggevole a Gustav, seduto di fronte a lui, a fianco di Namik. Il tedesco
teneva gli occhi chiusi e pareva addormentato. Vanni stava pensando di alzarsi per verificare che non
fosse morto quando questi sorrise senza aprire le palpebre.
No, non sto dormendo e men che mai sono morto. Sto solo recuperando le forze, perch il
Graal  come la batteria di un'auto: pu fare prodigi, ma necessita d'energia per ricaricarsi e
quest'energia la prende da chi lo possiede. Ecco perch Namik e io ci siamo alternati mentre ci
spostavamo per l'Italia. Uno solo non avrebbe potuto farcela....
Ma da dove venite? In mezzo ai tanti misteri almeno questo potete dirmelo?.
Faremo di pi, Vanni acconsent Gustav aprendo gli occhi e
abbracciandosi le ginocchia. Ognuno di noi due ti racconter la propria storia, cos, speriamo,
potrai avere le idee pi chiare. Sei d'accordo, Namik?.
Il moro borbott il suo assenso e tutti e tre i presenti in quella sala si misero comodi, contagiati
dall'atmosfera ancora mistica che regnava in quel luogo da tempo disabitato.
La mia storia  come un ponte che poggia su tre pilastri, rappresentati dalle persone fuori del
comune che ho incontrato
cominci a raccontare il tedesco con voce suadente. Dopo essermi laureato in letteratura e
filologia entrai nelle SS e, come ufficiale, fui dirottato in Westfalia a Wewelsburg, il nostro
castello-capitolo nei pressi di Paderborn. Sono perci cresciuto in mezzo ai cerimoniali che avevano lo
scopo di gettare un'aura di tradizione sull'ideologia dell'elitarismo, della purezza razziale e della
conquista territoriale del Corpo Nero.
In questa specie di Marienburg dei cavalieri teutonici che era la nostra chiesa - orientato per
in direzione nord-sud invece che est-ovest
- conobbi il suo ideatore, Karl Maria Wiligut, che assunse il cognome di Weisthor da quando
s'un alle SS.
Weisthor credeva in quel che diceva, non lo faceva per opportunismo.
Messo a contatto col nostro Reichsfihrer Himmler - che ha sempre avuto a cuore l'educazione
degli ufficiali delle SS - fu talmente convincente da ottenere fondi ingentissimi per la completa
ristrutturazione del vecchio castello di Wewelsburg e carta bianca per curare come meglio avesse
creduto la formazione del corpo scelto del Terzo Reich.
Avuta la fiducia di Himmler, si butt anima e corpo nell'avventura della vita, occupandosi della
sua creatura di pietra e di chi l'avrebbe abitata nei tempi a venire. Disegn il nostro anello, il
Totenkopfring, offici le annuali feste per la primavera, il raccolto e il solstizio d'estate e celebr
sposalizi pagani tra gli ufficiali e le loro fidanzate che erano state scelte dal Partito... Ricordo il suo
pastorale d'avorio, adorno d'un nastro azzurro su cui erano state incise delle rune, mentre mi sposava
con Greta, una ragazza ovviamente sana, fertile e di sangue ariano almeno dalla met del Settecento. A
differenza della maggior parte dei miei camerati a me era toccata una ragazza dalla bellezza assoluta,
dalla pelle color del marmo, ma purtroppo altrettanto fredda. Rivedo ancora i
suoi grandi occhi del colore del cielo che non tradivano la minima emozione mentre, a gambe
spalancate sotto di me, attendeva che le riversassi nel ventre il mio liquido seminale....
Che ne  stato di lei? s'inform Vanni, sensibile all'argomento.
L'ho messa incinta quasi subito, com'era dovere d'ogni ufficiale delle SS prima di partire per il
fronte o per qualche missione. Da allora non l'ho pi rivista....
Ma ti manca?.
Penso di s, Vanni, anche se mi rendo conto che non ne ero innamorato... Ma torniamo a
Weisthor, se non ti dispiace... Dunque, il gerofante personale del nostro Reichsfuhrer lavor fino al
1935 a Berlino, nell'ufficio dell'aiutante in capo del seguito personale di Himmler. Nello stesso ufficio
lavorava anche, prima come civile e poi come sottufficiale, Otto Rahn, un tipo allampanato che durante
una tormenta mor assiderato in montagna, vicino a Kitzbhel, quattro anni fa.
Anche questo personaggio influenz moltissimo la mia vita. Laureato in storia medievale, era
interessato in modo quasi morboso ai catari e alle leggende del Graal. Per cinque anni, da solo, aveva
girato la Provenza, la Catalogna, la Svizzera e parte dell'Italia, seguendo le tracce delle migrazioni
gotiche (soprattutto dei Visigoti) ed era arrivato a fondere le tradizioni trobadoriche e della minnesang,
l'eresia catara e le leggende graaliche per postulare l'esistenza d'una religione gnostica d'origine gotica,
brutalmente soppressa dalla chiesa cattolica medievale... Vanni, mi stai seguendo o i nomi e i fatti che
ti sto raccontando servono solo a metterti in confusione?.
Alla garbata domanda di Gustav, Vanni si riscosse dal torpore quasi estatico con cui stava
seguendo il filo (per il momento misterioso) del suo racconto.
Beh, non tutto mi  chiaro, per attraverso Evola riesco a stabilire diversi collegamenti...
Conosci il barone Julius Evola?.
Ma certo! Anzitutto era stato in corrispondenza con Rahn, e poi guarda che dopo la conferenza
che tenne a Berlino nel dicembre del '37
le SS cominciarono a studiare le sue idee finch non fu chiaro che il tuo connazionale non
conosceva le istituzioni preistoriche germaniche e il loro significato, e allora le sue attivit nel Terzo
Reich vennero scoraggiate.... Gustav si permise un sorriso. Camerata, Evola con la
sua dottrina elitaristica e antimodernista, basata su una tradizione ariano-nordica definita
secondo la mitologia solare e il principio maschile dell'aristocrazia opposto a quello femminile della
democrazia, non mi sembra un personaggio del tutto accettabile nemmeno dalla linea ufficiale del
Partito fascista... Forse dovresti orientarti su altre letture....
Vanni strinse le mascelle prima di lasciarsi andare a una rabbiosa reazione.
Camerata, il mi partito ple di' quel che vle! A me mi garba assai la su' dottrina!.
Possiamo parlarne senza che ti inalberi subito? chiese Namik.
D'accordo acconsent Vanni prendendo un profondo respiro per calmarsi. Per me  giusto il
suo tentativo di giungere a una conciliazione tra lo spirito olimpico germanico e la tradizione di Roma.
Siamo s alleati, ma mi pare che su certi argomenti non si pensi allo stesso modo.
Ad esempio? intervenne Gustav.
Ad esempio sulla razza. Evola l'intende in senso eminentemente spirituale, mentre da voi
Rosenberg fa opera di convincimento su basi biologiche....
Certo: si parla di profilassi, di barriere contro gli incroci, di misure eugenetiche....
Mi sembra logico tutto questo, dal momento che per lui la scienza moderna  una creazione
del puro spirito ariano, peccato che non venga tenuta in debito conto la desacralizzazione che subisce
l'universo... Ma, gi, dimenticavo che per Rosenberg e lo stesso Fhrer riti e sacramenti non sono altro
che superstizioni, creazioni insomma di uno spirito non-ariano!....
Ti trovo predisposto alla discussione comment Gustav inserendo nel complimento una punta
polemica su cui Vanni prefer sorvolare,
nonostante la precaria situazione in cui ci troviamo.
Se vuoi posso dirti che c' anche un altro motivo di fondo a renderci diversi... si limit a dire
in tono cautamente conciliante.
Sentiamo rispose subito Gustav, togliendo ogni acrimonia dalla sua voce.
La concezione dello stato. Il fascismo afferma la sua priorit nei
confronti della nazione, mentre il nazionalsocialismo sostiene che lo stato rappresenta un
mezzo, e non un fine, un recipiente della razza-popolo che ne  il prezioso contenuto da proteggere.
Ecco, questo nazionalismo etnico irredentista, questo trarre il principio della legittimit dal consenso
popolare, mi sa tanto di dittatura populistica....
Ma questa  l'essenza del Fhrerprinzip! Ci rifacciamo a una tradizione del tempo dei germani,
alla relazione tra il capo e i gregari uniti da un vincolo di fedelt!.
Dimentichi che i gregari erano i capi dei ceppi e non l'intero Volk, che la figura del Dttx o del
Fhrer non deve avere carattere permanente ma solo limitarsi al periodo bellico e che dev'esistere un
Rex che abbia una superiore dignit per via della sua origine!.
Insomma, il principio della diarchia....
Proprio quello.
Ma Vanni, mi vieni a parlare ancora del valore della monarchia dopo quel che Vittorio
Emanuele ha combinato al tuo duce?!.
Lascia stare quest'argomento! sbuff Vanni tornando ad appoggiarsi al pilastro da cui s'era
staccato per via della discussione animata. Mi fa troppo male!.
Torniamo allora a Rahn. All'inizio degli anni Trenta era in una sperduta localit della Francia
meridionale, dove strinse amicizia con due studiosi locali, un ingegnere che aveva condotto degli scavi
nel castello di Montsgur (dove i catari avevano opposto la loro ultima resistenza ai crociati) e l'uomo
che per primo aveva esplorato un gruppo di grotte, anch'esse note per lo scontro sanguinoso coi
papalini. Arricch perci le proprie conoscenze e le sistem in un quadro molto originale che
l'accompagn sino alla fine dei propri giorni.
Me lo disse con estrema chiarezza: era giunto a considerare il catarismo albigese come un
incrocio tra druidismo ed ellenismo, una sorta d'impasto tra illuminismo e nozioni vedico-islamiche -
ma su questo Namik sar pi esauriente - ereditate da un medioevo influenzato dall'Oriente.
Nella crociata contro gli albigesi Rahn vide il simbolo della Croce contro quello del Graal, la
Sacra Coppa della tradizione cristiano-celtica, fonte di vita interiore, punto d'arrivo e di partenza per il
puro di
cuore, per un puro "folle" come Parzival... A proposito, camerata, ma tu hai mai letto l'opera di
von Eschenbach?.
Ti confesso di no ammise Vanni con rammarico ma so chi  Parsifal e cosa rappresenta. Va'
pure avanti....
Arriviamo, allora, al mio terzo incontro fondamentale: quello con Franois Brenger Saunire,
un apparentemente oscuro curato, morto nel gennaio del 1917....
Cosa?! sbott Vanni sgranando gli occhi. Come hai potuto conoscerlo? Ti sei imbattuto nel
suo fantasma? Da questa storia ormai mi aspetto di tutto....
No, nessun fantasma, non l'ho incontrato di persona rispose Gustav ridendo e scrollando il
capo. I miei superiori si accorsero dell'inclinazione che avevo a investigare dentro i miti e della mia
preparazione specifica, per cui Himmler in persona trov il tempo per parlarmi, per conoscere le mie
intenzioni e per mettermi al corrente d'un suo progetto a prima vista irrealizzabile e che ti riassumo.
Si deve e si pu vincere la guerra con gli aerei e i carri armati che le nostre industrie belliche
continuano a sfornare. Se necessario con le nuove armi che stiamo mettendo a punto nella base di
Peenemnde, bombe capaci di viaggiare per centinaia di chilometri e ordigni che sfruttano l'emissione
d'energia derivante dalla fissione dell'atomo, per se il Terzo Reich riuscisse a entrare in possesso di
qualcuno degli oggetti impregnati di potere che per secoli hanno ricevuto il reverente omaggio di
diversi popoli, o se riuscisse a entrare in contatto con entit celebri per la loro saggezza, nessuno
avrebbe pi dubbi sulla legittimit del dominio germanico.
Aggiunse che a Berlino gi si custodiva la Lancia di Longino e che speciali truppe erano state
inviate in Tibet per trovare l'ingresso del mitico reame sotterraneo di Agartha e cercare d'ottenere
l'appoggio del re del mondo.
Mi chiese se, secondo me, il Sacro Graal esistesse o no e, in caso affermativo, dove cercarlo. Ti
confesso che rimasi di sasso davanti a simili richieste: da una parte non mi pareva opportuno
contrariare un uomo potente come il nostro Reichsfhrer accusandolo di rincorrere le chimere, dall'altra
dovevo pur dare una risposta al mio superiore pi alto in grado... Me la cavai affermando che, di solito,
alla base d'un mito, c' sempre qualcosa di reale e promettendogli d'esaminare
seriamente la questione per poi tornare al suo cospetto con qualche elemento certo in mano.
Per fortuna Himmler pens a un mio eccesso di zelo invece che al fatto che non sapessi che
pesci pigliare. Io, comunque, mi sentivo in trappola: era come se m'avessero chiesto un parere su
Excalibur o sull'Arca dell'alleanza unitamente all'indicazione della loro ubicazione.
Mi salv un libro di Otto Rahn, pubblicato l'anno in cui il nostro fhrer prese il potere, Crociata
contro il Graal, dove l'autore parla di un tesoro salvato e nascosto nelle grotte di Ornolac. Mi chiesi
se per caso questa, invece che una metafora, non fosse la verit, e con questa carta in mano tornai da
Himmler. L'idea l'appassion e mi concesse una coppia di uomini per i lavori manuali, un lasciapassare
per la Francia settentrionale e per la Repubblica di Vichy e un credito illimitato presso una banca di
Carcassonne.
Mi stabilii cos in Linguadoca, e pi precisamente a Rennes-le-Chteau, l'antica capitale
settentrionale del dominio dei Visigoti, situata sulla strada che dal nord dell'Europa portava a Santiago
di Compostela, a una quarantina di chilometri da Carcassonne e da Montsgur....
Perch proprio l? Si tratt d'un caso o ci fu qualche motivo che ti spinse a questa scelta?.
No, la scelta non fu casuale. La localit era interessante, dato che nei dintorni si trovavano il
castello di Bertrand di Blanchefort, quarto gran maestro templare, e la vetta di Le Bzu con le rovine
d'una fortezza medievale in cui avevano dimorato alcuni cavalieri templari che avevano assunto il
nome significativo di "Ordine del Graal"....
Tutto qui? Scusa, ma gli indizi non mi sembrano cos evidenti....
Hai ragione, Vanni: c' ben altro. Grazie al mio lasciapassare, a Parigi potei esaminare alcuni
fascicoli riguardanti i locali gruppi occultistici, le varie sette e le societ segrete. cos facendo
m'imbattei in un certo Emile Hoffet, un erudito nel campo della crittografia con propensioni per il
pensiero esoterico. Come gli anelli di un'incredibile catena, Hoffet studiava da sacerdote al seminario
di Saint Sulpice il cui abate, Biel, era suo zio. Qui era arrivato, verso la fine degli anni Ottanta del
secolo scorso, un bizzarro curato poco pi che trentenne per fare esaminare quattro pergamene ritrovate
durante il restauro della chiesa di Rennes-le-Chteau.  lui il personaggio- chiave di questa fantastica
storia, Franois Brenger Saunire.
Un prete?!.
Gi, un prete... Un prete che maneggi una quantit incredibile di denaro, che conobbe un
sorprendente numero di persone famose, che lasci una traccia indelebile per tutte le sue stranezze... La
maggiore, comunque, fu quella di aggirarsi nel cimitero annesso alla chiesa per occuparsi della pietra
tombale di Marie de Negri D'Ables, deceduta nel 1781, moglie di Francis d'Hautpoul, signore di
Rennes-le-Chteau, cercando di cancellarne l'iscrizione.
Cosa?! Un prete ha fatto questo?. Vanni non sapeva se essere pi meravigliato o pi
scandalizzato.
Questa stranezza, pi delle altre, ha attirato la mia attenzione, dato che si suppone che questa
iscrizione contenesse gli stessi monogrammi dei quattro manoscritti portati in visione a Parigi. La
lapide e la pietra tombale erano state disegnate e installate da un abate che era stato il parroco di
Rennes un secolo prima e che si diceva avesse composto due delle quattro pergamene; l'iscrizione
includeva parecchi errori voluti nella spaziatura e nell'ortografia e si trasformava in un perfetto
anagramma del messaggio celato nelle pergamene e che alludeva ai pittori Poussin e Teniers, che tanto
avevano colpito Saunire nelle sue visite al Louvre.
Se si ridispongono le lettere dell'iscrizione, queste formano un'enigmatica affermazione che
coinvolge Dagoberto II - un re merovingio maritato a una principessa visigota - e "Sion", con ogni
probabilit Gerusalemme, ma sede di che cosa?.
Cominciai a pensare che gli errori fossero stati inseriti di proposito per servire da guida a
qualcuno. A quanto pare e qui Gustav sorrise accennando a Namik, qualcun altro era giunto alle
mie stesse conclusioni. Cos una notte le mie due SS mi portarono un prigioniero dai tratti
mediorientali, senza divisa e senza alcun segno militare di riconoscimento, perch l'interrogassi e dessi
poi l'ordine d'eliminarlo.
Cos ho conosciuto Namik, sorpreso mentre cercava di penetrare nella tomba della marchesa
d'Hautpoul. Ora continua tu, per dare un quadro completo al nostro paziente camerata italiano.
Soddisfa ancora una mia curiosit, Gustav: come  morto il prete?.
Si sent male lo stesso giorno e lo stesso mese in cui era morta la marchesa e si spense senza
conforti religiosi, dato che il confessore usc sconvolto dalla camera del moribondo e non ne volle
sapere. Il corpo di
Saunire, prima d'essere interrato in una tomba senza nome, fu sistemato su una poltrona posta
sul terrazzo della villa che s'era fatto costruire, riccamente rivestito e omaggiato da personaggi non
meglio identificati che per ricordo portarono via le nappe della vestaglia del morto.
...  incredibile! mormor Vanni scuotendo la testa. Guard in alto e vide la luna piena, a
dispetto del tempo passato, ancora nella stessa posizione: decisamente tutta la vicenda non era pi
rinchiusa in una sfera razionale.
Namik si schiar la voce e accarezz delicatamente l'oggetto che aveva vicino ai piedi.
Forse non sarei qui se mio padre, un alto funzionario della corte del sultano, non avesse
conosciuto un connazionale di Gustav, Rudolf Glauer, che prese il cognome di von Sebottendorff dopo
che venne adottato da un barone tedesco espatriato nel mio paese.
Scusa, ma che c'entra Glauer con il Sacro Graal?.
 molto pi semplice di quel che pensi. Glauer durante i suoi numerosi viaggi s'innamor della
Turchia e studi il misticismo islamico che, secondo lui, condividerebbe con le rune germaniche una
comune origine ariana. A causa della crisi che port alla deposizione del sultano, Glauer form un
gruppo segretissimo per ristabilire il collegamento tra Oriente e Occidente iniziato all'epoca dei
templari.
Studiando, ad esempio il mito del Graal, fu chiaro che esistono dei punti di contatto tra i due
mondi a proposito del medesimo simbolo: i motivi della Coppa, della Pietra, della Montagna della
Salvezza e della Lancia non appaiono forzati o casuali, ma lasciano sottintendere un comune lavoro
d'osmosi fatto a suo tempo dall'aristocrazia cristiana e musulmana.
Quest'esperienza ci illumin e ci stimol, cosicch noi - perch nel frattempo anch'io ero entrato
nel gruppo segreto - anche quando Glauer fu travolto dall'attuale conflitto, decidemmo ugualmente di
proseguire e d'andare addirittura oltre.
Pensammo di salvare il Graal, dato che eravamo certi che esistesse realmente, da mani indegne.
Tramite infiltrati ed esaminando con cura le varie notizie che provenivano dai paesi in guerra, venimmo
a sapere che nel febbraio di quest'anno sarebbe stata creata una divisione di volontari musulmani delle
SS e che la sua prima sede sarebbe stata a Le
Puy, un piccolo centro della Francia meridionale.
Elaborammo cos un piano audace ma necessario. Ci era nota la zona dove avevano operato i
catari, cos come ci erano note tutte le leggende che li riguardavano. Prendendo come punto d'inizio
Montsgur, teatro dell'ultimo assedio, un piccolo gruppo di noi, arruolati musulmani, avrebbe dovuto
spargersi per la regione dopo aver abbandonato la divisione e raccogliere ogni possibile informazione
dagli abitanti del luogo.
In quanti siete partiti?.
In quattro, come gli angeli custodi del Graal. Il rischio era pi che notevole, dato che la
diserzione viene punita con la fucilazione, ma l'obiettivo valeva il pericolo che correvamo. Non so cosa
sia successo agli altri, dato che  toccato a me l'onore d'arrivare al Graal, ma eravamo preparati al
peggio: se catturati, per non tradire la missione, c'era l'accordo d'ingerire una pillola piena di una
sostanza mortale che teniamo sempre con noi per evitare di parlare sotto tortura.
Ho passato dei giorni difficili, di notte trovando ripari di fortuna e mangiando quel poco che
riuscivo a rubare in giro, mentre di giorno mi spostavo sperando che non venissero esaminati con
troppa solerzia i documenti falsi che portavo con me. Avevo ristretto il cerchio delle mie indagini nella
zona attorno a Rennes-le-Chteau, finendo col puntare al piccolo cimitero con un dubbio solo, se
scavare nella chiesetta o nella tomba della marchesa. Prima di risolverlo sono stato fatto prigioniero dal
gruppo di Gustav....
Dopo aver parlato con lui per tutta la notte intervenne Gustav con voce quasi trasognata,
capii che era stata qualche forza a mandarmelo, per consentirci di portare a termine assieme un
progetto diverso e ben pi elevato rispetto a quello per cui Himmler mi aveva generosamente
sovvenzionato fino a quel momento.
Con la collaborazione di Namik all'alba mi calai nel sepolcro della marchesa e, invece del
tesoro di cui da secoli si favoleggiava, trovammo, impolverato, il Sacro Graal nella bara vuota e
notammo fin dall'inizio che l'oggetto assumeva forma diversa a seconda del suo osservatore.
L'emozione fu talmente violenta che ci abbracciammo singhiozzando. Le due SS, che avevano fatto
saltare i sigilli del sepolcro e che gi s'erano parecchio meravigliate per il fatto che non avessi dato
l'ordine di fucilare Namik, guardarono stralunate le nostre
manifestazioni d'entusiasmo e di commozione, ma il peggio doveva ancora venire.
Si aspettavano, infatti, che dessi l'ordine d'impacchettare l'oggetto trovato nella tomba e di fare
ritorno in patria, ma io continuavo a procrastinare la partenza, sempre meno convinto di mettere il
Graal a disposizione d'una forza cos poco tradizionale come ormai avevo capito fosse il
nazionalsocialismo.
Leggevo nei loro sguardi muti un sospetto crescente, mentre dentro di me mi spostavo sempre
di pi verso l'idea che aveva mosso il piccolo gruppo orientale di Namik: il Graal non doveva finire in
mani indegne.
"Se Hitler vincer questa guerra epocale, l'avr fatto con mezzi normali, senza aiuti
soprannaturali" questo ripetevo nella mia mente.
Insomma, non dovevano averlo gli Alleati ma nemmeno l'Asse!.
Proprio cos, eppure una volta che ce ne saremo andati da qui io e Namik ci rimetteremo la
divisa e torneremo a combattere contro gli anglo-americani. Trover io una scusa per giustificare la
nostra assenza, non ti preoccupare, per non me la sono sentita di depositare il Graal nelle mani di chi
tanto ha dimostrato di disprezzare tutto il passato che non fosse tedesco.
Dovevamo toglierlo da Rennes perch qualcun altro, in Inghilterra o in America, avrebbe potuto
seguire la nostra stessa traccia e poi perch uno sbarco alleato  prevedibile, sulle coste settentrionali o
occidentali della Francia, e la guerra si decider l, dall'eliminazione o dal consolidamento delle teste di
ponte che il nemico cercher di piazzare.
Ma se questo pericolo  notevole, altrettanto lo  quello di dare il Graal a Hitler, che non mi
sembra il "puro" in grado di operare per il bene collettivo.
Ne parlai con le due SS, probabilmente incautamente, e non ottenni la loro collaborazione; anzi
m'accusarono di tradire il Reich. Compresi che, non avendo toccato il Graal, l'educazione avuta non
permetteva loro di pensare in un altro modo e che non ci sarebbe stata la possibilit di giungere a un
accordo. Cos, prima che agissero loro, assieme a Namik eliminai malvolentieri i miei connazionali e
rinchiudemmo i loro corpi nella tomba della marchesa, dopo di che sigillammo di nuovo il sepolcro.
A questo punto rimaneva da scegliere il posto dove portare il Santo Graal: doveva essere un
luogo altamente simbolico e abbastanza
nascosto, meglio ancora se portava qualche segno che ci facesse capire che era l la nuova sede
della reliquia.
E siete finiti qui, a San Galgano... Perch?.
Come perch, Vanni? Qui non c' una spada infissa nella roccia? Il segnale non avrebbe potuto
essere pi chiaro!... E allora, perch sei cos perplesso?.
Vanni si mise a ridere in silenzio, scrollando la testa. Gustav e Namik lo guardarono stupiti, ma
attesero educatamente che si quietasse per tornare a interrogarlo.
Ti pare forse molto divertente nascondere qui il Sacro Graal, in attesa che nel futuro ci sia
davvero una mano degna di tenerlo con s?
chiese deluso il turco.
Non fraintendermi. Riconosco che la cosa  seria, ma mi fa ridere che abbiate fatta tanta strada
ignorando che la Spada nella roccia non  qui!Cosa?! esclamarono all'unisono i due ufficiali,
balzando in piedi.
 come vi ho appena detto, camerati... ma non temete, v'indicher il posto giusto, per dovete
lasciarmi tenere tra le mani il Graal prima di farlo sparire di nuovo. Accettate?.
Va bene acconsent Gustav tendendogli il pacco.
Con mani tremanti Vanni disfece nuovamente l'involucro e alz la reliquia fino a metterla in
piena luce lunare. La baci e se la port contro la fronte chiudendo gli occhi.
Nel sovrumano silenzio del luogo Vanni, non solo per autosuggestione, sent sciogliersi la
crosta di rabbia e di delusione che aveva accumulato negli ultimi mesi vissuti da lupo selvaggio. Non
provava pi sentimenti di rivalsa verso alcuno: si sentiva in una posizione pi elevata rispetto alle
miserie umane, dove l'aria stessa era fatta di luce.
L'immagine di Francesca gli apparve in tutto il suo fulgore: non gli era mai sembrata cos bella
e pulita, un porto incantevole dove ripararsi dalle tempeste della vita. Avrebbe smesso di tormentarsi e
quindi di tormentarla e, insieme, se la guerra li avesse risparmiati, avrebbero costruito una vita in
comune senza temere pi che i propri sentimenti venissero soffocati dagli eventi anche crudeli e
terribili che il mondo stava vivendo.
Si stacc il Graal dalla fronte e se lo premette contro la gamba ferita a Salerno, avendone un
immediato sollievo. Quel che aveva bisogno, l'aveva avuto: ora doveva mantenere la promessa.
Il posto che cercate  poco lontano da qui:  l'eremo di Monte Siepi... Andiamo.
Mentre tornava al piccolo accampamento, camminando senza pi difficolt, Vanni cerc
d'inventarsi una scusa che giustificasse la propria prolungata assenza, ma non riusc a immaginarsene
alcuna che fosse credibile.
Avvicinandosi al chiarore del fuoco si stup di trovare gli altri cos tranquilli. Anche la
sentinella che l'aveva fermato non gli parve affatto in ansia per la sua sorte. Si fece riconoscere e subito
fu salutato da uno dei componenti della pattuglia che gli assicur che la sua cena non se l'era presa
nessuno in quanto non era stata ancora distribuita.
Un altro gruppo di volontari s'era nel frattempo unito al primo.
Eravamo di pattuglia in un paese qua vicino disse con voce sgraziata un marcantonio che
indossava una stinta divisa da paracadutista e abbiamo sentito dalla radio che Muti ha guidato una
squadra d'aerosiluranti contro una base anglo-americana in Sicilia.
 finita la pacchia per gli alleati! esclam un altro del nuovo gruppo, un meridionale dai
baffetti nerissimi, tanto magro quanto scattante. Se  vero, poi, che in Germania si stanno producendo
armi dalla potenza terrificante, potremo davvero tornare all'offensiva. Come all'inizio della guerra....
Io venderei l'anima al diavolo pur di trovare un sistema per ricacciare a casa loro gli invasori!
aggiunse un terzo, che Vanni conosceva bene perch faceva parte del suo gruppo, un ragazzo
dall'espressione bovina, semplice ma fidato. Tu non faresti lo stesso, camerata? gli domand
sperando in una risposta dello stesso tenore, ma Vanni lo deluse perch si limit a fare un veloce cenno
con la testa che nessuno seppe interpretare e borbott un sibillino:Conta sulla tua volont, sciaborditi),
affila il tuo pugnale e tieni il tuo mitra bene oliato.
Certe forze pi potenti di noi  meglio lasciarle perdere, credimi, se non si  in condizioni
d'usarle! Non sai quale sarebbe il risultato finale....
Guard poi verso il cielo e trov lo stesso quarto di luna che aveva lasciato per andare a
prendere due probabili nemici. Era tornato a scorrere il tempo normale, non quello del Graal, ma la vita
per Vanni,
breve o lunga che gli fosse stata concessa, non sarebbe stata pi la stessa.
Aveva un segreto da difendere, un segreto che condivideva con due sole altre persone e che
sapeva regalargli un senso d'immensa pace; ci che avevano sepolto nella chiesetta romanica di Monte
Siepi l'aveva riempito di un'inesprimibile reverenza. Il solo pensare che il Graal esistesse davvero
sarebbe stato lo stimolo migliore per affrontare ci che il destino avrebbe riservato a lui e a Francesca.
Non potendo vivere nel tempo di Dio, doveva rassegnarsi a farlo in quello degli uomini, per
col vantaggio d'avere avuto un assaggio di quell'eternit e di quella perfezione verso le quali si sarebbe
mosso con la sua donna.
Ma tu credi che vinceremo? domand quasi con timore un ex carabiniere dopo che la cena fu
consumata in silenzio. Vanni, essendo l'unico testimone dei furiosi combattimenti che stavano
avvenendo a sud, era stato riconosciuto da tutti come il personaggio pi carismatico.
Pu darsi, ma ci stiamo muovendo lungo il filo d'una lama tagli corto il senese alzandosi e
imbracciando il mitra. Gli era toccato il primo turno di guardia e non vedeva l'ora di poter riflettere su
quanto gli era accaduto. Comunque andr, per, presentiamoci davanti al tribunale della storia avendo
fatto il nostro dovere!.
...
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rivoluzionario (25 luglio 1943-1 gennaio 1948), Milano, Gastaldi, 1953
Benito Mussolini, Storia di un anno. Il tempo del bastone e della carota, Milano, Mondadori,
1982.
Pino Romualdi, Lora di Catilina. Rivoluzioni e colpi di stato nell'Europa moderna, Roma, Ter,
1962.
Pino Romualdi, Dossier 25 luglio 1943, Roma, Ciarrapico, 1978.
Carlo Scorza, La notte del Gran Consiglio, Milano, Palazzi, 1968.
Attilio Tamaro, Due anni di storia, 1943-1945, Roma, Volpe, 1981.
...
DIZIONARIETTO DEI TERMINI STRANIERI. alto graduato delle SS. graduato delle SS. il pi alto
grado delle SS, corrispondente a quello di feldmaresciallo dell'esercito. la Canzone d'Amore in uso
nelle terre tedesche nei secoli XII e XIII. il Popolo-razza per il nazismo.
Istituto per la ricerca delle origini della razza tedesca, fondato da Himmler nel 1935. quando il
potere  nelle mani di un individuo privo d'ogni crisma superiore ma in grado di trarre unicamente dal
consenso popolare il principio della propria legittimit.
CIELO SERENO
1947, Se il Grande Torino non fosse scomparso nell'incidente di Superga
Alessandro Bottero
Il 4 maggio 1949, di ritorno da Lisbona dopo un'amichevole contro il Benfica di Eusebio,
l'aereo su cui si trovava la squadra del Torino, vincitrice degli ultimi cinque campionati di serie A, si
schiant contro la collina di Superga, che domina la citt di Torino. La causa della tragedia fu una
combinazione di brutto tempo e malfunzionamento dell'altimetro di bordo, che ingann il pilota e
provoc la scomparsa della squadra di calcio pi amata d'Italia. Nasceva la leggenda del Grande
Torino...
Come sta?.
Bene grazie. Viola, giusto?.
S Eccellenza, Beppe Viola. Ottima memoria, complimenti.
La ringrazio, ma non sono ancora a un'et in cui dovermi preoccupare, non trova?.
Gli occhi dell'uomo vestito di blu sorridevano calmi. Filippo Viola, giornalista della Gazzetta
dello Sport, lo aveva visto molte volte ormai. Cerimonie ufficiali e dopo incontri riservati, quando
cercava di carpire qualche indiscrezione. Ma sempre lo aveva colpito la calma e la fermezza. Un
retaggio del passato. Quel passato che era venuto a ricordare.
Allora Viola, cominciamo?.
S, certo. Dall'inizio.  il 1943. Siamo in guerra da tre anni. Eppure si continua giocare a
calcio. Cosa ricorda?.
Il 1943. L'inizio di tutto. Sa quante volte ci siamo chiesti se significasse qualcosa avere
iniziato mentre il mondo combatteva e la gente moriva?.
In che senso scusi?.
Lasci perdere. Nel 1943 il Torino era una bella squadra. Ma non aveva ancora mai vinto
granch. Ferruccio Novo era presidente ormai
da tre anni, e aveva lavorato per costruire una grande squadra.
Una grande societ, se permette.
SI, ha ragione. Appena arrivato chiam Egri Erbestein come allenatore. Che uomo....
Dicono che ebbe una vita molto movimentata prima di approdare al Torino.
Verissimo. Era nato in Ungheria, ma dopo la prima guerra mondiale la sua terra pass alla
Romania. Fu calciatore in Ungheria, Italia, Stati Uniti. Agente di borsa. E poi scelse di fare
l'allenatore.
Novo ed Erbestein. Una coppia perfetta.
Un lampo divertito negli occhi dell'uomo vestito di blu:SI. Come Loik e Mazzola.
Ah ah ah. Certo. Ha ragione.
Viola si sent pi tranquillo. Se il suo interlocutore si lasciava andare addirittura a battute di
spirito, l'intervista sarebbe stata pi facile del previsto.
Scusi. Una battuta.
L'uomo vestito di blu sorrise, e Viola cap come fosse riuscito a infondere fiducia ai suoi
compagni in mille e mille battaglie. Era un sorriso su cui si poteva contare. Di chi adesso risolto le
cose. O
perlomeno ci avrebbe provato con tutte le sue forze.
Riprese: Ma  vero. Erano un presidente e un allenatore che si integravano alla perfezione. Si
fidavano. Di loro stessi e delle capacit della squadra. E riuscivano a trasmettere questa fiducia anche a
chi scendeva in campo.
Da fuori giungevano dei rumori. Scontri tra dimostranti e polizia.
Lontani, attenuati dalla distanza e dalla finestra chiusa. Malgrado il calore primaverile la
prudenza consigliava di offrire meno occasioni possibile a chi voleva esprimere un dissenso non del
tutto amichevole.
Eccellenza, torniamo a noi. Allora, nel 1943....
Certo. Nel 1943 il Torino vinse il suo primo scudetto. Fu un campionato strano. Era difficile
andare in trasferta. Ma si vinse. Chiaro che, visto in prospettiva, fu un evento minore. Pensi solo a
quello che successe in quegli anni.
Stalingrado... E1 Alamein... l'8 settembre... il massacro del Brennero.
L'inverno del Quarantatr sulle Alpi fu una tragedia. C' quel film di Rossellini, "Neve
insanguinata"....
Verissimo, ma domani ricorre l'anniversario, per cui il giornale vorrebbe concentrarsi sul
Grande Torino.
Un sorriso si dipinse sul volto dell'uomo in blu.
Il Grande Torino. All'inizio era Torino e basta. Grande lo divenne poi. Dopo la guerra.
Giusto. Nel 1945 il campionato riprese dopo i due anni di sospensione, e sembr che non fosse
cambiato nulla.
L'uomo vestito di blu guard il giornalista davanti a lui. Giovane.
Ambizioso. Anche bravo, riconobbe tra s e s. Ma cosa poteva sapere di cosa furono quegli
anni? Non aveva vissuto la fame. La paura delle bombe. I soldati americani prima combattuti e poi
alleati. I moti di piazza per liberare Mussolini stroncati col sangue. La liberazione. E lo scherno di chi
doveva andare all'estero.
"Il ventre molle dell'Europa". Merito vostro se siamo passati.
I primi tempi furono molto duri. Italiano uguale traditore. Anche se non lo dicevano vedevi che
lo pensavano. E il silenzio era anche peggio.
Eccellenza, che succede? Si sente beneS, scusi. Pensavo.
A cosa, se posso permettermi?.
Viola, lei quanti anni ha?.
Trenta.
Infatti....
Non capisco....
Nulla. Anzi, scusi lei. Procediamo. Allora nel 1945 il campionato riprese e....
...
Da: Storia sociale del calcio in Italia, di Gianni Brera, Torino, Einaudi, 1968, pp. 124-125.
Mercoled 4 maggio 1949 la squadra del Torino, cinque volte campione d'Italia, tornava da
Lisbona. Aveva conquistato la matematica certezza del quinto scudetto la domenica prima, il 1 maggio,
sul campo di San Siro, pareggiando con l'Inter. Zero a zero. Massimo risultato, con uno sforzo non
minimo. Assolutamente non minimo. Era stata una
battaglia. L'Inter non ci stava a cedere al Torino ancora uno scudetto.
Milan, Juventus... tutte le altre possibili pretendenti allo scudetto 1948-
'49 tifavano per l'Internazionale, tornata a questo nome dopo gli anni dell'Ambrosiana. Ma tutto
vano. La difesa capitanata da Bacigalupo aveva retto, e il punto guadagnato assicurava il quinto titolo
italiano consecutivo sulle maglie dei Granata. Era dalcampionato 1942-43 che il calcio italiano era
dominato da questa squadra. Sette anni di supremazia, sintetizzata dalla sequenza che aveva eguagliato
quella dell'odiata cugina Juventus. E se non ci fosse stata quell'interruzione di due anni per la guerra
chiss. Gli scudetti sarebbero potuti essere sei o addirittura sette di seguito.
...
Da: Crisi e rinascita: il secondo dopoguerra in Italia, di Giovanni Spadolini, Firenze, La Nuova Italia,
1966, pp. 34-36.
Erano stati anni durissimi per l'Italia. L'aver permesso alle truppe alleate di attraversare tutto il
territorio nazionale dopo l'armistizio dell'8
settembre 1943, consentendo cos a Patton di aprire il fronte meridionale sui contrafforti alpini,
distogliendo truppe tedesche ai conflitti con sovietici a est e alleati a ovest, era stato s apprezzato dal
comando alleato, ma sostanzialmente si era tramutato in una patente di voltagabbana all'Italia tutta. A
differenza della Spagna, le cui simpatie per l'Asse erano note, ma che aveva avuto il buon senso (dal
proprio punto di vista) di restare neutrale, l'Italia si era schierata. Solo che poi aveva cambiato parte in
causa mentre la partita era ancora in corso.
Atteggiamento legittimo. Anche perch poi gli alleati avevano vinto e chi vince ha sempre
ragione. Ma agli occhi dell'Europa e dell'America contava anche come si era vinto. Francia e
Inghilterra ricordavano bene di aver avuto l'Italia come nemica per i primi anni del conflitto, mentre
austriaci e tedeschi ricordavano benissimo il massacro delle Alpi orientali, i combattimenti al Brennero,
l'assedio di Innsbruck e la presa di Monaco di Baviera.
Gli scontri sul fronte alpino, che per il Comando alleato si identificava con l'atteso fronte sud
che avrebbe ulteriormente suddiviso le forze tedesche, gi divise tra ovest ed Eest, si protrassero per
tutto l'inverno del '43 arrivando fino alla primavera del 1944, e alla fine videro le forze italiane padrone
delle cosiddette Alpi del Reich.
Da l in poi per prese il comando Patton per l'operazione Fire storm,
che si concluse con la presa di Monaco di Baviera il 4 luglio 1944.
Era stato proprio a causa di questi ricordi e del risentimento, inespresso ma diffuso, contro
l'Italia che alla conferenza di Potsdam in cui si erano decise le prime fasi del riassetto politico
dell'Europa, all'Italia non era stato assegnato il controllo del Tirolo, come governatorato militare,
malgrado fossero state le truppe italiane a spianare la strada all'avanzata delle forze anglo-americane
fino a Francoforte.
Questo era il clima verso l'Italia nel 1945. Poi qualcosa cambi.
Qualcosa di forte percorse l'Europa e il mondo, ridando credibilit all'Italia. Questo qualcosa fu
il Grande Torino, la pi forte squadra di calcio che sia mai esistita.
...
Da: Storia sociale del calcio in Italia, di Gianni Brera, Torino, Einaudi, 1968, pp. 126-130.
Dopo l'incontro decisivo con l'Inter il Torino aveva preso l'aereo per Lisbona. Marted 3 maggio
1949 l'attendeva una amichevole col Benfica, la squadra simbolo del Portogallo. In quegli anni
immediatamente dopo la seconda guerra mondiale gli incontri di calcio, o in genere sportivi, fra diverse
nazioni servivano a tessere di nuovo una rete di relazioni e contatti che cinque anni di pallottole e morti
avevano quasi del tutto stracciato. Le Olimpiadi a Londra l'anno prima erano state un grande passo
avanti in questo senso, ma ancora molto restava da fare. Ecco perch Valentino Mazzola, il carismatico
capitano, si era adoperato per riuscire a organizzare questo incontro. Era una partita di beneficenza.
Uno spettacolo. I grandi club europei non pensavano ancora a coppe o tornei. Solo ventidue giovani
che si incontravano in un campo di pallone e cercavano di scacciare gli echi delle bombe a suon di
calci. La partita fu un successo di immagine per il Torino anche se perse per quattro a tre. Ma
l'importante non era vincere. Era tornare col rispetto e la stima degli spettatori portoghesi.
Era per questo che il Torino, si dice anche sulla base di pressioni discrete dall'alto, cercava con
tutti i mezzi di andare fuori confine a portare un'immagine sana, forte e valorosa dell'Italia. E, pur
perdendo, l'obiettivo fu centrato anche quella volta.
La mattina del 4 maggio il cielo sopra Lisbona era coperto. Nulla di preoccupante, ma Valerio
Bacigalupo, il portiere che intuiva i tiri degli
avversari quasi leggendogli nel pensiero, era teso. Era molto teso
ricorda Virgilio Maroso, il terzino che per anni aveva seguito i suoi ordini nella difesa granata,
quasi come se si aspettasse qualche problema. Una volta ottenuta l'autorizzazione per il piano di
volo, nel primo pomeriggio il G212 Fiat che riportava a casa la squadra part alla volta di Torino. A
bordo la tensione era palpabile. Bacigalupo non era tranquillo e parte del suo nervosismo si trasmise
anche a noi ci dice Ezio Loik. Io cercai di smorzare i toni, accusandolo scherzosamente di non aver
ancora digerito la sconfitta della sera prima. Ma in effetti anch'io ero nervoso. Come se stesse per
succedere qualcosa di irreparabile. Qualcosa di tragico che riguardava tutti noi.
Ricordo anche io questa strana atmosfera conferma Guglielmo Gabetto, il centravanti famoso
per i suoi gol impossibili. Poi a un certo punto, quasi sopra Torino, accadde una cosa stranissima. Era
pomeriggio. Mancava poco all'atterraggio e su Torino pioveva.
All'improvviso uscimmo da un banco di nuvole, e ci ritrovammo con il cielo sgombro. Il
temporale era finito. Fu come se il nervosismo, la tensione, non ci fossero mai stati.
Dai registri dell'aeroporto di Caselle risulta che alle 16 il temporale che era infuriato sopra
Torino fin dalla mattina di mercoled 4 maggio 1949, fin. E il cielo torn relativamente sgombro. Il
G212 usc dalle nuvole leggermente troppo vicino alla basilica di Superga, ma le condizioni
metereologiche favorevoli aiutarono il pilota a correggere la rotta e ad atterrare senza problemi.
Successivamente si scopr che l'altimetro si era bloccato e che il pilota aveva volato nelle nubi
convinto di trovarsi molto pi in alto rispetto all'altitudine reale. Fortunatamente fu in grado di
effettuare l'atterraggio a vista, senza ulteriori complicazioni.
Ad attendere la squadra, stanca ma soddisfatta, il consueto drappello di tifosi di tutte le
estrazioni sociali. Ormai il Torino era un bene comune, e tutti l'amavano. Anche se a volte i tifosi delle
altre squadre avrebbero preferito arrivasse secondo...
...
Se vogliamo, la partita di Lisbona in un centro senso fu uno spartiacque. Crede... Viola fu interrotto
dal telefono.
S?. L'uomo in blu ascolt per qualche secondo il suo interlocutore all'altro capo del filo.
Ogni tanto annuiva, come per dare ragione a chi
gli stava parlando. Viola pens tra s e s di essere molto fortunato.
Malgrado la situazione - scioperi, problemi e mille altre cose - finora c'erano state pochissime
interruzioni.
Scusi. Un problema. Ma  tutto risolto.
Qualcosa di grave?.
No. Un sorriso. Se tutto va come si deve lo legger domani sui giornali.
Beh, potrebbe anche dirmi qualcosa. Proprio per i giornali. Viola sorrise sperando che la sua
battuta convincesse l'altro.
Un lampo freddo e deciso negli occhi. Viola, vuole forse insegnare a me come si gioca una
partita?.
N...no, certo. Scusi. Scemoscemoscemo. Si era dimenticato chi aveva davanti. Non era il
solito politico da quattro soldi che per farsi amica la stampa era disposto a tutto. Era un uomo che
aveva combattuto mille battaglie. Un comandante, uno stratega. E non avrebbe permesso di lasciarsi
superare da un avversario meno forte.
Anche se pi giovane.
Viola cerc di rimediare alla gaffe. Torniamo alla partita col Benfica....
SI, certo.  meglio.
Era una nota di freddezza quella che avvertiva nella voce? Viola si agit a disagio.
Fu una grande festa di sport. La squadra perse, certo, ma la cosa importante... so che le
sembrer strano ma la cosa importante fu che torn a casa.
Non capisco.
Gi. Nemmeno io sono sicuro di riuscire a spiegarmi. Ma  solo che per anni dopo quel volo,
provai quasi la sensazione di un... regalo.
Come se all'Italia fosse stato regalato un qualcosa di bellissimo, di unico, per aiutarla a
risollevarsi, a rinascere dopo le devastazioni della guerra.
L'uomo vestito di blu si alz e and verso una grande libreria a sinistra della sua scrivania. Era
occupata da testi storici, manuali tecnici, codici, raccolte di leggi, e annate complete di tutti i pi
importanti quotidiani italiani, sportivi e non, dal 1945 in poi.
Facendo scorrere le dita sui volumi ripreseSe uno si prendesse la briga di leggere giorno dopo
giorno i titoli dei giornali di quel periodo scoprirebbe che mano a mano che cresceva il mito del Torino,
di pari passo cresceva la considerazione e il rispetto che l'Italia riusciva a ottenere all'estero.
Lei quindi non pensa che il merito vada alla politica di ricostruzione nazionale portata avanti
dalla Grande Coalizione guidata da De Gasperi e Togliatti?
L'uomo in blu sorrise Come posso parlare male di due personaggi cos illustri? Diciamo solo
....
Un guizzo divertito passo negli occhi ...che un bravo capitano riesce sempre a sfruttare ogni
elemento a proprio favore.
...
Da: Storia sociale del calcio in Italia, di Gianni Brera, Torino, Einaudi, 1968, pp. 132-136.
Tornato a casa il Torino pass un mese tranquillo e sereno. Il maggio 1949 lo vide alle prese
con le ultime quattro partite di un campionato dominato dall'inizio alla fine. Fono ed Erbestein decisero
di dare spazio ai giovani della primavera. Il quinto scudetto era cosa fatta, e la dirigenza visto il buon
successo dell'incontro di Lisbona ebbe un'idea: una grande tourne internazionale estiva che avrebbe
portato il Torino negli stadi di tutto il continente.
Gli storici ritengono che questo non fu solo un gesto puramente sportivo. Dietro questa
decisione assolutamente innovativa per l'epoca, viste anche le difficolt dei trasporti che ancora
permanevano nell'Europa di quegli anni, pare ci fossero interessi nazionali di altissimo livello.
Addirittura ce chi, sulla base di documenti riservati e ancora non disponibili al pubblico, ipotizza un
coinvolgimento delle varie nunziature apostoliche presenti nelle capitali europee. Lo sport era sempre
stata una forma di aggregazione a cui il mondo cattolico aveva guardato con particolare attenzione,
basti pensare solo all'esempio di Gino Bartali, beniamino dell'Azione cattolica e per questo
popolarissimo. L'attentato al vice primo ministro Togliatti ad opera di un folle proclamatosi "l'ultimo
vero comunista rimasto in Italia" che lo accusava di essersi venduto alla borghesia, aveva portato il
paese sull'orlo di gravi disordini. Fu solo un messaggio radiofonico di Bartali, caldeggiato da Pio XII e
De Gasperi e organizzato da Luigi Gedda,
ministro dell'informazione nonch vicepresidente dell'Azione cattolica, in cui il grande
campione invitava tutti alla calma e fare il tifo per s e gli altri italiani impegnati al Tour de France, a
calmare le acque.
Togliatti non riprese mai dall'attentato che lo lasci paralizzato agli arti inferiori. Rimase
segretario e di nome almeno capo del PCI, ma di fatto il suo controllo sul partito rimase seriamente
compromesso e il decennio successivo all'attentato vide il PCI dilaniato da lotte intestine.
Questo facilit il compito di De Gasperi, che riusc a emarginare le frange pi estremiste della
sinistra e della destra, rimodulando i rapporti di forza all'interno della grande coalizione a vantaggio dei
moderati.
Ma torniamo al 1949. Quinto scudetto vinto. L'ingresso nella storia.
Ormai il Torino era per tutti il Grande Torino. Onestamente non esisteva squadra in Italia alla
sua altezza. Per carit, una singola partita poteva anche essere persa. Ma nel lungo periodo nessuno
reggeva il passo. Ecco perch l'orizzonte della squadra si rivolse all'Europa. In brevissimo tempo venne
organizzata una tourne che l'avrebbe portata nelle maggiori capitali dell'Occidente. Il viaggio sarebbe
durato per tutto luglio, culminando nell'incontro del 31 luglio 1949 a Wembley, per la partita con il
Portsmouth, neo campione d'Inghilterra.
L'Inghilterra era la terra promessa per tutti gli appassionati di calcio.
Gli inglesi, inventori del soccer e graniticamente convinti della superiorit innata del loro gioco
su quello di chiunque altro al mondo, snobbavano competizioni e tornei, rifiutando di "abbassarsi" a
partecipare, ad esempio, al campionato del mondo per tutti gli anni Trenta. La guerra poi aveva
allontanato ancora di pi il mondo del calcio britannico da quello continentale (o mondiale se per
questo).
Avvolta nel suo "splendido isolamento", l'Inghilterra si riteneva la maestra suprema di questo
sport. E si sa: i maestri non perdono tempo a giocare con gli allievi incapaci. Stranamente per, forse
per via delle pressioni a cui si alludeva prima, il Portsmouth accett l'incontro e la Federazione
calcistica britannica viste le numerosissime richieste di biglietti pervenute, decise di far disputare la
partita a Wembley, lo stadio considerato da tutti gli appassionati, britannici e non, il tempio del gioco
del calcio.
La tourne pass per Portogallo, Spagna e Francia prima di arrivare a Wembley. In un primo
momento si pens anche a una tappa in Germania, ma le fortissime tensioni che ancora esistevano tra la
Germania e l'Italia si rivelarono insormontabili. Inoltre la Germania era
ancora sotto il governatorato militare alleato per gran parte del suo territorio, situazione che
sarebbe durata fino al 1955, secondo i termini della conferenza di Pace di Berlino, e il generale Patton,
governatore in capo, vedeva con poca simpatia raduni e adunate. La tappa tedesca fu quindi scartata, e
tutti tirarono un sospiro di sollievo.
Avversarie del Torino, la cui fama ormai si era sparsa in tutta Europa, furono le rispettive
squadre campioni nei campionati 1948-49 dei paesi ospitanti: Sporting Lisbona per il Portogallo,
Barcellona per la Spagna, Stade de Reims per la Francia e Portsmouth, come si diceva, per l'Inghilterra.
Una settimana di ambientazione e pubbliche relazioni, partita, e poi trasferimento per la tappa
successiva. Partenza il 4 luglio da Caselle per Lisbona e sia quel che sia.
L'esperienza si rivel da subito assolutamente positiva. La naturale simpatia e la spontaneit
della squadra, la capacit di Novo ed Erbestein nel gestire i rapporti con la stampa estera, l'appoggio
totale e prezioso che le varie ambasciate italiane fecero s che l'operazione simpatia, come la
battezzarono dai giornali italiani, prendesse il largo nel migliore dei modi.
Dopo tre settimane e tre partite, di cui due vittoriose (Sporting e Stade Reims) e un pareggio
(Barcellona, una battaglia durissima), The Great Italian Soccer Team, come lo chiamavano i giornali
inglesi, si present sul terreno di Wembley pronto a chiudere la missione. C' poco da dire su quella
partita, che per molti  rimasta nella storia non solo del calcio, ma d'Italia. Il Torino domin non solo
sotto il profilo agonistico, ma soprattutto dello stile. Gli inglesi rimasero incantati e i giornali del giorno
dopo titolarono: It's not a shame! (Non dobbiamo vergognarci!).
Wembley venne espugnata, per la prima volta nella sua storia, da una squadra non britannica
per due a zero e alla fine gli applausi furono tutti per il Torino, e in senso pi ampio per la nazione di
cui la squadra era la rappresentante.
L'estate pass e fu cura della diplomazia, ufficiale e ufficiosa, capitalizzare l'enorme ricchezza
di simpatia e rispetto accumulata dalla squadra granata in questa tourne. Anche altre nazioni si
accorsero di quanto fosse efficace questa diplomazia "parallela". Lo sport era un nuovo grande collante
sociale che poteva servire a distogliere la mente
dei pi da una situazione politica internazionale sempre pi complessa.
...
Da: Memorie. Una vita per la politica, di Alcide De Gasperi, Roma, Cinque Lune, 1960, pp. 178-179.
Si entrava negli anni Cinquanta. La guerra era finita da cinque anni, ma un'altra guerra, una
guerra fredda, si svolgeva a livello planetario.
Come disse Wiston Churchill: Una cortina di ferro  calata sull'Europa. Nell'immaginario
collettivo Stalin, Mao Tse-tung, Tito, erano nomi che evocavano il terrore presente a Oriente, anche se
in realt pochi erano realmente a conoscenza di cosa accadesse oltre la frontiera con la Jugoslavia.
Cosa stava succedendo in Cina, tra nazionalisti e comunisti? E nell'india dilaniata da una guerra
fratricida tra musulmani e ind, lascito del disimpegno britannico?
Fortunatamente in Medio Oriente, dopo un breve conflitto di un anno prima, le armi tacevano.
Stalin dominava l'Est e minacciava l'Ovest, anche se tutti i suoi tentativi di impadronirsi dei segreti
atomici americani finora erano falliti. La frontiera tra Germania e Polonia per era uno dei punti caldi
del pianeta, e solo intensi e permanenti consulti diplomatici riuscivano a disinnescare situazioni
potenzialmente esplosive.
Poi nel settembre 1949 una notizia dilag dalle lontane terre di oriente: Mao Tse-tung era
morto, vittima di un attentato ad opera di un kamikaze che si era fatto saltare in aria mentre il grande
timoniere
visitava un villaggio.
...
Da: Storia sociale del calcio in Italia, di Gianni Brera, Torino, Einaudi, 1968, pp. 140-142.
Dopo le Olimpiadi un altro dei grandi appuntamenti collettivi sportivi di anteguerra riprendeva.
Nell'estate del 1950 in Brasile si sarebbero tenuti i Campionati del mondo, e precisamente dal 24
giugno al 16
luglio. Tra i favoriti per la vittoria finale l'Italia. Il blocco granata era compatto. Vittorio Pozzo,
commissario tecnico reduce dai trionfi di Roma nel 1934 e Parigi nel 1938, si affidava per nove o dieci
undicesimi alla squadra che dominava in Italia e che non lo aveva mai deluso.
Risolte con facilit le formalit delle eliminatorie l'Italia si imbarc per il Brasile e quello che
molti pronosticavano come il terzo titolo
mondiale consecutivo. Certo, il calcio sudamericano era un'incognita. Il Brasile o l'Uruguay
erano squadre temibili. Grandi campioni, e tattiche di gioco sottilmente diverse da quelle a cui erano
abituati Mazzola e compagni, ma tutto sommato in Italia erano convinti della vittoria finale. C'era la
Svezia in grado di impensierire. C'erano la Spagna, la Jugoslavia. E soprattutto c'era l'Inghilterra, che
dopo lo shock di Wembley come ancora lo chiamavano i cronisti di oltremanica, aveva deciso di
misurarsi ad armi pari con gli altri.
Ecco cosa ricorda Renato Tosatti, che segu la spedizione per conto della Gazzetta del
Popolo, nel suo libro Azzurro Granata: Non c'era incoscienza in Mazzola, Loik e gli altri. Non
davano gi per scontata la vittoria.  vero che avevano conquistato per la sesta volta consecutiva lo
scudetto e che avevano stabilito il record delle reti segnate con centoventotto goal, superando il
precedente di centoventicinque stabilito da loro stessi nel 1947-48, ma un conto  un campionato lungo
trenta giornate, un altro un torneo breve, dove tutti sono i migliori e dove un passo falso non 
perdonato. I Granata andarono in Brasile consapevoli che non potevano indulgere in tatticismi. Erano li
per uno scopo: vincere. Ma non per se stessi, o per i vantaggi personali che ne sarebbero potuti
derivare. L'onorevole De Gasperi lo chiar molto bene nella cena di saluto prima della partenza: quella
era un'occasione per tutta l'Italia. A tutti i livelli, non solo sportivi. Ed era affidata a loro.
Tosatti continua poi descrivendo la traversata dell'Atlantico e lo stupore di alcuni giocatori,
ancora legati al mondo contadino. Le partite del girone eliminatorio e i primi incontri delgirone finale
con Svezia e Uruguay. In teoria infatti non era prevista una finale. Le migliori dei quattro gironi si
sarebbero affrontate in un mini torneo, al termine del quale la squadra col miglior punteggio sarebbe
risultata Campione del mondo. Il caso volle per che il 16 luglio, per lultima partita, si ritrovassero di
fronte il Brasile, che aveva battuto lUruguay per due a uno in una partita a dir poco incandescente, e
lItalia, che si era sbarazzata con qualche fatica ma senza strafare della Svezia, dove Nordhal, Liedholm
e Gren stavano iniziando una carriera che li avrebbe portati a incrociare altre volte le armi con i
Granata. Italia e Brasile erano entrambe a punteggio pieno. Solo una sarebbe stata Campione.
La vincitrice. E a completare il tutto, la partita si teneva al Maracan.
Centomila spettatori. Se Wembley era il tempio, il Maracan era il Colosseo. Larena. L dove
le ambizioni di tutti gli sfidanti dei carioca
si erano infrante contro la classe e il tifo assordante.
 inutile qui stare a rivivere nel dettaglio la partita. Il gol annullato a Gabetto nei primi minuti.
Il vantaggio di Ademir per i carioca. E poi prima il pareggio e infine la vittoria grazie a un gol di
capitan Mazzola quasi allo scadere. Il Maracan prima ammutol, poi quel popolo innamorato del
calcio forse pi della stessa vita tribut lonore pi grande che si sarebbe potuto rendere al vincitore.
Applaud lItalia, senza trovare rammarico o tristezza nella sconfitta. Non era una vergogna, come
avevano intuito per primi gli inglesi un anno prima. E
con quellimpresa anche lItalia poteva dire a se stessa e agli altri Non ho pi nulla da
vergognarmi!.
...
La vittoria del 1950 in Brasile fece entrare il Torino nella leggenda, e sicuramente contribu a
facilitare le cose tra lItalia e i suoi partner europei.
Concordo con questa analisi, Viola rispose l'altro, anche se forse tende a sopravvalutare un
po' troppo quella che fu una vittoria prima di tutto sportiva.
Viola controbatt: Scusi, ma non credo sia tutto qui e con la sua esperienza dovrebbe saperlo
meglio di chiunque altro.
Un sorriso appena accennato. Gi... ma vorrebbe dare ai suoi lettori l'idea che fu un gruppo di
ragazzi che davano calci al pallone a fare grande l'Italia, e non l'illuminata politica di concordia
nazionale?.
Viola sorrise di rimando. La gaffe di prima era stata dimenticata e il clima si era rasserenato.
No, certo. Ma non potr negare che quella vittoria abbia contribuito non poco allo sviluppo
dell'immagine internazionale del nostro paese.
Assolutamente. Non posso negarlo e non voglio farlo. Vincere il campionato del mondo di
calcio cinque anni dopo la fine di una guerra vinta sul campo ma perduta alla conferenza di Potsdam fu
una scossa per tutti. Se lo ricorder anche lei, giusto?.
S,  vero. Viola si permise di riandare alcuni istanti con la memoria indietro fino a quel
periodo. Avevo sedici anni e ricordo che passammo notti insonni ascoltando Carosio alla radio e
aspettando le prime edizioni dei giornali, per sapere cosa succedeva laggi in Brasile.
Non credo lei si renda conto, fino in fondo cosa signific vincere quel titolo.
Lo spieghi lei a nostri lettori.
La ringrazio, ma preferisco usare le parole di un altro, molto pi bravo di me.
L'uomo si alz e torn verso la biblioteca. Prese uno dei volumi rilegati. La Gazzetta dello
Sport. 1950.
 un'intervista a Loik, fatta per conto del pi importante giornale sportivo dell'epoca. Loik...
grande atleta e grande uomo. Sapeva sempre dire la cosa giusta. Venne realizzata da Nicol Carosio al
ritorno in Italia, a Genova.
Tratto dall'intervista a Ezio Loik, mezzala della nazionale italiana di calcio, apparsa sulla
Gazzetta dello Sport del 2 agosto 1950 a cura di Nicol Carosio.
Cosa  cambiato per voi adesso che siete campioni del mondo?.
Non "voi". Noi siamo campioni del mondo. L'Italia  campione del mondo. Qualcosa 
cambiato nella maniera con cui ci guardano. Non se ne  accorto anche lei in questi giorni?.
Crede che questa vittoria possa significare qualcosa per tutta la nazione?.
Ne sono sicuro. Anzi, tutti noi della spedizione torniamo in Italia sicuri di avere cambiato
l'immagine del paese. Lo chieda ai suoi colleghi della stampa sportiva estera quando li incontrer.
E ora cosa possiamo aspettarci da questa Italia e dal suo Torino?.
Per quel che riguarda la Nazionale semplicemente di fare il nostro dovere e onorare il nome
del paese. La mia squadra invece... beh, mi spiace per i nostri avversari, ma finch dura a noi fa
piacere.
...
L'uomo vestito di blu smise di leggere.
Ecco Viola. Questi erano i sentimenti e le speranze nate in quell'estate del 1950. In effetti, fin
da subito, chi per lavoro o altri motivi ebbe modo di entrare in contatto con persone di altri paesi si
accorse facilmente che era cambiato qualcosa.
Da infidi traditori a popolo rispettabile?.
Non la metterei cos gi dura. Un sorriso che per non illumin lo
sguardo. Lascio ai professionisti della politica estera o agli storici stabilire se sia giusto o no
parlare di tradimenti. Diciamo solo che in effetti si not una considerazione nuova. Un rispetto per
l'Italia e gli italiani che forse prima era poco visibile. E questo fece piacere.
Diplomatico come sempre.
Viola, vogliamo che questa intervista riapra vecchi malumori tra i nostri alleati e partner
commerciali? Non credo sia il caso. E non credo nemmeno gioverebbe al suo giornale provocare una
cosa simile, non crede?.
Viola gel. Forse si era fidato troppo. Familiarit, ma anche freddezza. A chi conveniva
quell'intervista? Come mai dopo anni di scarsi rapporti con la stampa l'uomo davanti a lui si era
concesso? Era lui che sfruttava l'occasione, o era solo uno strumento al servizio di chiss quale
progetto?
Assolutamente d'accordo. Anzi, mi scusi se le ho dato l'idea di voler rimescolare nel torbido.
Lasci perdere. Di nuovo simpatia e cordialit. In fin dei conti siamo qui per un'intervista,
no? E le interviste si fanno se qualcuno domanda e un altro risponde.
...
Da: Storia sociale del calcio in Italia, di Gianni Brera, Torino, Einaudi, 1968, p. 145.
Il ritorno dell'Italia nell'estate del 1950 dal lontano Brasile, dopo la conquista del titolo di
Campione del mondo per la terza volta, con conseguente assegnazione definitiva della coppa Rimet,
provoc un'ondata di orgoglio nazionale come non si vedeva da anni. L'euforia si propag in ogni
pizza, citt o paese. Tutti ci sentivamo campioni del mondo, quel mondo che finora ci aveva un po'
sdegnosamente negato qualsiasi merito nella vittoria alleata. Era una rivincita. Il calcio era uno dei
pochi fenomeni capaci di catalizzare l'attenzione europea e mondiale, ed essere i primi, i campioni
definitivi, coloro che avevano conquistato una volta per tutte il trofeo, era una grande cosa.
...
Da: Dopo la catastrofe: eventi e mutamenti nella seconda met del XX secolo, di Renzo De Felice,
Bari, Laterza, 1968, p. 52.
Cap. II Guerra fredda - Percezioni diverse.
Anni Cinquanta. Il mondo era diviso in due blocchi. Est e Ovest.
Occidente e sovietici. Dopo la morte di Mao Tse-Tung la guerra civile cinese si trascinava in
una serie interminabile di schermaglie. Stalin osservava con disprezzo quelli che chiamava contadini
gialli morire a migliaia negli scontri con i nazionalisti. Sapeva per, con lo spietato realismo che lo
contraddistingueva, che senza bombe atomiche la Russia o i suoi alleati potevano contrapporre
all'Occidente solo il puro numero. Mancando queste e i segreti della tecnologia che le permetteva, vista
la impenetrabile cortina di segretezza che gli Stati Uniti avevano fatto calare attorno a questo settore,
cortina mai infranta malgrado i tentativi delle spie sovietiche, la strategia fu quella di demonizzare la
bomba, alimentando, o in certi casi facendo nascere ex novo, correnti di pensiero che diffondessero la
paura della Bomba. Con questo non si vuole dire che chiunque parlasse dei rischi della bomba atomica
fosse al soldo di Stalin, ma i rapporti tra comitati a favore del disarmo atomico unilaterale sorti in
Occidente all'inizio degli anni Cinquanta e Unione Sovietica presentano ancora molti lati oscuri.
...
Da: Dopo la catastrofe: eventi e mutamenti nella seconda met del XX secolo, di Renzo De Felice,
Bari, Laterza, 1968, pp. 67.
Cap. III Italia - Da paria a reginaFu in Europa che lo scontro ideologico raggiunse il massimo
grado. Il Vecchio Continente era uscito stremato dal conflitto mondiale e l'Italia non era da meno. Pur
essendo riusciti a evitare lo smembramento del territorio nazionale dopo l'armistizio dell'8 settembre e
il cambio di schieramento, conseguenza temuta dai pi, l'Italia era sempre quella che "aveva cambiato
casacca a met partita". Soprattutto i tedeschi nella nuova Europa post seconda guerra mondiale non
perdevano occasione per manifestare una disistima verso tutto ci che era italiano. D'altronde la cattura
di tutti i militari tedeschi di stanza in Italia all'8 settembre 1943 da parte dell'esercito italiano, la
campagna delle Alpi e la successiva campagna di Baviera trascinatasi per tutto il 1944 non potevano
certo essere presupposti positivi per i futuri rapporti italo-tedeschi.
Il tutto per cambi grazie a un elemento imprevisto: i successi calcistici che i professionisti del
Torino prima e la nazionale italiana poi avrebbero mietuto nei primi anni Cinquanta.
...
Da quel momento fu tutto facile?.
Assolutamente no. Riconquistare una dignit nazionale, assumere un ruolo di primo piano non
 una cosa che si realizzi in novanta minuti. Richiese tempo, sforzo da parte di tutti, e specialmente la
decisione degli altri attori politici di riconoscercelo.
Certo. La politica  un gioco che si fa in due!.
Come quasi tutti i giochi, Viola. Se lo ricordi. Un sorriso divertito.
Se non in due persone, sicuramente in due squadre.
Benissimo. Passiamo al dopo-Brasile. Cosa successe secondo lei di significativo? Qualcosa
che a suo parere va ricordato ai nostri lettori.
L'uomo rimase silenzioso. Pensava. Viola cap improvvisamente che quell'intervista per lui era
una cosa importante. Voleva davvero dire qualcosa. E in effetti non poteva dargli torto. In una
situazione sociale cos stravolta come quella in cui si trovavano poche persone avevano l'autorevolezza,
il carisma di chi gli stava davanti.
Ai lettori... anzi sarebbe meglio dire a tutti... va sempre ricordata l'importanza del gioco di
squadra.
Sembrava una banalit, ma detta da lui assumeva un significato diverso. Vero.
Lei prima accennava alla grande coalizione. De Gasperi e Togliatti.
Grandi uomini. Certo Togliatti fu sfortunato. Brutta storia. Paralizzato...
come Roosvelt, che non poteva soffrire. Un sorriso. Forse uno scherzo privato o il ricordo di
qualche battuta passata.
Ma nonostante i suoi problemi fisici, e quelli dentro il suo partito...
e le assicuro che ne ebbe: stavano sempre a litigare... per loro contava la squadra. Bisognava
governare l'Italia. Bisognava arrivare alla fine della partita.
Cosa ci pu dire di quegli anni?.
Cosa vuole che le dica? Ero molto impegnato, come i suoi lettori sanno benissimo. Pensavo al
mio lavoro e non badavo molto a cosa accadeva all'esterno.
Non credo. Leggendo le testimonianze di alcuni dei suoi colleghi sembra foste consapevoli dei
risultati dei vostri sforzi.
Ah s. Ho capito a chi allude. Vigilio ha sempre avuto la tendenza a parlare un po' troppo, ma
sostanzialmente diciamo di s. Forse prima ho
esagerato. Un pochino di attenzione a cosa stavamo facendo ce la mettevo. E non solo io.
...
Da: Storia sociale del calcio in Italia, di Gianni Brera, Torino, Einaudi, 1968, pp. 150-151.
I primi anni Cinquanta vedono sostanzialmente il perdurare del dominio granata sul campionato
di serie A, fino all'arrivo di tre fuoriclasse svedesi, Gren , Nordhal e Liedolhm nelle fila del Milan. Da
quel momento in poi, tranne sporadici inserimenti della Fiorentina di Montuori e Hamrin edella
Juventus, la lotta per lo scudetto si risolse in un affare privato tra il Torino tutto italiano di Valentino
Mazzola e il Milan del trio Gre-No-Li.
Quattro anni dopo il trionfo brasiliano, in Svizzera, l'Italia si ritrov a disputare una nuova
edizione del Campionato del mondo di calcio, non pi coppa Rimet. Quattro anni pi vecchi, ma
ancora tonici e in grado di dominare gli avversari, gli azzurri il 30 giugno del 1954 eliminarono
l'Ungheria di Puskas, Kocsis e Hidegkuti in semifinale. Gli ungheresi erano arrivati in Svizzera forti
della vittoria a Wembley sull'Inghilterra, ed erano sicuri che fosse giunta la loro ora. Il loro calcio,
fantasioso e potente, avrebbe avuto la meglio, dicevano, sul gioco italiano ancora legato al blocco del
Torino.
Il 1954 vide l'arrivo in Italia dei primi televisori, e questo permise finalmente di vedere in
diretta le gesta di quegli uomini finora immaginati solo via radio. La partita Italia-Ungheria valida per
l'ammissione alla finale vide i bar, i salotti, i saloni parrocchiali, le case del popolo, ogni luogo
insomma dove si trovava un apparecchio in grado di far vivere la magia di quella notte, colmi di una
folla attenta, partecipe delle gesta di chi ci rappresentava.
...
Da: Dopo la catastrofe: eventi e mutamenti nella seconda met del XX secolo, di Renzo De Felice,
Bari, Laterza, 1968, pp. 102-103.
Tra il 1950 e il 1954 l'Italia si scroll di dosso un'immagine di arretratezza e inaffidabilit,
divenendo una protagonista di primo piano nel teatro politico internazionale. Al tempo stesso per
iniziavano a crescere quei motivi di malumore e dissenso che anni dopo avrebbero portato ad una
situazione di caos. La grande coalizione, possiamo dire a posteriori, ag come coperchio per un
dibattito, coprendo e calando gran
parte degli effettivi problemi connessi alla ricostruzione di un tessuto nuovo dopo lo
sconvolgimento della seconda guerra mondiale. Il rapido sviluppo industriale con la necessit di
manodopera nei luoghi dove si aprivano i cantieri per ricostruire citt e fabbriche distrutte dalla guerra,
port, e non sarebbe stato possibile evitarlo, anche tensioni fra le parti sociali. Da parte politica si cerc
sempre di stemperare gli scontri, in un clima generalizzato di concordia nazionale. Questo, oltre al
perdurare di un conformismo generalizzato negli usi e nei costumi, frutto di un
comune gestire la cosa pubblica da parte dei due maggiori partiti, la Democrazia cristiana e il
Partito comunista, diede a pi di qualcuno l'impressione di un soffocamento delle spinte pi innovative,
in un senso o nell'altro, della societ.
Non si pu negare che nell'immediato la scelta di collaborazione tra Democrazia cristiana e
Partito comunista abbia portato benefici all'Italia, evitando, ad esempio, la guerra civile che dilani la
Grecia, ma esaminata con un occhio pi critico questa stessa scelta mostra come, pi che di
collaborazione, si debba piuttosto parlare di assimilazione del Partito comunista italiano, complice
anche la mancanza di una forte leadership in quegli anni, in quel vasto coacervo magmatico e indistinto
che prende il nome di sinistra democristiana.
I comunisti italiani, usciti dalla seconda guerra mondiale estremamente agguerriti, esistevano
ancora di nome, ma nei fatti erano diventati un
"Partito laburista all'italiana", mentre Togliatti veniva visto come un epigono mancato di
Ramsey McDonald, il primo premier inglese laburista (1924), che fin la sua carriera politica come
premier di un altro governo (1931), questa volta a base conservatore.
Qualcuno disse addirittura che Pio XII aveva deciso di sconfiggere i comunisti unendosi a loro!
Al di l delle battute di dubbio gusto,  oggi chiaro come la decisione di emarginare le domande
di critica sociale e privilegiare il mantenimento dello status quo in vista dell'obiettivo prioritario della
ricostruzione ponesse le basi per una esplosione incontrollata anni dopo di pulsioni sociali a cui mai si
era prestata attenzione.
...
Da: Storia sociale del calcio in Italia, di Gianni Brera, Torino, Einaudi, 1968, pp. 159-160.
La finale del Campionato del mondo del 1954, disputata il 4 luglio,
vide di fronte l'Italia, confermata nel suo ruolo di indiscussa favorita, e la Germania, rivelazione
e sorpresa assoluta del torneo. Fu il momento in cui anche i pi miopi si resero conto dell'importanza
dello sport, e del calcio in questo caso, a livello politico e sociale. La vittoria della Germania (che
qualcuno dice addirittura essere frutto di un accordo ai massimi livelli politici e diplomatici tra i
governi dei due paesi) col punteggio di due a uno, assolse a molti scopi, che trascendevano tutti il
rettangolo di gioco:- evit che un ulteriore trionfo italiano provocasse paradossalmente un fenomeno di
rigetto nei confronti dell'Italia-calcio e dell'Italia-nazione;- pose il primo passo per la riconciliazione tra
Italia e Germania, cammino che port entro il 1956 al ristabilirsi di normali relazioni diplomatiche tra
le due nazioni;- fece capire agli altri protagonisti della scena politica mondiale che l'Italia era in grado
di giocare il "gioco della politica" guardando al di l dell'interesse immediato, gestendo strategie e
progetti a lunga scadenza, mirati all'interesse suo e dei suoi alleati occidentali.
E tutto questo grazie a una partita di calcio.
Credo che possa bastare, signor ministro. Restano solo da ripercorrere brevemente gli ultimi
anni della sua carriera sportiva.
Viola era arrivato alla fine. Era stato difficile in qualche punto, ma tutto sommato pensava di
essersela cavata bene.
Volentieri. Dopo i mondiali del 1954 continuammo a giocare. C'era l'esperienza della coppa
tra i club campioni d'Europa. Ci mancava e volevamo dire la nostra anche l.
Ricordo che il Real Madrid fu un osso molto duro per voi.
S. Gli spagnoli sono sempre stati difficili. Si ricordi, poi, che tra loro c'era Puskas che ancora
non aveva digerito la sconfitta del 1954.
Ad ogni modo riuscimmo a vincere le prime due edizioni.
Altre due coppe da aggiungere al palmars del Grande Torino.
Esatto. Ma il tempo passava. Quindici anni prima avevamo iniziato un ciclo, e volenti o
nolenti ci rendemmo conto che stava finendo. I primi della vecchia guardia ad andarsene furono
Bacigalupo e Gabetto.
Nel 1956, se non sbaglio.
S. Dopo la conquista della seconda coppa dei campioni.
E arriviamo alla fine del "ciclo", come l'ha chiamato lei.
Nel 1959 sentimmo che era arrivato il momento di smettere. In un certo senso dieci anni prima
era partita una storia nuova per tutti noi. La prima tourne in Europa, con quel che ne segu. Ci parve
logico annunciare il nostro ritiro, noi della cosiddetta vecchia guardia del Grande Torino, alla fine del
campionato 1958-59.
Ero bambino, ma ricordo che fu una decisione che provoc molte discussioni.
Discussioni? Si figuri che sotto casa mia per mesi stazionarono tifosi con cartelli. Valentino
Mazzola, ci hai traditi era il pi benevolo. Non dico di aver avuto paura, ma certo la cosa mi fece
pensare molto.
In che senso?.
Mi resi conto che per una serie di motivi forse irripetibili, forse un miracolo, eravamo diventati
qualcosa di pi di semplici calciatori.
Eravamo diventati dei simboli. E i simboli possono servire anche dopo che la partita  finita.
Ecco allora il perch del suo ingresso in politica.
Fui invitato. La grande coalizione pens che il mio nome, la mia storia, potessero ridare
autorevolezza e credibilit al governo del paese.
E da allora  sempre rimasto ai vertici. Prima sottosegretario alle Comunicazioni, e ora
addirittura ministro dello Sport e della Salute pubblica nel governo presieduto dall'onorevole Aldo
Moro. Una carriera incredibile per un ex calciatore.
Forse ha ragione. Ancora oggi a volte trovo difficile credere che il ragazzo che da piccolo
tirava calci nel campo dell'oratorio oggi si trovi qui, in questo ufficio, a tentare di tenere insieme un
paese dilaniato da scontri e incomprensioni. Ma si tratta, come sempre, di fare il proprio dovere sino in
fondo, sino a quando l'arbitro non fischier ancora una volta la fine.
...
BIBLIOGRAFIA.
Carmelo Bene, Enrico Ghezzi, Discorso su due piedi (il calcio), Milano, Bompiani, 1998. Marta
Boneschi, Santa pazienza. La storia delle donne italiane dal dopoguerra a oggi, Milano, Mondadori,
1999.
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Bari, Laterza, 1968.
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Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio, Milano, Sperling & Kupfer, 2000.
Gigi Garanzini, Il romanzo del Vecio. Enzo Bearzot, una vita in contropiede, Milano, Baldini &
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Javier Marias, Selvaggi e sentimentali. Parole di calcio, Torino, Einaudi, 2002.
David Messina, 68 anni di Mondiali, Milano, Sonzogno, 1998.
Gianni Min, Darwin Pastorin, Storie e miti dei Mondiali, Firenze, Panini, 1998.
Gian Paolo Ormezzano, Tutto il calcio parola per parola, Roma, Editori Riuniti, 1997.
Luisa Passerini (a cura di), Identit culturale europea. Idee, sentimenti, relazioni, Firenze La
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Giovanni Spadolini, Crisi e rinascita: il secondo dopoguerra in Italia, Firenze, La Nuova Italia,
1966.
Renato Tosatti, Azzurro Granata, Milano, SugarCo, 1951.
A STRINCIUTA
1962: Se Enrico Mattei non fosse morto precipitando con il suo aereo a Bascap
Danilo Arona
Nel 1961 due giovani radioamatori, Gian Battista e Achille Judica Cordiglia, captano dalla loro
casa sulla collina torinese le urla e le invocazioni di aiuto di uno o pi astronauti russi che stanno
morendo, forse bruciati, durante un lancio sperimentale nei primi strati dell'atmosfera. Tentano con i
loro mezzi di allertare l'opinione pubblica mondiale, ma non sono sostanzialmente creduti, per quanto
la Tass li reputi degni di una lunga e sferzante risposta.
Nel 1962, il 27 ottobre, Enrico Mattei, in quel momento considerato l'uomo pi potente d'Italia,
precipita a Bascap, presso Pavia, con il suo jet personale. Ancora oggi molti sostengono che non si sia
trattato di sabotaggio.
Dietro quegli occhi.
Io lo so cosa cera dietro quegli occhi. C'era una materia prima che ha sempre scarseggiato nelle
zucche dei politici italiani. La perspicacia...
La perspicacia unita a un immenso intelletto. Questo, alla fine della fiera, lo ha ucciso. Ma lui,
lui era veramente astuto, sempre pronto a colpire con le mosse giuste al momento opportuno. Come
quando scaric i russi dopo che persero la corsa allo spazio e quel cosmonauta, Gagarin, venne a
chiedere asilo politico proprio in Italia, perch lui aveva preso accordi con un ambasciatore suo amico
affinch soprattutto non avvenissero rappresaglie nei confronti della famiglia, laggi, nella steppa...
Sicuro, gi allora era l'uomo dietro le quinte.
Ah, mi devo fermare. Stare nel tema. Rientrare nei ranghi.
D'accordo. Ma toglietemi quel cazzo di luce dalla faccia e datemi, per favore, una sigaretta.
Cristo, lavoriamo per lo stesso padrone. Ah, la luce non puoi toglierla?
Che mi stai sussurrando?
Ah, Cristo!
Loro stanno dietro quella parete a specchio e vi stanno guardando per
controllare come procedete all'interrogatorio. Gi, prevedibile. Non c' pi un padrone solo,
immagino.
Come?
Non ce n' mai stato uno solo?!
Cristo Santo, tu e io... Tu e io, Vie, ci siamo mandati gi pi lavoro sporco noi due che un intero
branco di bonificatori della CIA. E adesso tu chiedi a me chi c' dietro alla storia di via Belgioioso.
'Fanculo, risponditi da solo! Io non parlo pi!
Cambia tattica, Galieri.
L'auricolare ha un volume troppo alto e distorce sgradevolmente la voce dell'uomo dietro il
tramezzo a specchio. Vittorio Galieri s'infila con finta trascuratezza una mano nella tasca della giacca e
inverte il pomellino dell'audio. Quindi spegne la luce, la riaccende dopo pochi secondi e butta un
pacchetto di sigarette sul tavolo.
Cominciamo da capo, Mauro. E fammi capire, una buona volta, cosa c'entra la morte del
presidente del Consiglio con il ritrovamento dei resti di due radioamatori di Torino scomparsi nel nulla
all'inizio degli anni Sessanta.
Il socio di Galieri, seduto di fronte a Mauro, gioca con l'impugnatura gommosa di uno stilo. La
lama  collegata al morsetto di una batteria per automobili. Mauro conosce quel giochetto. Qualche
volta, in passato, lo ha usato pure lui nei confronti di certi chiacchieroni che hanno parlato a sproposito
di taluni piani a base di bombe sui treni e nelle banche italiane (giornalisti amici, cosiddetti opinion
leaders, avevano gi coniato una bella definizione: strategia della tensione), piani che non si sono
mai concretizzati proprio grazie all'uomo dietro le quinte, ieri presidente del Consiglio, morto per un
apparente suicidio.
Suicidio? Quello era un uomo con due palle cos che sapeva bene con chi intrallazzarsi nel
mondo per far pendere la bilancia dalla parte giusta. Soprattutto da quando l'ENI aveva detronizzato la
Royal Dutch Shell nella hit parade delle Sette sorelle.
Un giochetto veramente del cazzo, in grado di elettrizzarti i genitali o la parte terminale del
colon. Meglio vuotare tutto il sacco, anche se non ce poi molto da raccontare.
SI, Vie, si, d'accordo, racconto, ti faccio capire. Dio, non ti sei mai tolto quel sassolino dalla
scarpa, vero?
Che voglio dire? Sto parlando di Laura. Ce l'hai ancora con me dopo tutti questi anni. Eppure
era storia chiusa tra voi due. E, dopo un po', ha tagliato la corda anche da me.
D'accordo, la faccio finita. Il fatto  che il presidente li conosceva, Vie. Li aveva contattati lui in
prima persona nel febbraio del '61. Tu eri troppo giovane, ancora con i pantaloni corti. Ma io no. Stavo
gi dentro ai servizi, lungo la sua scia. E la faccenda dei due fratelli di Torino che avevano captato con
i loro baracchini le urla di due, o forse pi, astronauti russi che stavano crepando tra le fiamme, dentro
una capsula spaziale, probabilmente in una base o addirittura nello spazio, fu la molla, la strana
partenza di un viaggio che avrebbe portato l'Italia nell'olimpo delle potenze petrolifere. Lui, tre mesi
prima, aveva concluso con i russi un contratto shock, stracciando il prezzo a un trenta per cento di
quello praticato di solito sul mercato mondiale. Nel pacchetto, con la sua geniale forza persuasiva, ci
aveva pure infilato la costruzione di un colossale metanodotto che avrebbe dovuto arrivare, cazzo, sino
a noi. Proprio qui, in Sicilia. Era stato un accordo ufficiale, Vie, avallato dal nostro capo dello stato, e
gli americani s'incazzarono come non mai. C'era la guerra fredda, i test atomici da una parte e dall'altra
e la gara a volare per primi nello spazio, che non si limitava a essere soltanto una questione d'orgoglio
nazionale ma l'aspetto forse pi significativo della corsa agli armamenti in atto.
Cos gli italiani vennero formalmente ripresi per non avere mantenuto i patti stipulati nel
dopoguerra e il presidente fu minacciato senza tanti sottintesi perch aveva rotto gli equilibri del
mercato sorretti sino a quel momento delle Sette sorelle. La verit, forse, era ancora un'altra: gli Stati
Uniti avevano i loro cazzuti progetti sull'Europa e un italiano spregiudicato e potente che scavalcava
regole e protocolli, facendo affari d'oro con Kruscev e lo sci di Persia alla faccia loro, rappresentava
un serio ostacolo. In pratica...
Mi fai accendere, Vie?  inutile lasciarmi il pacchetto se mi devo ciucciare una sigaretta spenta.
Ah, grazie... Alla faccia, ma fumi ancora questa merda al mentolo?
Va bene, va bene, d'accordo. A caval donato non si guarda in bocca.
Dov'ero? Ah, si... In pratica, dicevo, c' un uomo influente e disinvolto che si chiama Enrico
Mattei che non si ferma davanti a nulla, condiziona la politica italiana, e forse qualche altra nel mondo,
e che
sfida col sorriso sulle labbra gli Stati Uniti e la Nato. Uno che sta diventando troppo potente,
giocando a tutto campo con la politica estera, schierato contro il filoadantismo, che stipula accordi
diretti con l'Unione Sovietica, sbarca in Cina, sposa la causa di Nasser per inserirsi nello sfruttamento
dei pozzi del Sinai e finanzia il Fronte algerino di liberazione nazionale. Senza tener conto dell'iniziale,
tremenda mazzata del '57, quando, approfittando delle conseguenze della crisi di Suez, lui aveva
trattato direttamente con lo sci di Persia, attribuendogli un cinquanta per cento degli utili netti e il
restante cinquanta diviso a met con la compagnia iraniana. Insomma, uno sgarro dichiarato
all'America e alle majors. Ma quanti nemici, Cristo! E cos, quel novembre del '60, l'affare pi
rischioso, con l'Unione Sovietica di Kruscev, alla ricerca di monete forti, che va a svendergli forti
quantitativi di greggio, suscitando allarme e apprensione non solo nelle Sette sorelle, ma nella stessa
Nato e nel governo americano.
Un Mattei in odor di "opportunismo filocomunista" e che viene giudicato troppo vicino a una
Russia che sta mostrando i muscoli al mondo nei settori dell'astronautica e dell'energia atomica. A
questo punto, siamo nei primi mesi del '61, avvengono due fatti. Uno  quello dei due fratelli, ma ci
arrivo tra un minuto. L'altro  che tentano di fargli la pelle e in questo frangente  il suo fido pilota,
Bertuzzi, che manda all'aria l'attentato. Siamo a met gennaio e Mattei  atteso a Rabat per firmare un
accordo alla presenza di Fanfani. Qualcuno gli fissa un cacciavite con il nastro adesivo all'interno di
uno dei due reattori. In volo il calore avrebbe fatto staccare il nastro e l'arnese sarebbe finito tra le pale
del reattore, provocandone lo scoppio. Ma il Bertuzzi ispeziona per bene l'aereo e Mattei rimanda la
partenza. Chi gli sta vicino, garantisce che l'uomo, per la prima volta in vita sua,  spaventato e... Vie,
che ti succede?
Galieri, mi senti? Galieri!.
Vittorio Galieri ha abbassato un po' troppo il volume dell'auricolare.
E, con l'identica manovra di prima, lo ripristina a un livello percettibile.
Si gira verso la parete e piega leggermente la testa di lato per far capire che  in ascolto.
 un argomento top secret, Galieri. Fallo smettere. Vogliamo sentire come racconta la storia
dei fratelli intercettatori.
Un altro cenno con la testa. Stranezze che non sfuggono a Mauro,
mentre il compare di Vittorio Galieri, Meluzzo, che ostenta un malato sorriso da ebete, fa
ballonzolare l'estremit dello stilo come se fosse un pendolo.
Nulla... Nulla mi succede. Mi  venuta sete. Tu vuoi bere?.
Va bene, certo, va bene. All'anima del mentolo.
Acqua fresca. Naturale. Non c' scelta.
D'accordo.
Bene. Carmelo, vai a prendere l'acqua. E smettila di fare lo stronzo.
Carmelo si alza, lascia andare lo stilo sul tavolo e si allontana nel buio. Allora Vie immerge i
suoi occhi in quelli del suo ex amico e collega e sussurra:Parlami dei radioamatori, Mauro. Soltanto di
quelli.
Ma naturalmente. Volevo solo farti capire il... il contesto, Vie.
Siamo a un solo mese dal fallito attentato con questo can can mondiale sul nuovo Napoleone del
petrolio. E succede qualcosa, in una piccola mansarda di una villetta sulle colline torinesi, a due fratelli
che si stanno
dedicando
nottetempo
al
loro
hobby
preferito,
la
radiocomunicazione in onde corte praticata con apparecchiature pionieristiche.
I due giovanotti, Gian Battista e Achille, per quanto vicini ai trenta, probabilmente conservano
in s un pizzico di sano spirito adolescenziale e quegli ingombranti e gracchianti macchinari che
rappresentano la possibilit di collegarsi con altri mondi, dimensioni e societ, sono vissute come una
piacevole e istruttiva trasgressione notturna in un periodo storico tutt'altro che trasgressivo.
A un tratto, mentre da pi di un'ora stanno "viaggiando" dentro l'universo delle lingue straniere
e delle scariche distorte, odono qualcosa di anomalo, ovvero urla, lamenti disperati e battiti cardiaci
dall'andamento a dir poco irregolare. Uno dei due  ferrato nelle lingue straniere e, per quanto riesce a
capire, si sente in grado di affermare che quelle voci angosciate appartengono a uomini russi. Arraffano
allora un registratore che  l pronto per emergenze di qualunque tipo, ma non di quel tipo, e riescono a
fissare buona parte di quell'inquietante trasmissione prima che il fortuito col- legamento cessi.
Le concitate parole che arrivano a registrare svelano che una o pi
persone stanno morendo a causa di un incendio sprigionatosi all'interno di un modulo spaziale,
probabilmente lanciato nello spazio o nei primi strati dell'atmosfera, visto che uno degli astronauti
captati continua a ripetere sino allo spasimo Precipito! e Sto rientrando. Qualche giorno dopo, con
tanto di nastro e di padre al seguito, i fratelli si presentano alla redazione della Stampa e il gioco 
fatto. Non c' nessuno che sia convinto del contrario: in Unione Sovietica si stanno svolgendo
esperimenti astronautici per battere sul tempo la concorrente America, test che prevedono nel segreto
pi assoluto l'impiego di vere e proprie cavie umane, piloti cui probabilmente sono state raccontate
delle fandonie di copertura e che sono stati "sparati" nello spazio con la probabile consapevolezza da
parte delle autorit che mai torneranno sulla Terra.
I giornali e la televisione danno fuoco alle polveri e, a questo punto, Mattei s'impossessa della
scena. Si fa portare a casa Judica Cordiglia, sulla collina torinese. Vuole rendersi conto, ascoltare di
persona. Un mese prima qualcuno ha tentato di fargli la festa e intuisce che pu usare l'intercettazione
come carta da giocare contemporaneamente su due tavoli. Cos, mentre monta una debole
mobilitazione internazionale contro i sacrifici umani per la conquista dello spazio, Mattei ai sovietici
racconta che, se vogliono mantenere l'accordo di novembre, devono farsi da parte e smetterla per
qualche tempo con gli esperimenti spaziali, e dagli alleati si fa vedere cos scandalizzato dall'immorale
condotta dei militari sovietici da dichiararsi pubblicamente pentito dei suoi traffici con la Russia e pi
che disposto a rientrare nell'alveo delle Sette sorelle. Anzi, mettendosi proprio al loro servizio. Forse
era sincero all'ottanta per cento, Vie. Secondo me, quel cacciavite gli aveva fatto riprendere un legame
con la realt che da un po' di tempo non esisteva pi. Ma, certo, quel venti per cento restante era il
solito, spregiudicato opportunismo.
In ogni caso la faccenda va in standby, perch, per quanti accordi sottobanco sussistessero, i
russi non gradirono per niente le esternazioni pubbliche di Mattei e gli americani diedero, in gran
segreto, un poderoso colpo d'acceleratore al loro programma spaziale. Ma il peggio, purtroppo, capit
alla famiglia di Achille e Gian Battista. Una sera che i fratelli salgono in mansarda e accendono le loro
apparecchiature, tentando di sintonizzarsi sulle identiche lunghezze d'onda della trasmissione sovietica,
si accorgono subito di un'estesa
portante di disturbo cieca, che copre tutta quanta la banda. Si chiedono come sia possibile e
ne deducono che una portante di quell'ampiezza non pu che significare una cosa: che qualcuno sta
interferendo con loro da una postazione vicinissima.
A quel punto l'atmosfera in casa si fa plumbea. Il padre, che vive in un'altra ala della villetta,
soppesa le parole e dice ai figli che, captando quell'incidente spaziale, hanno cambiato i destini del
mondo. Aggiunge anche che da qualche giorno lui e la moglie sono continuamente pedinati. E
conclude affermando: Se vogliamo salvarci la vita, non accendete pi i vostri aggeggi, l di sopra, vi
supplico.
I due fratelli fanno di necessit virt e obbediscono. Per un paio di mesi non salgono neanche in
mansarda. E, pur con la perenne sensazione di essere seguiti e spiati, la vita sembra procedere
regolarmente. Poi, alla fine di aprile, un'incredibile notizia scuote il mondo: Alan Shepard vola per
primo nello spazio e l'America vince la sua gara. La sera stessa, i genitori di Gian Battista e Achille
trovano un'inspiegabile morte in uno strano incidente stradale. Quando la polizia si reca alla casa in
collina per comunicare la notizia non trova nessuno. E dei due fratelli, per molto tempo, non ci sar pi
traccia. Per molto tempo, ma non in eterno, come sappiamo.
Mattei comincia cos la sua lenta e inesorabile scalata verso il potere, allargando
mostruosamente la sua influenza politica. Mentre finanzia partiti e uomini "affini", consolida il boom
economico in atto con due assoluti colpi di fortuna che fanno schizzare le azioni dell'ENI alle stelle: il
metano in Val Padana e un mare di petrolio in Sicilia. In questo modo, Vie, riesce a bloccare il
fenomeno della grande fuga dal Sud, che stava iniziando proprio allora... Ti immagini cosa sarebbe
potuto succedere? L'uomo era scaltro, vedeva lontano, te lo ricordo. Con un Sud impoverito delle sue
migliori risorse umane e tutti gli insediamenti industriali al Nord, qui la mafia avrebbe conquistato
l'identico potere che hanno certi cartelli della droga nell'America Latina. Gente come Escobar o Jesus
Constanzo, te li ricordi? Andavano a sedersi davanti ai presidenti dei loro parlamenti e gli suggerivano
cosa dovevano fare o cosa dovevano dire. Oggi la mafia, come tu ben sai, la controlliamo e non fa
danno. Proprio perch il presidente fu in grado di bloccare con il petrolio la grande migrazione di
massa che molti allora giudicavano inevitabile. Qui, in Sicilia, costru impianti all'avanguardia con la
partecipazione dei pi importanti petrolieri americani. Cos
diventammo una grande potenza petrolifera, con la nazione che passava indenne attraverso le
contestazioni della fine degli anni Sessanta e il terrorismo che insanguinava le altre nazioni europee,
Germania e Spagna in modo particolare. Era il piano Cointelpro(12) condotto dalla CIA in Europa...
Sai di che parlo, vero? All'origine prevedeva bombe e stragi di massa in Italia. Ma lui sapeva con chi
andare a cena e fece spostare quella che avrebbe dovuto chiamarsi strategia della tensione
altrove. In Francia, soprattutto, ben segnata dall'essere stata la culla della contestazione globale
nel vecchio continente.
Da noi nulla, invece. Pace sociale, consumi alle stelle, la Fiat che apriva la sua migliore filiale
produttiva proprio qui in Sicilia, a Termini Imerese, i comunisti ridotti a gestire un'eterna opposizione
di facciata.
E Mattei che s'invent nel '77 l'asse Mattei-Moro-La Malfa, in modo da far nascere una grande
Democrazia cristiana in grado di assorbire i transfughi liberali e i molti socialdemocratici in rotta con i
socialisti, spostatisi troppo a sinistra. Cos che la DC divenne una rocca inespugnabile e il vero governo
del paese.
E poi...
Come sarebbe lascia perdere la storia, che la conosciamo tutti? 
questa storia che gli ha permesso di fondere l'ENI con la Texaco proprio due anni fa, qualche
giorno prima di ricevere dal presidente della Repubblica l'investitura ufficiale a presidente del
Consiglio. C'era arrivato, Cristo, e sarebbe andato ancora oltre. C'erano accordi perch diventasse tra
pochissimo presidente della Repubblica. E, certo, ora l'unico a rimanere in lizza  proprio Aldo Moro.
Mah, forse Spadolini.
Pertini, no. C' ancora uno stop dall'estero sui socialisti... In ogni modo gli unici che lo avevano
preoccupato a livello concorrenziale erano due fratelli milanesi che si stavano muovendo alla grande
nel ramo edilizio, Bernasconi, o qualcosa del genere, mi pare si chiamassero. S, Vie,  stato proprio in
un loro cantiere che sono venute alla luce... S, insomma, le ossa e quel che rimaneva dei poveri Achille
e Gian Battista... Oh, finalmente l'acqua... Grazie, amico... Poi, quando ti siedi, ti pregherei di non
ricominciare con quei cazzi di morsetti e l'armamentario elettrico sotto il tavolo... Sono uno del giro, io,
non un fottuto prigioniero politico... La Madonna, Vie, basta con quell'auricolare!
Galieri....
Di nuovo Vittorio Galieri alza leggermente il volume del piccolo ricevitore collocato dentro la
tasca della giacca. Il pomello  ossidato e produce al minimo contatto uno sgradevole scoppiettio.
Ormai Vie, cos lo chiama con affettuosa nostalgia il collega Mauro seduto davanti a lui con una
lampada fiammeggiante davanti al volto, non si preoccupa nemmeno di occultare o dissimulare la
presenza della piccola radio.
Mauro ne  gi al corrente. E sul fatto che sia, o sia stato, uno del giro, non ci piove. Il
problema, adesso,  di capire se potr ancora esserlo.
Galieri, come pu conoscere con tanta precisione un dialogo avvenuto in una casa privata
quasi vent'anni fa? Era uno stronzo venduto gi allora?! Cazzo, chiediglielo! Chiediglielo se stava
dentro a quel finto furgone abbandonato davanti casa Judica Cordiglia!  lui l'anello mancante, il figlio
di puttana che mise le cimici!.
L'uomo dietro la parete sta urlando. Vie abbassa di nuovo il volume.
Di nuovo quel crepitio odioso che trafigge le orecchie.
Chiediglielo!.
Mauro sta bevendo l'acqua. Alza il bicchiere alla salute di Meluzzo, che  un palermitano
silenzioso e duro come la roccia. E che ama tanto giocare con lo stilo.
Chiediglielo!.
Vai avanti, Mauro.
L'acqua fa schifo, Vie. Dio Santo, non  naturale.  sgassata e qualche mese fa era un'acqua con
le bollicine. Ed  calda, accidenti. Io poi non so perch ti sei messo in testa che io sia al corrente di cose
che tu stesso non conosci. Chi lo sa come ci sono arrivati i cadaveri dei due fratelli nei garage in
costruzione di Milano Due? Di certo la verit  quella che sappiamo tutti: men in black sovietici, che
allora andavano e venivano grazie al Partito comunista e che fecero il servizio prima ai genitori e poi ai
due ragazzi. L'uomo ne approfitt e fu proprio quello l'argomento che gli permise di scaricare
ufficialmente i russi prima di consegnare l'isola a un secondo sbarco americano. Quello dei dollari,
amico! E dovresti saperlo visto che ci vivi in questo paradiso. In ogni modo, quando si scoprirono i
poveri resti, lui mand un esercito a Milano Due. Cos intanto segava subito tutti i buoni propositi degli
altri due fratelli imprenditori con grandi progetti, che dopo tre mesi di permanenza nei loro stabilimenti
di ogni tipo di arma e forza pubblica si ritrovarono in mutande, scaricati sulla pubblica via dai loro
garzoni
politici e, soprattutto, dalla banca Rasini che gestiva i capitali dell'impresa. Ma ci mand un
esercito perch lui cap al volo di chi si trattava...
Come? Da cosa lo cap? Ma, Vie, ci senti quando parlo? Lui era scaltro, un gradino pi su di
tutti gli altri... Due scomparsi nel '61 e due scheletri che ricompaiono nel 1980... E uno dei due con il
ritaglio di un articolo sulle famose intercettazioni nelle tasche di ci che resta di una giacca! Lui fa due
pi due, perch lui a far tornare i conti era dio in terra e che al...
Basta!.
Vie....
Finiscila con questa commedia, figlio di puttana! Li hai fatti fuori tu dietro suo incarico! C'eri
tu sulle colline torinesi nell'aprile del '61. Tu eri in ascolto! Tu avevi piazzato i microfoni dentro casa di
quei poveracci! Il finto incidente ai genitori  una tua storica specialit. Ma coi due fratelli scomparsi si
poteva vendere per anni la favola che fossero nascosti da qualche parte, protetti dai servizi sotto falsa
identit.
Ma non  cos. Li avete rapiti, uccisi subito e nascosti nel solito reparto dei "cadaveri buoni",
quelli da utilizzare per fottere il prossimo se corre il rischio di diventare ingombrante. E quel tipo che
stava per mettere in piedi il monopolio delle tv private, trasformando la sua televisione via cavo in
emittente nazionale, gli appariva altro che ingombrante. Ma fammi capire perch gli Judica Cordiglia
erano cos pericolosi per Enrico Mattei!.
Ecco fatto.
Uno urla, l'altro agita la lama elettrica e un paio di stronzi, dietro il finto specchio, sono convinti
di avere scoperto perch la storia  andata in una certa direzione invece che in un'altra. Cazzate, Vie!
Cazzate grosse come la testa quadrata di questo demente che da mezz'ora sta tentando di terrorizzarmi.
Enrico Mattei non era un killer. Non lo sarebbe mai stato n diventato per il solo fatto di essere stato
vittima potenziale in almeno tre occasioni. Una  quella del cacciavite, ma non pensare che sia stata
l'unica. Nemmeno tu sai tutto. S, sono stato io, ma  stata una mia individuale iniziativa. Ho dovuto
agire al volo, la sera che ho visto entrare determinata gente in quella casa. Funzionari di un certo
partito, non so se mi spiego. Shepard aveva appena volato nello spazio e, cazzo, Mattei aveva bloccato
con quelle intercettazioni il
programma dei russi. Ma nessuno al mondo lo sapeva questo particolare. Tutti hanno sempre
pensato che i russi abbiano semplicemente perso, perch battuti sul tempo. E mi ricordo bene che, per
quanto casino si facesse sugli incidenti e sugli astronauti morti, non ci fu quel tanto sospirato scandalo
internazionale. Nessuno al mondo poteva essere al corrente del fatto che Mattei ricattasse i russi con lo
spauracchio dell'accordo del novembre del 1960, per loro troppo importante dato che gi allora
soffrivano di mancanza di liquidit. E li ricatt proprio con le audizioni degli Judica Cordiglia! Sai,
sarebbe semplicemente bastato che lui si mettesse a capo di una sollevazione mondiale contro l'Unione
Sovietica per tutti quei poveracci bruciati nelle capsule... Oggi, come la chiameremmo? Sicuro:
manipolazione mediatica. In ogni modo quella sera dovetti procedere in fretta. Quelli sarebbero
tornati. Avevano capito, da una mezza ammissione di Gian Battista, che Mattei in persona era stato in
quella casa. Non ci fu tempo per consultarmi con l'uomo. Del resto, per certe iniziative godevo di piena
autonomia. C'era di mezzo il suo avvenire politico. I comunisti potevano fotterlo con la storia del
ricatto. E... s, non fu facile.
Mi dispiacque per quella gente, per i due ragazzi. Ma il rischio per Mattei era grosso. Troppo
perch restassero in circolazione dei testimoni.
Gi, e via Belgioioso?.
Nemmeno io so tutto.
Posso crederti. Ma il suo biglietto d'addio ti rimette in gioco, Mauro.
Eccolo qui. Vuoi che te lo legga?.
Ah, Vie... Lascia stare. Chi ha organizzato il "suicidio" ha solamente tirato a indovinare. Di
certo non pu essere stato il mio collega d'allora.  morto alla fine degli anni Settanta.
Chiedo perdono a tutti. Soprattutto a voi, Greta e Margherita. Vi chiedo perdono e vi ringrazio
per il vostro amore e la vostra dedizione.
La causa della mia morte  affiorata tre mesi fa dalle fondamenta di Milano Due.
Ah, Cristo... Non  il suo stile neppure da lontano!.
Sicuro,  ovvio che non si  tolto la vita. Hanno rimosso il cadavere prima dell'arrivo della
scientifica. Nessuno ha udito lo sparo della walther nonostante gli uffici l attorno fossero pieni di
gente. E, da nostre indagini parallele, risulta che nello studio del presidente non sia
stata trovata traccia del bossolo. Lo hanno accoppato altrove e hanno inscenato il suicidio. Ma 
la motivazione nel falso biglietto a riguardarti, Mauro. Perch, se non hai omesso qualche particolare di
non trascurabile importanza, solo tu potevi essere a conoscenza dell'identit dei due cadaveri. Solo tu.
Neppure il presidente, se non mi hai raccontato balle.
E allora?.
Delle due l'una. O lo hai "suicidato" tu....
O....
O hai venduto la tua esclusiva a qualche suo nemico giurato. Forse proprio agli ultimi due.
I palazzinari di Milano Due? Ma non sono pi nessuno.
Gi. E proprio per colpa degli Judica Cordiglia... morti!.
Dove vuoi arrivare?.
Dove sei arrivato tu. Chi ha inscenato il suicidio conosce l'identit dei cadaveri. E, dato che
nessun giornale ne ha mai parlato e il ritaglio di giornale addosso allo scheletro  stato fatto subito
sparire, c' solo una conclusione da trarne. Hai giocato su due tavoli, Mauro. Ma lo hai scoperto
soltanto oggi che....
Che?.
Che noi non abbiamo mai avuto un padrone solo.
Galieri procedi!.
Vie, Cristo Santo! Cosa credete di poter....
Meluzzo, muoviti. Mi spiace, Mauro, ma le regole le conosci....
Vie....
Meluzzo, u scimiuni, scatta in avanti e, prima che il prigioniero possa abbozzare un impossibile
tentativo di fuga, preme l'estremit dello stilo sull'occhio sinistro di Mauro che vola al di sopra della
sedia, spezzandosi la schiena nella pesante caduta all'indietro sul pavimento.
Mauro resta senza fiato. Forse sviene subito. Tuttavia Meluzzo, per sicurezza, affonda forte lo
stilo all'interno della bocca dello strinciutu.(13). Il volto inizia a sfrigolare, la lingua vola fuori, denti e
sangue si allargano sulle piastrelle.
U'nfami crepa senza datari, picchi sapi r'aviri tortm(14) pronuncia Meluzzo mentre stacca i
morsetti.
Si ci sunnu du patruni, un c' facciularia(15) risponde Vittorio Galieri, sibilando le parole.
Ma nuatri, altura, pi' cu minchia travagghiamu?.(16). Galieri!.
S....
A strinciuta finiu. U scimiuni i dumanni un l'hav'a farih.
La sera del 15 settembre 1980 lo scirocco sta correndo ai settanta all'ora. Vittorio Galieri esce
dalla palazzina in collina dalla quale s'intravedono le luci di Palermo. Si accende una sigaretta.
La citt  in pace. L'ultimo omicidio risale a otto anni fa. Un giornalista che si chiamava De
Mauro e che stava ricostruendo le ultime ore del sindacalista Placido Rizzotto su incarico del regista
Francesco Rosi per un film che non  mai stato girato.
(Per quale motivo, poi, avrebbero dovuto girarci un film? Si sa tutto su Rizzotto.  sepolto dalle
parti di Rocca Busambra. Liggio  stato e nessun film potrebbe inventarsi altro...).
Mattei ha pacificato le ultime dispute. L'isola  bella, ricca, c' lavoro per tutti. L'ENI ha risolto
persino il millenario problema dell'acqua.
(Perch cazzo quegli altri stronzi che si dividono i Servizi lo hanno voluto fottere? E perch
hanno voluto additare i resti umani di Milano Due come causa del suicidio fasullo? A chi era diretto
quel messaggio in codice? Ma, sicuro...  solo un padrone che sta comunicando qualcosa all'altro
padrone. Non ce ne sono tante, poi, di spiegazioni.
Ma, adesso, che accadr?).
Galieri!.
Si  dimenticato di togliersi l'auricolare, Vittorio Galieri, funzionario
"particolare" del Sisme. Vuole solo fumarsi una sigaretta in santa pace dopo un lavoro quanto
mai sporco e pesante. Ma ora non pu esimersi dal rispondere.
S, sono di fuori....
Che stai facendo?.
Fumo.
Fuma in fretta. La Chevron ha appena fatto un'offerta per l'ENI.
Quindici miliardi di dollari. C' un progetto da qualche parte nel mondo per dimezzare il
numero delle sorelle. Bisogna trovare rapidamente un uomo in grado di trattare con il cartelloState
pensando a qualcuno di
specifico?.
S. A Punta Raisi ti aspetta un aereo per Milano. Dovrai incontrarti con il nuovo leader
socialista.
Craxi?.
S, siamo tutti d'accordo. Anche gli altri. I palazzinari di Milano hanno presentato il conto dei
danni. Craxi  un loro amico e corre il rischio di diventare una stella di prima grandezza. Se lo
mandiamo a negoziare con il cartello, qualcuno far in modo che si bruci le ali. Cos fottiamo lui e i
palazzinari. Ci mancherebbe soltanto un leader socialista a guidare il paese!.
D'accordo. Vado. E Meluzzo?.
A Meluzzo pensiamo noi. Gli abbiamo trovato residenza nuova al bosco della Ficuzza.(17).
Ah....
La sigaretta vola lontano, perdendosi nel buio. Lo scirocco porta con s il profumo dei limoni e
dei gelsomini. Settembre  un mese incantevole per la Sicilia. Da ogni parte del mondo migliaia di
persone continuano a riversarsi qui, per turismo e per affari. Tra pochi giorni riaprir dopo dieci anni
d'inattivit la Mostra internazionale del cinema, strappata sul filo di lana alla fatiscente e non pi
affidabile Venezia.
Bellezza, ricchezza, lavoro per tutti, ovvero la dottrina di Mattei.
Una scuola di pensiero che non pu, non deve morire.
A qualsiasi costo, Vie. A qualsiasi costo.
Vai adesso. A Milano ti aspettano.
L'autore ringrazia di cuore per i suoi suggerimenti linguistici l'amico Piero Cannata, regista
palermitano di cortometraggi horror che colpiscono al cuore.
Note.
5 La Todt s'incaric di adattare i carrelli ferroviari, sui quali erano stati sistemati i mortai, allo
scarta- mento spagnolo, pi largo di quello europeo (cfr. Andreas Hillgruber, La stategia militare di
Hitler, Milano, Rizzoli, 1986; B.H. Liddell Hart, Igenerali tedeschi narrano, Milano, Rizzoli, 1949).
7 Cfr. John Kimche, Il secondo risveglio arabo, Milano, Garzanti, 1970.
7 L'interrogatorio  finito. Lo scimmmione non deve fare domande. Nel gergo siciliano il
termine strinciuta letteralmente significa stretta, in senso pi allargato strapazzata quasi sempre
con esito letale per lo "strapazzato".  di fatto l'interrogatorio che avviene dopo un rapimento. zona
dall'alto valore naturalistico e paesaggistico, di 4000 ettari di estensione, polmone verde dell'isola con
un campionario ricchissimo di piante e animali, con daini e piccoli cinghiali e vegetazione medi-
terranea di grande variet. Il luogo  additato anche come "forziere" o cimitero della mafia e la sua
immeritata fama nell'ambito criminale deriva dalla vicenda della scomparsa del giornalista Mauro De
Mauro, svanito nel nulla nel settembre 1970. Per molti analisti e commentatori la sparizione del
giornalista  collegata alla morte di Enrico Mattei e al film che Francesco Rosi avrebbe girato in
seguito sul caso, film per il quale De Mauro aveva ricevuto dal regista l'incarico di redigere una ipotesi
di lavoro includente una ricostruzione delle ultime ore di Mattei sull'isola.
De Mauro scomparve la sera del 16 settembre e il 22 ottobre, oltre un mese dopo, una telefonata
anonima avverti gli investigatori che il corpo del giornalista si trovava nel bosco della Ficuzza. Ma non
ci furono riscontri.
1 II maresciallo Cavallero ha sottolineato i grandi sforzi compiuti per la messa a punto dei
sommergibili vettori dei siluri a lenta corsa. In tal modo, lo Scir attacc Gibilterra, il Gondar
Alessandria, Viride Algeri e VAmbra Beirut (cfr. Carlo de Risio, I mezzi d'assalto, Ufficio Storico
della Marina militare, vol. XIV).
2 La forza navale speciale era formata dal reggimento San Marco, quattro battaglioni scelti di
camicie nere, 10 raggruppamento corazzato, 10 raggruppamento artiglieria, raggruppamento genio.
Unit navali assegnate: 1 la e 12 divisione navale, quindici torpediniere, cento motozattere, dieci tra
piroscafi e motonavi (cfr. Mariano Gabriele, Operazione C3: Malta, Ufficio Storico della Marina
militare, Roma, 1965).
3 Oltre a duecentotrentamila uomini, il corpo di spedizione aveva perduto
milleduecento
pezzi
d'artiglieria
e
da
campagna,
milletrecentocinquanta pezzi di artiglieria controcarri e contraerei, seimilaquattrocento armi
leggere controcarri, undicimilaquattrocento armi automatiche, settemilacinquecento mezzi motorizzati,
sei-centosettanta carri armati. Presi prgionieri lord Gort e i generali
Anderson, Alexander, Dempsey, Linciseli, Montgomery, Ritchie, Stopford (cfr. Arthur Bryant,
Tempo di guerra, Milano, Longanesi, 1966, 2 voli.).
4 All'operazione verso l'Alto Nilo presero parte la divisione Granatieri di Savoia, la 5 e la 12
brigata coloniale, un raggruppamento camicie nere e un raggruppamento di formazione motocorazzato
(cfr.
Ufficio Storico dell'Esercito, Le operazioni in Africa Orientale).
5 Cfr. Ruggero Moscati (a cura di), Documenti diplomatici italiani, voi. I, Roma, Istituto
poligrafico dello Stato, 1953.
6 Due divisioni irachene attaccarono Habbanya, base concessa all'Iraq all'inizio degli anni '30,
quando gli inglesi avevano riconosciuto l'indipendenza politica di Feysal.
7 Cfr. Pierangelo Caiti, Artiglierie ferroviarie e treni blindati, in Atlante mondiale delle
artiglierie, Parma, Albertelli, 1974.
8 Gli inglesi, per ritorsione, bombardarono dal mare Cadice, Vigo e Santander e occuparono le
Canarie, in seguito sgombrate.
9 I primi sondaggi, per una pace di compromesso, vennero compiuti dal conte Folke
Bernadotte, a met agosto 1940, e l'ex ministro degli Esteri inglese, lord Halifax, accett d'incontrare il
diplomatico svedese, nonostante l'opposizione del premier in carica.
10 Prima di rientrare in patria, Samuel Hoare ebbe lunghi incontri col ministro degli Esteri
spagnolo, Serrano Sufier, che gli trasmise uno schema di accordo con l'asse, per una pace di
compromesso, definito dai ministri degli Esteri italiano e tedesco, Galeazzo Ciano e Joachin von
Ribbentrop (cfr. Documenti diplomatici italiani, voi. II).
11 Ai negoziati di Stoccolma ha preso parte, come osservatore, anche un rappresentante
sovietico. L'Urss conserver Estonia e Lettonia, ma la Lituania far parte della sfera d'influenza
tedesca: si tratta di una
"correzione" dei precedenti accordi tra Berlino e Mosca dell'agosto 1939. L'Urss conserver
anche la Bessarabia e le posizioni nel golfo di Finlandia, acquisite dopo il conflitto russo-finlandese
(novembre 1939-marzo 1940).
12 Acronimo che sta per Counter Intelligence Program.
13 L'interrogato.
14 L'infame crepa senza gridare perch sa di avere torto.
15 Se ci sono due padroni, non esiste doppio gioco.
16 Ma noialtri allora, per chi cazzo lavoriamo?.
17 Ficuzza  una localit che si sviluppa a 682 metri sul livello del mare in provincia di
Palermo.  una
...
BIBLIOGRAFIA.
Sergio Baracco, Il piano Cointelpro in Europa: lo stragismo degli anni Settanta in Francia e
Spagna, Milano, Editiemme, 1980.
Fulvio Bellini, Alessandro Previdi, L'assassinio di Enrico Mattei, Milano, Flan, 1970. Giorgio
Bocca, Il potere come amico: l'epoca di Mattei in Italia dal 1959 al 1979, Milano, Mondadori, 1979.
Giorgio Galli, La sfida perduta, biografia politica di Enrico Mattei, Milano, Bompiani, 1976.
Giuseppe Genna, Nel nome di Ishmael, Milano, Mondadori, 2003.
Achille Judica Cordiglia, L'uomo e lo spazio, Milano, Fabbri, 1995.
Enrico Mattei, Come ho sconfitto la mafia, Milano, Mondadori, 1977.
Leonardo Maugeri, Petrolio, Milano, Sperling & Kupfer, 2001.
Francesco Venanzi, Massimo Maggiani (a cura di), ENI: un'autobiografia, Milano, Sperling &
Kupfer, 1994.
Dow Votaw, Il cane a sei zampe. Mattei e l'ENI: saggio sul potere, Milano, Feltrinelli, 1965.
RadioSpazio, mensile del Centro radioascolto spaziale Torre Bert dei fratelli Achille e Gian
Battista Judica Cordiglia, Torino, 1963.
www.lostcosmonauts.com
FUMATA BIANCA
1981: Se l'attentato a Giovanni Paolo II fosse riuscito Giuseppe Magnarapa
A Roma, in piazza San Pietro, il 13 maggio 1981, Giovanni Paolo II avanza a bordo della
giardinetta scoperta tra due ali di folla festante: improvvisamente, alle ore 17 e 21 risuonano tre colpi di
arma da fuoco e il papa si accascia sul sedile con un dito asportato dal proiettile e una grave ferita
all'addome. Mentre la stessa vettura di rappresentanza trasporta il pontefice al pronto soccorso del
policlinico Gemelli, l'attentatore, bloccato da una suora coraggiosa,  tratto in arresto. Si tratta di un
terrorista turco di nome Ali Agca, gi condannato a morte nel suo paese per l'assassinio di un
giornalista. Dopo diversi interventi chirurgici e una lunga degenza, Giovanni Paolo II viene dichiarato
fuori pericolo.
Nel luglio successivo, alla fine di un processo durato solo tre giorni, Agca viene condannato
all'ergastolo come unico responsabile dell'attentato: rifiuta di testimoniare e non interpone appello.
Trascorrer il primo anno di carcere in segregazione. Il suo avvocato d'ufficio rinuncia al
mandato.
Il 25 novembre 1982, la polizia arresta Sergei Ivanov Antonov, vicedirettore della Balkanair,
compagnia aerea bulgara, con l'accusa di aver preso direttamente parte al tentato assassinio di
Giovanni Paolo II.
Da questo clamoroso episodio prende il via la controversa pista bulgara ipotizzata negli atti
trasmessi alla Procura della Repubblica di Roma dal giudice istruttore Ilario Martella nel dicembre
1983.
Roma, maggio 1981
Il gruppo di persone in marcia si apr in due fronti davanti alla macchina della polizia
parcheggiata sul marciapiede, per poi riunirsi dietro di essa. L'agente sul sedile del passeggero
osservava i singoli volti che gli sfilavano incontro, facendo scattare lo sguardo dall'uno all'altro, come
per cogliere qualche dettaglio fisiognomico che fosse utile ricordare.
In realt, la sua attenzione era rivolta ai commenti pesanti che, in quel momento, il collega alla
guida stava facendo a proposito di una ragazza in minigonna le cui cosce trasparivano in mezzo ai
ricami di un lungo scialle gettato di traverso sulle spalle.
L'agente si mise a ridere.
Beh,  un modo come un altro per salvare capra e cavoli....
... oppure il diavolo e l'acqua santa ribatt il collega, tamburellando le dita sul volante,
comunque,  una bella seccatura... ci vorranno almeno quattro o cinque ore prima che questa storia
finisca.
L'altro torn a guardare fuori, appoggiando il gomito sul bordo del finestrino.
Di, non farla lunga... sempre meglio qui che in mezzo ai balordi di Tor Sapienza... guarda
quanta bella gente si  data appuntamento per l'occasione....
Sorrise al mezzo grugnito che aveva avuto in risposta e riprese a controllare i passanti: il suo
sguardo era talmente abituato al ritmo dei bulbi oculari oscillanti tra le persone in movimento, che
sorvol sulla faccia dell'unica ferma, in piedi accanto a un telefono pubblico.
L'uomo in completo grigio e coi capelli neri a spazzola si confondeva in mezzo a quella enorme
variet di persone, ma se l'agente non si fosse lasciato distrarre dalla minigonna vertiginosa, forse
avrebbe notato che, da qualche minuto, era lui stesso a essere tenuto d'occhio.
Va bene. Adesso proviamo ad avanzare un po'....
E, quindi, non avrebbe commesso l'errore di spostarsi in avanti, facendosi sfuggire un piccolo
ma significativo dettaglio: quando la macchina di servizio si fu allontanata di una decina di metri,
fendendo la folla, l'uomo coi capelli a spazzola, ormai certo di essere defilato dall'angolo di
osservazione, sollev la cornetta e digit un numero telefonico.
La ragazza sollev la testa a fatica, come se si fosse svegliata da un sonno irrequieto popolato di
brutti sogni. Cerc di parlare, ma le sue labbra erano imbrigliate da un ostacolo appiccicoso: quando
riusc a scollare le palpebre, gli stimoli provenienti dalle piastrelle che riflettevano la luce della
lampadina, si ingolfarono nei suoi apparati neurosensoriali evocando brani confusi di memoria recente.
Cos rivide se stessa camminare lungo il muro di cinta della scuola coi libri
sottobraccio prima che qualcuno l'afferrasse per le spalle, strattonandola verso il sedile
posteriore di una macchina con la tappezzeria nera.
Come in un trailer approssimativo, sent di nuovo voci autoritrie alternate a toni suadenti, e poi
la totale incapacit di compiere gesti autonomi prima di imboccare il tunnel nero da cui stava
riemergendo solo in quel preciso istante.
Bentornata tra noi... disse l'uomo cieco da un occhio, facendole scivolare la canna della
Beretta lungo la guancia.
L'altro, un ragazzotto tarchiato dai tratti mediorientali, si volt di scatto dal lato opposto della
stanza.
Ha ripreso conoscenza?.
Sembra di s... il primo carceriere sogghign, facendo brillare l'incisivo superiore d'oro.
Il ragazzo, che si chiamava Menahem ma di cui quasi nessuno conosceva la provenienza, si
avvicin ai due e, per prima cosa, scost la pistola dal viso di lei.
Oh, non preoccuparti, non te la sciupo mica!.
Sei un idiota, Assad, te lo avevo detto di non esagerare col valium...
se questa ragazza muore, siamo fottuti tutti quanti....
Beh, s l'uomo allarg le braccia, ma solo se muore prima che....
Sta' zitto, una buona volta!.
L'altro lo sovrastava dai suoi due metri d'altezza ed era molto pi robusto di lui: eppure gli
occhi nocciola del giovane sembravano inchiodarlo d'autorit alla pi assoluta obbedienza; Menahem
non lo perse di vista neppure per un istante, mentre Assad si scostava dalla sedia cui la prigioniera era
legata, come se il suo sguardo, da solo, potesse dirigerlo dove lui voleva.
Quando Assad fu in disparte, il giovane mediorientale torn ad occuparsi di lei.
Emanuela, mi senti? disse scuotendole il mento con delicatezza,
Non preoccuparti....
La ragazza mugol, cercando di mettere a fuoco la scena.
Per un po' ti sentirai ancora intontita, ma il peggio  passato....
Le tolse il bavaglio di nastro isolante, registrando appena il risolino sarcastico del complice
orbo.
Sotto il sudore e la piccola crosta di sangue, la pelle di lei doveva essere liscia e delicata:
Menahem ne ebbe un piccolo saggio, sfiorando la zona della fronte appena detersa con un fazzolettino
asciutto.
Ho... ho sete... mormor la ragazza.
Prese la borraccia di plastica che aveva a tracolla e l'avvicin alle labbra di lei.
Bevve come se stesse bevendo per la prima volta in vita sua e poi il suo sguardo apparve un po'
pi vivo. Era sempre lo sguardo di un animale in trappola, ma stavolta sembrava alla ricerca febbrile di
una possibile via di scampo.
Dove sono...? Dove sono i miei...? Oh, Dio!.
Tranquilla, Emanuela, non sei lontana da casa tua. Questo  un seminterrato: non abbiamo
trovato di meglio, purtroppo. Andr tutto bene... abbass gli occhi, io mi chiamo Menahem....
Lei lo osserv con curiosit attonita e il giovane si dette mentalmente dell'idiota. Come poteva
pensare che fosse interessata al nome del suo aguzzino?
L'attenzione della ragazza fu attratta all'improvviso da un movimento brusco di Assad.
Lui  con me si affrett a precisare, ma non devi aver paura.
Lo squillo aspro del telefono a muro li fece trasalire e Menahem ebbe l'impressione che solo in
quel momento lei si fosse svegliata del tutto.
Mentre si recava verso l'apparecchio, Assad lo trattenne per un braccio.
Non si sa mai... disse porgendogli un pezzo nuovo di nastro adesivo, prima di rispondere,
chiunque sia, dobbiamo imbavagliarla di nuovo.
Stava per commettere una leggerezza e Assad, il bestione orbo e semideficiente, proprio lui
aveva dovuto ricordarglielo: afferr il nastro con un gesto di stizza e lo fece aderire di nuovo alla bocca
di Emanuela, sforzandosi di ignorare il suo sguardo supplichevole.
Infine, rispose al telefono.
L'uomo in grigio coi capelli a spazzola fece un sorriso di assenso e riagganci. Il messaggio era
stato talmente breve da vanificare qualunque eventuale tentativo di intercettazione.
Adesso poteva avviarsi tranquillamente verso la piazza, mescolandosi alle migliaia di persone
che, da tutto il mondo, vi si stavano concentrando. Avrebbe ricordato a lungo quell'aria fresca e
trasparente: una caratteristica tipica dell'atmosfera primaverile romana.
Quando Menahem riagganci a sua volta, la diafana bellezza di Emanuela era gi diventata un
lontano ricordo: da quel momento in poi, nulla sarebbe stato pi concesso alle recriminazioni e, ancor
meno, a qualsiasi tipo di sentimento. La ragazza era merce di scambio: solo in quanto tale, avrebbe
dovuto essere custodita e curata fino a quando fossero giunte disposizioni in tal senso.
Poi ci avrebbe pensato Assad... o forse no: forse toccava a lui, lui lo avrebbe fatto senza che lei
soffrisse... Allah... Allah  grande! Perch non poteva invocare il suo dio con la stessa certezza di
misericordia dei cattolici? Serr i denti fino a farsi male. E invece no, maledizione: sarebbe andato tutto
bene; gliel'aveva promesso.
Oltrepass lo sguardo dimezzato del compagno per andare a sedersi di nuovo di fronte alla
prigioniera: ne allent i lacci ai polsi e alle caviglie, poi torn a osservare il guizzo delle sue labbra
attraverso il nastro isolante. Non aveva il coraggio di sentirla parlare ancora: era certo che il suono
della sua voce gli avrebbe impedito di portare a termine la missione.
Senza distogliere gli occhi da quelli di Emanuela, fece un gesto vago in direzione
dell'apparecchio telefonico.
Puoi chiamare via Pola... disse al compagno con voce piatta, e avvertire Antonov che tutto
procede secondo i piani: digli anche che restiamo in attesa di notizie dalla seconda colonna.
Il suono discreto della filodiffusione era stato l'unico antidoto al silenzio pi totale fino al
momento in cui sentirono bussare con discrezione alla porta.
Dei due uomini presenti nel piccolo soggiorno fu quello anziano ad alzarsi per andare ad aprire:
la sua folta capigliatura bianca oscill leggermente, mentre parlava sottovoce con il nuovo venuto.
Poi l'uomo si gir verso quello pi giovane che, sprofondato nella poltrona di pelle, sembrava
fissare un punto al di l della parete.
Sergei... disse, ci siamo....
Va bene... rispose l'altro con insofferenza.
Ricordi le istruzioni, no? Devi essere tenuto informato costantemente e personalmente!.
Sergei Antonov si aggiust il risvolto della giacca e attravers il soggiorno quasi di corsa per
poi uscire attraverso la porta tenuta aperta dal segretario.
La cornetta era appoggiata accanto all'apparecchio telefonico su un piccolo tavolo rotondo
intarsiato.
Lui la prese coprendo il microfono col palmo della mano.
Quando  stato fatto l'ultimo controllo? chiese dopo un attimo di esitazione.
Non pi di sei ore fa... rispose il segretario, e da allora nessuno  pi entrato in questa
stanza, neppure il signor ambasciatore.
L'apparecchio  assolutamente pulito.
Era quello che voleva sentire, ma in ogni caso, non poteva correre rischi: avrebbe parlato il
meno possibile. Soprattutto doveva ascoltare.
Sono io... disse camuffando inconsciamente la voce.
Il nostro uomo sta raggiungendo la postazione... le vibrazioni sonore giungevano forti e
chiare nell'auricolare, restiamo in attesa di conferma dalle colonne di appoggio.
Dall'altro capo del filo, Assad consult l'orologio da polso precedentemente sincronizzato,
...ora sono le 16 e 43 minuti. La prossima comunicazione  prevista per le 17 in punto.
Riattacc senza attendere risposta e lo stesso fece, in via Pola, il suo silenzioso interlocutore.
Man mano che si avvicinava al centro della piazza, gli spostamenti diventavano sempre pi
lenti e difficoltosi: adesso non c'erano solo persone che gli camminavano a fianco cercando di
guadagnare terreno, ma anche molti che arrivavano di lato tagliando la strada o che addirittura,
affluendo dal lato opposto del colonnato, gli si facevano incontro impedendogli di proseguire.
L'uomo in grigio procedeva con calma, cedendo il passo alle persone in difficolt e distribuendo
sorrisi di scuse a chiunque avesse spintonato inavvertitamente; ma, intanto, teneva la mano destra
affondata nella tasca della giacca e ben stretta intorno al calcio della Browning.
A un certo punto, fu preso da un attimo di panico: doveva passare
attraverso un folto gruppo di ragazzini vestiti da boy-scout mediamente non pi alti di un metro
e venti: col suo metro e ottanta di corporatura sormontata da una faccia smunta di orientale nervoso
correva il rischio di risaltare come una mosca galleggiante nel latte. Si ferm e fece l'atto di aiutarli a
restare insieme, avendone in cambio la sentita riconoscenza di un capo-scout sull'orlo del collasso
nervoso: poi il gruppetto fu riassorbito attraverso i varchi lasciati da alcune suore polacche che
avanzavano tenendosi per mano. Si scost di lato e cedette il passo anche a loro: finalmente si ritrovava
immerso in un mare di facce anonime e talmente diverse da permettergli di confondersi facilmente tra
le fisionomie di mezzo mondo.
Mentre continuava ad avanzare a passi brevi ma regolari verso il cordone di sicurezza che
delimitava il percorso, il suo viso appariva netto e ingrandito nell'oculare di un binocolo: a una
cinquantina di metri di distanza, l'uomo vestito da turista americano continuava a seguirne gli
spostamenti da un punto sopraelevato, accanto al furgone dell'Avis.
Quando il falso turista si fu accertato della sua posizione, abbass il binocolo e sganci dalla
cintura un palloncino nero che subito volteggi, innalzandosi nel cielo di Roma: migliaia di altri oggetti
leggeri galleggiavano in aria, compresi decine di palloncini gialli e, quindi nessuno fece caso all'unico
nero; nessuno, tranne l'uomo in attesa del segnale.
Dal lato opposto della piazza, il secondo uomo punt a sua volta il binocolo verso il percorso
previsto che appariva come uno stretto varco d'asfalto libero nella marea di folla e, dopo pochi istanti,
lo vide. Agca si trovava a non pi di cinque metri dal cordone protettivo: appariva un po' incerto in
mezzo alle persone che lo pressavano da ogni parte, ma anche abbastanza sorridente e incuriosito per
passare inosservato.
Mancavano due minuti alle 17. L'uomo fin con calma il suo panino e poi si avvicin al telefono
pubblico: digit il numero di un seminterrato del quartiere Monteverde e fece squillare due volte.
Poi riattacc e chiam di nuovo, usando il gettone, stavolta.
Sono qui... disse quando ebbe risposta, sono arrivato e sto per concludere: anche il
mediatore  sul posto... questione di pochi minuti ormai.
La sua voce gioviale si spense in un grugnito dopo aver interrotto la
comunicazione e sul viso dell'uomo torn ad aleggiare un'ombra tetra.
Palp il coltello a serramanico nella tasca interna della giacca e rimase in attesa.
Menahem era un po' pi tranquillo, adesso, ma la segreta attrazione per Emanuela rischiava di
diventare un problema serio. Dopo l'ultima comunicazione da piazza San Pietro poteva
ragionevolmente supporre che la faccenda stesse per concludersi. Lui voleva che la ragazza si salvasse
ma se ci fosse accaduto l'avrebbe perduta per sempre e non era certo di poter sopportare il ricordo di
lei: se invece le cose fossero andate storte, Emanuela sarebbe morta e, quindi, anche i suoi rimpianti
sarebbero finiti prima. In un certo senso, dando per scontato che tra loro non potesse accadere nulla di
piacevole, sarebbe stato un delitto passionale: l'unica eventualit capace di conciliare le sue frustrazioni
con le esigenze della causa. Dunque, l'avrebbe uccisa lui nel modo pi indolore possibile: e questo
avrebbe risolto ogni problema anche con quello psicopatico di Assad.
Dobbiamo contattare di nuovo Antonov? domand, abbandonando le sue assurde riflessioni.
Penso di no disse il compagno, sai come sono quelli dei piani alti... il compagno Sergei non
vuole seccature... direi di avvertirlo a cose fatte....
Va bene. Sembra che Agca sia in posizione... non resta che aspettare.
Menahem tacque e si mise a fissare una mattonella dell'impiantito abbastanza a lungo da poter
fingere di ignorare lo sguardo della ragazza che continuava a sondare l'ambiente soffermandosi
alternativamente sui suoi due carcerieri. Aveva smesso di piangere, ma ora un'angoscia pi sottile si
andava infiltrando nelle sue fibre: quella di sapere che la sua vita tranquilla di studentessa non sarebbe
mai pi stata la stessa.
 permesso...? l'uomo tarchiato con gli occhiali montati in oro sgusci tra lo stipite della
porta e il segretario che lo stava annunciando.
Sergei Antonov Ivanov... disse poi, con un sorriso panoramico,
che piacere vederti...  passato un sacco di tempo, eh...?.
Prima che potesse riprendersi dalla sorpresa, Antonov fu letteralmente stritolato dall'abbraccio e
dovette rispondere in qualche modo anche al bacio che l'altro gli stampava sulla bocca.
Vlad Kalinyn... voi qui...? rivolse un'occhiata allarmata all'amico dalla folta capigliatura
bianca, ma Boris prefer guardare altrove.
...io pensavo che... si, insomma, che ci saremmo tenuti solo in contatto.
In effetti, il piano originale era questo osserv Kalinyn sorridendo,
ma il KGB non vuole correre rischi. Sembra che i nostri nemici stiano mettendo a punto nuovi
sistemi di intercettazione e, quindi, abbiamo pensato che la comunicazione pi antica sia sempre la
migliore... esit e, per un attimo, il suo sorriso si ecliss completamente, parlare guardandosi negli
occhi, invece che attraverso uno stupido telefono.
Dopotutto, c' in gioco qualcosa di grosso, non credi?.
Si accese un sigaro avana e fece cenno al segretario di allontanarsi: Antonov, pur essendo lui
stesso un semplice ospite dell'ambasciata, percep il gesto come un atto di scortesia, ma fu costretto ad
abbozzare.
...perci, sono certo che capirai se aspettiamo insieme le comunicazioni di rito, io, tu e ...
socchiuse gli occhi in direzione di Boris.
Ti ricordi di Boris Zelkovich? chiese Antonov con una punta di timidezza,  stato per molti
anni consulente del Politburo e poi  diventato commissario politico....
Mi ricordo lo interruppe Kalinyn, presso l'ambasciata di Romania a Vienna e poi presso
quella di Bulgaria, qui a Roma... non si direbbe una carriera molto brillante....
Boris non cambi di una virgola la sua espressione indifferente, mentre Kalinyn tracannava un
bicchiere di cognac pieno fino all'orlo.
Oh, senza offesa... disse poi, passandosi il dorso della mano sulla bocca, non  facile restare
a lungo nel Politburo, facendo in pace il proprio lavoro. Se ricordo bene, lei si occupava di ortodossia
ideologica, una specie di Suslov degli anni Settanta....
Veramente ero consulente psicologico e sociologico per la propaganda rettific Boris acido,
ma ora mi limito al ruolo di paterno consigliere per i dipendenti dell'ambasciata... sono anche un
esperto astrologo aggiunse con un sorriso compiaciuto dopo un'esitazione studiata, se vuole,
posso....
Me lo sta facendo apposta, vero, Boris? Sa benissimo che non abbiamo bisogno dei suoi
stupidi oroscopi, ma non le dar la
soddisfazione di vedermi irritato. Il successo di questa operazione dipender dall'abilit di chi
l'ha organizzata, certo non dalla posizione delle stelle....
A proposito... azzard Antonov, le precedenti istruzioni sono tutte confermate?.
Naturalmente.
Anche quelle riguardanti la ragazza?.
Capisco le sue perplessit... sospir Kalinyn, ma sa benissimo che non abbiamo avuto
alternative. Devo ricordarle che il padre di Emanuela, funzionario del Vaticano,  venuto a sapere per
caso del progetto e che una stupida soffiata poteva mandare a monte tutto?
L'unico modo per tenerlo sotto scacco senza eliminarlo provocando un casino, era quello di
rapirgli la figlia e trattenerla fino a quando il piano non fosse andato a buon fine. Se, per le cose non
dovessero andare secondo le previsioni, beh, allora....
Scosse il capo e si vers un altro bicchiere di cognac. Boris Zelkovich lasci la stanza,
aggiustandosi i capelli bianchi, mentre lo sguardo perplesso di Antonov gli restava appiccicato addosso
finch l'amico non si richiuse la porta alle spalle.
La giardinetta scoperta si avvicinava sempre di pi: l'uomo di guardia aggiust il fuoco,
cercando di controllare un piccolo tremore alla mano destra. Poi, tiratore e obiettivo comparvero
entrambi nel campo visivo binoculare: questione di secondi, ormai. L'uomo si abbass leggermente,
tenendo puntate le lenti sul centro della piazza e appoggi i gomiti su una macchina parcheggiata per
bloccare l'immagine. Agca si volt e, per un attimo, gli trasmise la sensazione inquietante di poterlo
fissare negli occhi dal lato opposto del binocolo; il turco, in realt, aveva rivolto un ultimo sguardo
intorno a s nel gesto automatico di chi avrebbe voluto che anche gli altri facessero altrettanto per
distrarne l'attenzione da ci che stava per accadere.
La macchina fece l'ultima curva prima di avvicinarsi e lui estrasse lentamente la Browning dalla
tasca destra: ormai aveva superato il punto di non ritorno oltre il quale era il killer professionista a
pensare e agire. La pistola svett sopra la testa di un giovane che agitava freneticamente le braccia in
segno di saluto e rimase puntata contro la figura vestita di bianco, in piedi nel vano posteriore della
giardinetta.
Ancora una frazione di secondo necessaria a verificare che le traiettorie
non intercettassero braccia e mani innocenti, poi i colpi partirono: due, in rapida successione, e
infine un terzo.
Attraverso il binocolo, l'uomo vide la figura bianca scuotersi e poi piegarsi su se stessa, mentre
la macchina deviava leggermente, prima di fermarsi: la folla nelle vicinanze parve per un attimo
paralizzata, poi, nel punto in cui doveva trovarsi Agca, una serie di movimenti convulsi gli impedirono
di continuare a verificare la posizione dell'attentatore.
L'occhio esercitato del turco aveva gi capito di aver fatto centro, ma adesso il problema era un
altro e si presentava nelle vesti di una piccola suora tarchiata dai riflessi pronti che gli si era attaccata al
braccio come un mastino e che continuava a strillare a squarciagola, senza mollare la presa.
Agca rimase impassibile, mostrando le mani disarmate e cercando di spacciarsi per uno che
cadeva dalle nuvole. A distanza di un centinaio di metri, l'uomo col binocolo, nonostante il frenetico
sondaggio della scena, non riusc a capire cosa stesse accadendo e, mentre la macchina ripartiva a
tavoletta preceduta da agenti in borghese che sgombravano il percorso, riusc solo a intravedere un
tramestio confuso dominato da una svolazzante tonaca bianca, proprio nel punto in cui avrebbe dovuto
trovarsi l'attentatore.
Alle 17 e 25, il telefono squill di nuovo nel seminterrato del quartiere Monteverde.
S... stavolta fu Menahem a rispondere.
 fatta. Il pacco  a destinazione.
Il contenuto... obiett Menahem con le labbra aride,  stato verificato?.
Non ancora, ma penso che lo sapremo presto. Un'altra cosa: temo che il resto dell'operazione
sia compromesso....
Che intendi dire?.
 successo qualcosa... non so se riusciremo a finire il lavoro.
Parla chiaramente, maledizione ringhi Menahem, questa linea  pulita e a via Pola
vogliono risposte precise.
Beh, ho la sensazione che qualcosa sia andato storto...  come se il nostro uomo sia stato
ostacolato da qualcuno. Dubito che riesca ad allontanarsi senza dare nell'occhio....
Adesso aveva l'impressione che le labbra gli fossero diventate strisce di carta vetrata.
Va bene... disse alla fine Menahem, rintraccia la colonna numero uno e spostatevi entrambi
verso un altro telefono pubblico: poi richiami e mi dai il numero della nuova postazione, d'accordo?.
Riagganci con un gesto convulso, poi si mise a riflettere: doveva restare calmo: era previsto
che ci sarebbe voluto un po' di tempo per avere conferma, ma intanto si presentavano le prime
complicazioni.
Non poteva decidere autonomamente: lanci un'occhiata di sfuggita ad Assad che stava
scambiando qualche parola con la ragazza: poi riprese la cornetta e fece il numero dell'ambasciata
bulgara.
Antonov ascolt con attenzione sotto lo sguardo corrucciato di Kalinyn, poi riabbass la
forcella con la mano, prima di appoggiarvi la cornetta; era solo un tentativo puerile di guadagnare
tempo.
E allora? gli occhi dell'uomo del KGB erano due fessure ardenti.
... successo solo che... non siamo certi che Agca possa disimpegnarsi....
A quel bastardo penseremo dopo... disse Kalinyn avvicinandosi a lui come se volesse
aggredirlo, voglio sapere del Papa...  morto il Papa? Giovanni Paolo II  morto?.
Antonov deglut due volte prima di riuscire a rispondere.
Non... non si sa ancora.
Non si sa... non si sa mai niente in questo maledetto paese! si gir di scatto scaraventando a
terra il bicchiere ancora pieno a met di cognac.
Zelkovich scambi una rapida occhiata con Antonov; poi non trov di meglio da fare che
raccogliere i cocci pi grandi, mentre l'uomo del KGB percorreva il soggiorno avanti e indietro come
una belva in gabbia.
Spero proprio... disse poi con furia trattenuta, che nessuno abbia tradito che nessuno ci abbia
fatto sprecare un'occasione tanto preziosa...
perch altrimenti....
La televisione... disse Zelkovich di punto in bianco.
Come?.
Ci saranno sicuramente edizioni straordinarie osserv il russo con
un'alzata di spalle, se il Papa  morto, saranno loro a dircelo.
Idiota! Non capisci che abbiamo bisogno di informazioni di prima mano? Il nostro tempo 
prezioso e dobbiamo fare un sacco di cose, prima che l'operazione possa dirsi conclusa... Sergei!.
Antonov sobbalz sulla poltrona come se fosse stato svegliato di soprassalto.
SI?.
Nel piano era prevista la presenza di un osservatore al pronto soccorso pi vicino, se non
sbaglio....
Certo... quello del policlinico Gemelli.
Anche lui con un telefono pubblico a portata di mano.
Naturalmente.
Kalinyn emise un rauco sospiro di sollievo.
Bene. Chiamalo al numero previsto, allora!.
Veramente... eravamo d'accordo che sarebbe stato lui ad avvertirci.
Il russo lo guard dal basso, come un cobra in procinto di attaccare.
Chiamalo, ho detto.
Ci penso io... fece Zelkovich, agitando un appunto di carta; poi lasci il soggiorno e
raggiunse il disimpegno dove si trovava il telefono. Fece il numero, ma lo trov occupato e ne
approfitt per vedere l'ora: erano le 17 e 52. Prov di nuovo, con lo stesso risultato.
Come poteva dirlo a Kalinyn? Come fargli capire che anche un telefono pubblico pu essere
occupato, se in quel momento lo sta usando un tizio qualunque che non pu essere cacciato via senza
destare sospetti?
Dopo meno di dieci secondi da quando aveva riagganciato, il telefono squill.
Postazione del Gemelli... disse la voce alterata dall'impazienza,
mi dite come faccio a tenervi al corrente se fate conversazione al telefono?.
Zelkovich trattenne una risatina inopportuna: avevano deciso di chiamarsi nello stesso istante.
Lascia perdere e sputa il rospo.
 arrivato pochi minuti fa: sembra che sia gravemente ferito all'addome.
...ma non  morto!.
Beh, no....
Hai gi comunicato la cosa a Menahem?Non ancora. Gli ordini erano...Bene. Ora aspetta
i nostri ordini, mi sono spiegato?.
Quando Zelkovich torn nel soggiorno, la tensione era palpabile come una spugna.
 arrivato al pronto soccorso del Gemelli poco fa disse sottovoce.
Sono ansioso di sapere se se la caver disse Kalinyn digrignando i denti, come te, del resto,
Zelkovich... o sbaglio?.
Non si trattava solo della vita della ragazza, ma della sua e, forse, anche di quella di Antonov;
lui non conosceva nessuno che fosse riuscito a mentire al KGB e poi a morire di morte naturale:
certamente nessuno che fosse in grado di nascondere la verit a Kalinyn per pi di qualche ora, il
tempo necessario al primo telegiornale di sputtanarlo miseramente. In ogni caso, non avrebbe avuto
scampo.
Il papa  ferito gravemente... disse tutto d'un fiato, ma non  morto.
Assad era fuori di s dall'impazienza.
Avevano detto che l'intera operazione si sarebbe conclusa entro le 18 disse sciabolando in
giro l'unico occhio vedente, e sono gi le 18 e 5... noi abbiamo bisogno di tempo per....
Faremo in tempo, sta' tranquillo Menahem porse le mani avanti, come per trattenere il
compagno da gesti inconsulti, mentre avvertiva lo sguardo terrorizzato della ragazza sulla schiena.
A questo punto Emanuela doveva aver capito di essere incappata in un gioco molto pi grande
di lei; anche se neppure lei poteva immaginare di quanto pi grande.
Menahem la vide dimenarsi con scarsa convinzione: ma preferiva vederla bloccata l, piuttosto
che, come l'istinto gli suggeriva, allentare i legacci e correre il rischio che si liberasse, costringendolo a
giocare a rimpiattino con lei nello spazio angusto del seminterrato.
Guard ancora l'orologio: Assad aveva ragione. Erano oltre il time-out e gli ultimi secondi
disponibili non erano certo sufficienti a fare i conti con la propria coscienza.
Nell'istante preciso in cui si rese conto di essersi allontanato
dall'apparecchio telefonico, questo squill all'improvviso, come un'inopportuna campana a
morto.
Assad, che invece si trovava a un passo di distanza, allung il braccio meccanicamente e
rispose.
La pupilla dell'occhio sano gli si dilat a dismisura.
...karashol disse in un sibilo: Menahem non immaginava che sapesse il russo.
Hanno detto di ucciderla. L'ordine viene direttamente da Kalinyn
aggiunse riagganciando.
Un... un momento... obiett Menahem, scuotendo la testa, sei certo di aver capito? Tu... tu
non conosci bene la loro lingua!.
...smert... vuol dire "morte"...  facile il russo mormor Assad facendo scorrere il carrello
della pistola automatica, il papa  ancora vivo: la vita della ragazza al posto della sua....
Lo spinse di lato facendolo sbilanciare e avanz a passi minacciosi verso la prigioniera.
L'uomo di guardia accanto al pronto soccorso del Gemelli spense l'ennesima sigaretta e si avvi
verso il bar. Dopo il trambusto dei primi minuti, l'andirivieni nella hall del complesso ospedaliero, pur
restando intenso, appariva pi regolare. La maggior parte delle persone in camice bianco o in tuta verde
camminava con passo cadenzato, spesso scambiandosi al volo commenti o istruzioni, ma tutti davano
l'impressione di essere diretti in un posto preciso e di sapere esattamente cosa dovessero fare. Il grande
orologio a muro segnava le 18 e 17.
Pochi secondi prima che la lancetta completasse la rotazione del diciottesimo minuto, qualcosa
cambi all'improvviso: come in una gigantesca risacca, almeno una decina di infermieri e medici
entrarono nelle sale d'aspetto del pronto soccorso. Si stavano dicendo qualcosa, ma lui non poteva
capirli: vedeva solo le loro facce sconvolte e, in molti di loro, vibranti di un'eccitazione segreta. Poi
arriv la gigantesca onda di ritorno. Centinaia di persone, in borghese stavolta, comparvero
all'improvviso, pressoch contemporaneamente, vomitate da tutte le porte a vetri disponibili, anche da
quelle di cui non supponeva l'esistenza. In preda a un impeto irrefrenabile lo travolsero, facendogli
rovesciare addosso la tazza di caff, per precipitarsi verso il punto da
cui lui era venuto.
Il grido che emergeva dal coro generale lo raggiunse prima che lui potesse intuire la causa pi
ovvia di quel finimondo.
Il papa  morto!E anche prima che potesse rendersi conto che la sua postazione telefonica,
presa d'assalto da una decina di giornalisti, era diventata impraticabile.
Si guard intorno, sbigottito: quando riusc a mettersi in piedi schivando calci e ginocchiate,
erano gi le 18 e 23: tutto fuori tempo massimo, ormai; ma c'era ancora una cosa da fare. Se, in
mancanza di notizie precise, avessero ucciso la ragazza, qualunque idiota sarebbe stato capace di
collegare le cose e tutti i compagni che avevano preso parte all'operazione, sarebbero stati perseguitati
per il resto della loro vita: perci era impensabile rimanere inerti, aspettando istruzioni che mai
sarebbero giunte sulle linee telefoniche intasate.
Si appiatt contro la parete aspettando che l'orda umana passasse, poi si avvi controcorrente in
direzione di un cartello che segnalava gli uffici amministrativi; tent la prima porta, ma era chiusa a
chiave; la terza porta era aperta: al centro della stanza vide un'impiegata di spalle che parlava
concitatamente al telefono.
Questa  una linea esterna? chiese strappandole la cornetta di mano.
Ehi... ma che vuole? I giornalisti non possono entrare qui dentro...
se non se ne va immediat....Io non sono un giornalista... disse l'uomo, tirandola via per i
capelli. La cornetta gli scivol di mano e dovette riprenderla al volo: infine riusc a digitare il numero
del seminterrato di Monteverde.
Non possiamo aspettare! grid Assad esasperato. Ti rendi conto di quello che significa? Hai
mai avuto a che fare con loro?.
Senti...  solo una studentessa... lei non c'entra niente con questa storia, non possiamo
ucciderla a sangue freddo....
Levati di mezzo, Menahem... o dovr uccidere anche te: se il piano  fallito, sar molto pi
facile per me giustificare la morte di voi due che la sopravvivenza della ragazza!.
Il ragionamento non faceva una grinza: e la pistola di Assad puntata contro il suo viso era
ferma, come se fosse impugnata da una statua.
Non dobbiamo recriminare... continu l'orbo, afferrando il filo che
collegava la presa con l'apparecchio, nessuno di noi due, credimi...
questo  l'unico sistema sicuro!.
Il primo squillo del telefono mor sotto lo strappo netto che interrompeva la comunicazione:
Assad divenne di un pallore cereo.
...maledetto idiota! ringhi il compagno afferrandogli la mano armata e deviandola
bruscamente, sei contento, stronzo che non sei altro... adesso non sappiamo nemmeno cos'
successo!.
Il pugno raggiunse l'orbo in pieno viso, ma Assad riusc a trascinarsi dietro il compagno, prima
di piegare le ginocchia sotto l'impeto del diretto. Lottarono per qualche minuto, mentre la ragazza
scuoteva la testa nel tentativo disperato di liberarsi del bavaglio. Menahem stava cercando di parare una
gomitata, quando si accorse che qualcosa cambiava nell'atmosfera rarefatta del seminterrato. Era come
se un tramestio confuso si stesse avvicinando, qualcosa di simile alle avvisaglie di una tromba d'aria
ancora lontana.
Maledizione a te... ringhi Assad, che Allah ti....
Un momento... sta' zitto... lo senti anche tu?.
Cosa? Mi hai rotto il naso, bastardo!.
Zitto ti ho detto!.
L'onda lunga partita a molti chilometri di distanza da una sala di pronto soccorso stava
arrivando anche al quartiere Monteverde: attraverso la finestrella del locale seminterrato attiguo, lo
scalpiccio dei passanti diventava sempre pi nervoso e affrettato: qualcuno gridava cose
incomprensibili. Nel giro di pochi minuti almeno due tamponamenti risuonarono nella strada
sovrastante e, da lontano, sembrava stesse avanzando una schiera di ambulanze a sirene spiegate.
Che significa, secondo te? domand Assad, improvvisamente calmo.
Non lo so, ma forse non abbiamo bisogno di ordini per sapere cosa dobbiamo fare....
Credi che...?.
Non c' che un modo di saperlo. Devo controllare....
Sei pazzo obiett Assad allarmato, non dobbiamo uscire di qui per nessun motivo, prima
che....
Tu rimani qui a sorvegliare la ragazza Menahem si guard attorno,
mentre il rombo intorno a loro aumentava come quello di un treno in arrivo, non credo che
nessuno far caso a me, in questo momento....
Senza commenti ulteriori, Menahem fece scattare il lucchetto della porta e si trov davanti alla
rampa di scale che conduceva verso il pianerottolo: super il lavatoio e, attraverso una porta
secondaria, usc all'aria aperta nel grande cortile interno. Radio e televisioni sembravano accese tutte
insieme e non ebbe bisogno neppure di oltrepassare la portineria per capire cos'era successo. Un
capannello di gente, curvo sull'unica radiolina portatile, stava assorbendo con curiosit mista a terrore
superstizioso la pi clamorosa notizia del secolo.
...oggi, 13 maggio 1981, alle ore 18 e 18, il santo padre Giovanni Paolo II,  deceduto al
pronto soccorso del policlinico Gemelli in seguito alle ferite riportate in un attentato subito un'ora
prima in piazza San Pietro. Lo sparatore, un fanatico esaltato, probabilmente straniero,  stato bloccato
dalle forze dell'ordine....
Mosca, giugno 1981
Il viaggio era stato abbastanza confortevole, a parte il pasticcio del passaporto allo scalo di
Francoforte, ma adesso arrivava la parte pi difficile. Doveva rivedere Kalinyn e non era tanto la
segreta crudelt di quel padre di famiglia a metterlo in imbarazzo, quanto la prospettiva di subirne
ancora l'abbraccio da pitone e il fiato pesante sulla bocca.
Si trattava, in realt, di un puro atto di cortesia effettuato in occasione del rinnovo delle sue
credenziali di consulente d'ambasciata presso l'ufficio politico del Cremlino: una formalit superflua,
data la copertura di cui fruiva come vicedirettore della Balkanair, ma puntualmente pretesa dalla
ossessiva scrupolosit di Andropov.
Pos la pesante borsa di pelle, accavallando le gambe sulla poltrona: a pensarci bene, l'incontro
con Kalinyn gli era sembrato inevitabile fin dal primo momento, fin da quando, cio, si era reso conto
che il suo destino futuro, dopo i fatti di piazza San Pietro, sarebbe rimasto legato per sempre a quello
del vecchio lupo del KGB.
La pesante porta dello studio si apr lentamente e l'usciere si fece da parte restando sull'attenti.
Vlad Kalinyn si alz andandogli incontro sulla moquette che rendeva i suoi passi silenziosi
come quelli di un gatto.
Mio caro Sergei... disse stringendogli semplicemente la mano, mi
fa molto piacere rivederla, si accomodi, prego.
Dal lato opposto della scrivania, l'uomo si sedette, squadrandolo al centro di una linea ideale
che univa due piccoli obelischi di bronzo.
Allora, come vanno le cose in Italia?.
Per noi, molto bene... rispose Antonov con una punta d'amarezza,
come se avessimo gettato una volpe affamata in mezzo a una nidiata di pulcini....
Kalinyn si concesse un sorrisetto sarcastico.
Il lavoro vero, quello costante e sotterraneo, comincia soltanto adesso... abbiamo rimosso il
macigno, ma dobbiamo lastricare la strada.
Antonov fece scattare la serratura della borsa.
Mi ha portato il materiale che le avevo chiesto?.
Ecco....
Il blocco di giornali fu appoggiato sulla scrivania e Kalinyn sollev un sopracciglio in segno di
compiacimento.
"La Repubblica" del 14 maggio, a caratteri cubitali di mezza pagina:
"Il papa  morto" e, sotto... Antonov indic il trafiletto, per mano di un misterioso
attentatore....
Poi, prese un altro quotidiano.
Guardi questo... molto pi teatrale, L'"Osservatore romano"....
Kalinyn lesse l'intestazione.
"Supremo martirio"... molto suggestivo: il clero italiano non sa proprio rinunciare alla
idealizzazione dei suoi simboli materiali... ma anche i laici italiani non sono da meno riguardo a
questo, ripieg il giornale e lo restitu ad Antonov.
Amico mio, ci che conta  che questo ex operaio polacco abbia smesso di intossicare le
coscienze; ne abbiamo abbastanza di operai polacchi esaltati, non crede? Adesso anche Lech Walesa e
la sua Solidarnosc dovranno fare i conti con la realt. Senza l'appoggio di un'autorit spirituale
influente, le masse dovranno tornare agli obiettivi veri, quelli della rivoluzione bolscevica, che non
hanno niente a che fare con le scemenze religiose....
...e, tuttavia, il popolo russo  molto religioso azzard Antonov,
non temete che ci possano essere ondate di proteste o disordini di
piazza?.
Kalinyn si stropicci le mani con evidente soddisfazione.
Ha letto bene i giornali italiani, Sergei? Nel cuore della cristianit l'episodio pi eversivo che
si  verificato  la veglia di preghiera di cinquantamila persone davanti alla basilica di San Pietro. Il
mondo cattolico  in lutto e noi, ufficialmente, vi prendiamo parte insieme al nostro patriarca
ortodosso, ma sotto sotto, caro Sergei... si sporse dalla scrivania con aria complice, loro sono molto
ispirati da questa tragedia... ha visto cosa dice il loro foglio ufficiale? Per loro, la morte del papa non 
che la conferma della vocazione al martirio di Cristo...
allarg le mani con gesto teatrale, cosa vuole di pi? Per il comunismo, invece, Giovanni
Paolo era una vera spina nel fianco.
Fortunatamente il papato non  un'istituzione dinastica! Quante probabilit ci sono che il nuovo
pontefice sia la fotocopia del precedente con la stessa fissazione per la libert religiosa dei fratelli
russi?.
Antonov fece un breve cenno di diniego.
...e poi... continu Kalinyn, rovistando fra i giornali italiani, ecco, guardi qui, "Il
Messaggero" del 18 maggio, "...profondo sospiro di sollievo per il ritorno a casa della ragazza romana
rapita; Emanuela frastornata, ma in buone condizioni di salute..." vede? Loro si accontentano di poco:
casa, famiglia e simboli religiosi su cui piangere.
Per di pi, non potranno collegare in alcun modo il sequestro con l'attentato di piazza San
Pietro.
Ne  sicuro?.
Ragionevolmente disse Kalinyn con un sorriso, come lei sapr, i due carcerieri sono stati
eliminati dopo aver liberato la ragazza... e i loro corpi sono stati fatti sparire.
Antonov ebbe un breve sussulto: lui, questo non lo sapeva.
Non... non sarebbe stato pi semplice fare in modo che la ragazza non li vedesse in volto?.
Questo  un mito della fiction, caro Sergei. Gli addestratori del KGB sanno benissimo che ci
sono mille sistemi per riconoscere una persona vista solo attraverso un passamontagna; inoltre, loro
sono del parere che, col viso scoperto, i sequestratori siano in grado di stabilire pi facilmente un
rapporto con l'ostaggio e questo facilita l'intera
operazione.
Che ne  stato delle altre colonne d'appoggio?.
So che lei  un umanitario, Sergei; stia tranquillo: i due uomini di piazza San Pietro incaricati
di eliminare Agca dopo la sparatoria sono stati rimpatriati prima che venissero bloccate le frontiere:
cos pure il palestinese di guardia al policlinico. Contento?.
Agca, per,  ancora vivo....
Il turco  un fanatico molto intelligente. Non poteva supporre che la sua eliminazione fosse in
programma, ma sapeva benissimo come comportarsi nel caso fosse stato catturato. Immagino che al
suo ritorno a Roma, ne legger le dichiarazioni a fiumi sulla stampa.
Antonov stava diventando irrequieto sulla sua poltroncina di velluto: non vedeva l'ora di uscire
da quell'uffcio, ma, nello stesso tempo, sentiva di dover reprimere la propria impazienza: fu lo stesso
Kalinyn a toglierlo d'imbarazzo.
Sono certo che lei  atteso a Roma... disse lanciando un'occhiata all'orologio dorato sulla
scrivania, e anch'io sono molto occupato.
Buon viaggio Sergei... aggiunse porgendogli la mano.
Stavolta la stretta fu rapida e Antonov non pot trattenere un moto di riconoscenza per essergli
stato nuovamente risparmiato l'abbraccio rituale.
Arrivederci....
Si era avviato verso la porta, quando la voce di Kalinyn lo trattenne.
Si gir verso l'uomo del KGB.
Mi saluti l'amico Zelkovich e... a proposito, gli dica che nella mia collezione clandestina di
libri religiosi ne ho trovato uno che parlava delle profezie di Malachia, un monaco irlandese: ne ha mai
sentito parlare?.
Antonov aggrott la fronte, facendo finta di riflettere.
Boris si interessa di queste cose... gli far piacere saperlo: Malachia, nel decimo secolo dopo
Cristo, aveva previsto che alla morte di papa Wojtila sarebbe seguito un periodo di pace e prosperit
per tutto il mondo. Gli dica di controllare sui suoi testi. Non  di buon augurio per il prossimo trionfo
del razionalismo sovietico?.
Kalinyn si era avvicinato e, per un attimo, Antonov trem all'idea che
volesse sottolineare il suo rinnovato entusiasmo con un ultimo bacio d'addio.
Dasvedania, tovarisch! invece si limit a sollevare il pugno chiuso in una rigida postura
militaresca.
Il funzionario della Balkanair lasci l'ufficio, il Cremlino e la piazza Rossa: ma la sensazione di
vergognosa tristezza cominci a dileguarsi solo quando mise piede sull'aereo della Lufthansa con
destinazione Monaco, prima del balzo finale verso Fiumicino.
Roma, giugno 1981
Apr la porta cautamente per dare un'occhiata. Lei dormiva ancora, rannicchiata sul letto in
posizione fetale: sulla parete destra campeggiava il manifesto col primo piano di Emanuela: una copia
recuperata tra quelle che avevano tappezzato i muri di Roma per intere settimane.
Tutti, in famiglia, speravano che il rituale simbolico di conservare una simile testimonianza per
regalarla alla ragazza rediviva, ne avrebbe facilitato la ripresa: e, invece, a pi di venti giorni dalla sua
liberazione, passati gli entusiasmi iniziali, Emanuela non era ancora riuscita a emergere dal torpore
psichico sopraggiunto dopo che la lunga prigionia aveva esaurito le sue scorte di istinto alla
sopravvivenza.
Anche l'interesse della stampa per la sua vicenda si era diluito fino a scomparire nel caos
provocato dalla morte violenta del pontefice: il padre richiuse la porta, pensando con tristezza alla
curiosit generale, sempre orientata verso la morte e pressoch indifferente al salvataggio di una vita.
Si lasci cadere in poltrona, sopraffatto da una fitta improvvisa al centro della fronte: lui non
poteva permettersi certe considerazioni, per un semplice motivo: sapeva com'erano andate le cose e
sapeva di essere stato costretto a una scelta che, se pur inevitabile per un padre, spalancava scenari
tenebrosi di cui nessuno, al momento, intravedeva una possibile soluzione. Forse il prezzo richiesto era
stato troppo alto, un prezzo da strozzini; di l a qualche anno, magari, Emanuela sarebbe morta in uno
stupido incidente stradale o stroncata dalla leucemia. E in tal caso, l'unica alternativa, per lui, sarebbe
stata di sparire dalla faccia della terra, con la ragionevole certezza che neppure l'inferno gli avrebbe
concesso ospitalit.
Entro pochi giorni, con la livrea da cerimonia sormontata dalla sua
faccia di traditore, si sarebbe presentato al nuovo papa genuflettendosi e intonando insieme a lui
i canti religiosi in suffragio del predecessore scomparso. Non poteva pensarci; non poteva neppure
immaginare dove avrebbe raccolto il coraggio necessario.
Sospir a lungo: forse era meglio cercare di concentrarsi sul ricordo degli eventi che avevano
condotto alla tragedia: le parole colte al volo per caso in uno dei corridoi vaticani; la consapevolezza
terribile che qualcuno si fosse reso conto che lui sapeva; le iniziali cautele dubbiose e, infine, lo
spalancarsi della voragine sotto la sua famiglia, il rapimento di Emanuela, le febbrili telefonate di
trattativa. Cercare di rievocare quegli stati d'animo era l'unico modo per sfuggire allo straziante senso
di colpa di chi, dopo aver giurato fedelt al papa, aveva taciuto sul complotto ai suoi danni,
barattandone la vita con quella dell'unica figlia.
Qualcosa si mosse, in fondo alla stanza: lui sollev lo sguardo e vide la porta aperta che
inquadrava la figura di Emanuela, imbacuccata nella sua vestaglia color panna.
Pap... balbett lei, che ore sono?.
Manu... vieni qui... batt una mano sul ginocchio, siediti qui, ti prego... come facevi da
bambina....
La ragazza si adagi su di lui, circondandogli le spalle con un braccio: il padre la strinse forte e,
come in un lampo, rivide i momenti cruciali in cui aveva creduto che fosse perduta per sempre.
Gli spari secchi nella piazza e, subito dopo, la colluttazione con suor Letizia. Subito dopo o
subito prima: sul momento non avrebbe saputo dirlo, ma ricordava bene l'angoscia bruciante che lo
aveva trafitto al pensiero che i servizi segreti francesi (certo non da lui informati!) fossero riusciti a
reclutare, all'ultimo momento, qualcuno in grado di fermare la mano dell'assassino o, almeno, di
deviarne il colpo.
Il fatto che il papa non fosse morto subito faceva propendere per questa seconda ipotesi, dato
che un killer professionista come Agca avrebbe sicuramente mirato al cuore o alla testa; ma poi, uno
strano miscuglio di misericordia e perfidia aveva fatto s che la ferita, di per s non grave, si fosse
rivelata fatale a breve scadenza per la perforazione dell'aorta addominale da parte del proiettile.
E poi tutto era finito; nella consumazione estrema del patto scellerato in forza del quale la sua
Emanuela, deperita e affranta, poteva assopirsi,
proprio in quel momento, tra le braccia del suo ambiguo salvatore.
La chioma bianca di Zelkovich fu la prima cosa che not, entrando nello studio. Boris spense il
televisore, interrompendo l'ennesimo notiziario e fece ruotare la poltrona verso di lui.
Sergei, hai una faccia stanca da far paura: mettiti a sedere. Un cognac?.
Antonov appoggi il bagaglio che recava ancora l'etichetta autoadesiva con la scritta Final
destination F.co Rome che non sfugg allo sguardo ironico di Boris.
Finalmente a casa, eh? aggiunse, aiutandolo a sfilarsi il cappotto,
...lo sai, Sergei? Non avrei scommesso sul fatto che ti avrebbero lasciato tornare indietro.
Neanch'io; ma suppongo che la partenza improvvisa di un funzionario bulgaro accreditato non
sarebbe passata inosservata alle antenne delle autorit italiane. Cos, invece, si  trattato del solito
viaggio di routine... allora, questo cognac?.
Prese il bicchiere che Boris gli porgeva e lo svuot per met.
Il grosso della storia lo conosco... disse poi, mi sono perso qualcos'altro d'interessante, nel
frattempo?.
Zelkovich si diresse verso la scansia a fianco del televisore: poi si gir di nuovo, tenendo
qualcosa in mano.
Tante cose te le puoi immaginare, ma questa... disse, soppesando una videocassetta, questa 
abbastanza interessante. Vuoi vederla ora?.
Ho tutta la vita per riposarmi. Allora, di che si tratta?.
Boris infil la cassetta nel videoregistratore e premette il pulsante
play.
Un colpaccio in grande stile: il giornalista di una televisione privata  riuscito a registrare
alcuni brani delle farneticazioni di Agca subito dopo il suo arresto. La magistratura ha fatto sequestrare
il nastro, ma non prima che la piccola tv corsara riuscisse a metterlo in onda. Un amico dell'ambasciata
russa lo ha registrato per puro caso e me lo ha fatto avere. Sta a sentire....
Le immagini erano mosse e confuse, come se fossero state girate con una telecamera amatoriale
tenuta in alto per inquadrare sommariamente
un gruppo di persone: si vedevano soprattutto teste, almeno una quindicina, alcune celate dal
berretto d'ordinanza, altre scoperte, coi capelli arruffati o calve e lucide di sudore. In mezzo, ne
spiccava una allungata, vista da dietro, irta di capelli neri, tagliati a spazzola. Un pessimo video,
dunque, ma con un audio molto istruttivo.
...sentite... sentite tutti! la voce del turco, con la tipica inflessione straniera, sovrastava
nettamente rumori ed esclamazioni di fondo,
...fatto quello che dovevo... perch era dovere mio salvare voi...
mondo intero, s... dovevo... terzo segreto di Fatima... il papa voleva che tutti sapesse... e io
dovevo impedire... se no... altrimenti, era fine...
fine per tutti... credetemi... io....
La testa nera fu riassorbita dalle altre e spar all'interno della berlina nera circondata da una
folla brulicante come una colonia di formiche attorno alla carcassa di uno scarafaggio.
Boris premette il pulsante off e l'immagine spar.
E allora? Che te ne pare?.
Direi abbastanza prevedibile... osserv Antonov stirandosi sulla poltrona, ecco cosa
intendeva Kalinyn... certo, la teoria del fanatico, del pazzo isolato "libera-tutti". Ma Agca riuscir a
recitare abbastanza a lungo il ruolo del folle?.
Suppongo di s, se l'alternativa  quella di essere suicidato in una cella del G13 a Rebibbia....
Antonov si pass una mano sul mento con aria pensosa.
L'ha pensata bene, per... disse poi a bassa voce, il terzo segreto di Fatima... molto credibile
come elemento capace di esaltare una mente bacata... non ha qualcosa a che fare con delle profezie?.
Mi sembra di s... fece Boris, arricciando le labbra, voglio controllare. Domani sapr dirti di
pi....
Prenditela comoda... osserv Antonov alzandosi, mi  venuto sonno tutto insieme e me ne
vado a dormire; penso che ci rester a lungo. Tutta questa storia mi ha letteralmente distrutto.
Riprese il suo bagaglio e stava per avviarsi verso il suo appartamento privato, quando un
pensiero lo trattenne.
A proposito... aggiunse con un gesto vago, a proposito di profezie... Kalinyn mi ha detto di
ricordarti che un tizio chiamato...
Malachia? s... proprio lui, qualche secolo fa avrebbe previsto che dopo
la morte di questo papa, ci sarebbe stato un periodo di prosperit...
esib un'espressione di dubbioso sconcerto, bah, spero proprio che sia cos, soprattutto per
me... ciao Boris, buonanotte....
Zelkovich ripose la cassetta nella scansia e accese di nuovo il televisore; ma stavolta, mentre il
notiziario riferiva delle frenetiche indagini in corso e della prossima convocazione del conclave, il suo
pensiero aleggiava su argomenti completamente diversi.
Antonov rientr dal cocktail al Quirinale con aria visibilmente soddisfatta, come se le angustie
degli ultimi giorni fossero state dimenticate.
Gente seria ed elegante... comment slacciandosi la giacca dello smoking, strano,  come se
noi funzionari d'oltrecortina fossimo ancora pi coccolati di quelli occidentali....
Mi fa piacere che ti sia divertito disse Zelkovich di malumore.
Qualcosa non va?.
Hai saputo la notizia?.
Non dirmi che l'hanno eletto... disse Antonov avvicinandosi al televisore.
Aspetta... replic l'altro fermandolo, ogni cosa a suo tempo.
Ricordi cosa mi hai detto dieci giorni fa al tuo ritorno dalla Russia?.
Mim uno sforzo di memoria, ma senza alcun desiderio di ricordare.
Forse eri troppo stanco ... lo giustific Boris, la storia di Malachia e delle sue profezie....
Ah, certo... il viso di Antonov si illumin, hai trovato qualcosa?.
Malachia era un monaco irlandese dotato di chiaroveggenza a quanto si dice: avrebbe previsto
i pontefici saliti al soglio di Pietro nei secoli successivi, dedicando a ciascuno di essi un motto latino
che ne riassumeva le caratteristiche....
Interessante... ci riguarda, in qualche modo?.
Kalinyn aveva ragione... prosegu Boris, in effetti, il successore di papa Wojtila  indicato
col motto "Gloria olivae' o "Laus olivae'': l'ulivo  il simbolo della prosperit e della pace....
Dunque noi stessi saremmo gli artefici dell'et dell'oro! disse Antonov, allargando le braccia.
Zelkovich gli rivolse uno sguardo serio, prima di togliere il
segnalibro dal testo che aveva in mano.
Il fatto ... continu poi, che i papi sono sempre stati indicati con un riferimento molto
specifico alla loro vicenda personale. Guarda qui, per esempio... il motto "De mediaetate luna"
dedicato ad Albino Luciani, rimanda chiaramente al ciclo lunare di trentatr giorni, l'esatta durata del
papato di Giovanni Paolo I....
E allora?.
Di Giovanni Paolo II, invece, si dice "De labore solis"....
Che significa?.
Forse si riferisce all'intensa attivit pastorale illuminata dalla Provvidenza....
Boris, continuo a non capire....
Andiamo...  evidente... sbott Zelkovich con impazienza,
possibile che non ci arrivi? Il motto non fa alcun riferimento alla circostanza che questo papa
sarebbe stato assassinato. Non ti sembra un elemento essenziale il fatto di morire vittima di un
attentato?.
Antonov lo guard, incerto.
Questo significa... insist Boris battendo l'indice sulla pagina del testo, che la profezia 
sbagliata...  una delle ultime... forse Malachia l'ha formulata quando il suo cervello cominciava a
perdere colpi, ma di certo  sbagliata.
Si arrest per riprendere fiato.
...e chi sbaglia una volta, non  pi infallibile... vuol dire che pu sbagliare ancora.
Pos il libro e prese una nuova videocassetta dal raccoglitore.
Adesso guarda questo. Oggi c' stata la fumata bianca al Conclave.
Ho registrato l'annuncio del cardinale Protodiacono. Ascolta....
Dopo un breve sfarfallio, sullo schermo comparve, in primo piano, il balcone centrale della
basilica di San Pietro.
...nuntio vobis gaudium magnum... stava dicendo il prelato con voce echeggiante di
emozione, habemus Papam... excellentissimum et reverendissimum patrem... nessuno dei due
riusciva a scollare gli occhi dalla luminescenza rettangolare, romanus... qui sibi nomen imposuit...
Petrus Secundus....
Beh... fece Antonov con semplicit, allora  lui la Gloria olivae.
No... rispose l'altro con aria cupa, Pietro II  indicato da Malachia come l'ultimo papa, cio
come il successore di Gloria Olivae. A Pietro non  stato dedicato un semplice motto, ma una
spiegazione molto esplicita. Vuoi sentirne una parte? Ecco... "Pietro il romano pascer il suo gregge tra
molte tribolazioni. Quando queste saranno terminate, la Citt dai sette colli sar distrutta e il temibile
Giudice giudicher il suo popolo".
Si riferisce a Roma?.
Nel decimo secolo, ai tempi di Malachia, Roma cristiana era il mondo, Sergei:  del Giudizio
Universale che si sta parlando.
L'Armageddon Antonov lo guard sbalordito Ma sei pazzo?
Queste sono superstizioni cristiane!.
Per Malachia ci ha azzeccato, finora....
Un momento... ha anche sbagliato, no? Lo hai detto tu... pu aver sbagliato anche in questo....
Zelkovich chiuse gli occhi: anche lui non poteva che sperarlo: se
Gloriae olivae era solo la farneticazione di un profeta demente, forse anche la preveggenza
catastrofica su Pietro II era sbagliata.
Ma, in caso contrario, la loro azione terroristica finalizzata al trionfo dell'ideologia marxista
avrebbe avuto un piccolo effetto collaterale dai risvolti poco gradevoli: quello di accelerare la fine del
mondo e, quindi, anche del loro beneamato comunismo sovietico.
In ogni caso... concluse Antonov, deglutendo a fatica,  meglio non dire niente a Kalinyn di
tutta questa storia. Non vorrei ritrovarmi convocato alla Lubianka per chiarimenti.
Tacquero entrambi, continuando a fissare con estenuante insistenza l'inquadratura della
telecamera che si allargava sulla piazza gremita, mostrando una selva di mani giunte in preghiera.
Il nuovo pontefice, Pietro II, comparve al balcone dopo qualche istante brandendo il pastorale;
benedisse i fedeli e innalz le mani con aria ispirata, verso il cielo terso di Roma.
Nel settembre 1982 un articolo pubblicato sul Reader's Digest, a firma della giornalista Claire
Sterling, parlava per la prima volta del complotto internazionale finalizzato all'eliminazione di
Giovanni Paolo II. In un libro successivo dal titolo Anatomia di un attentato pubblicato in Italia da
SugarCo nel 1984, la stessa giornalista, in base alle ricerche
da lei personalmente effettuate, poteva concludere, in modo pressoch inequivocabile, che
l'attentato mortale a papa Wojtila era stato commissionato dal KGB ed eseguito dai servizi segreti
bulgari.
Questa immane tragedia che ha segnato in modo indelebile il ventesimo secolo ha avuto anche
importanti risvolti mistico-esoterici: in rapporto alle polemiche sull'affidabilit delle profezie di
Malachia, ad esempio, Giordano Bruno Guerri, nel suo saggio La profezia sbagliata pubblicato nel
1993, scriveva:La tragica fine del papa polacco ha contribuito non solo al recupero degli strumenti
della ragione nel valutare i fatti storici, ma anche a un sano accantonamento delle aspettative
miracolistiche e degli atteggiamenti superstiziosi che, per troppo tempo, hanno caratterizzato il nostro
rapporto con la religione cristiana. Da questo punto di vista vanno considerati, senza dimenticare
l'umana solidariet, i recenti sanguinosi disordini di piazza nei paesi baltici e la disastrosa epidemia di
vaiolo che sta decimando la popolazione moscovita: non nell'ottica delirante e disperata di chi giura che
queste siano le prime avvisaglie della fine del mondo prossima ventura....
...
BIBLIOGRAFIA.
Mehmet Ali Agca, La mia verit, Roma, Newton Compton, 1996.
John Barron, KGB Today: The Hidden Hand, New York, Reader's Digest, 1983.
Giordano Bruno Guerri, La profezia sbagliata, Milano, Sperling & Kupfer, 1993.
Claire Sterling, Anatomia di un attentato. L'indagine sul complotto oltre le verit ufficiali,
Milano, SugarCo, 1984.
LESAME
1986: Se l'Unione Europea fosse stata realizzata quindici anni prima Pierfrancesco Prosperi
Il Parlamento Europeo  nato nel 1962, e le prime elezioni dirette degli europarlamentari si sono
svolte nel 1979, ma la storia dell'Unione Europea  entrata nella sua fase operativa solo con il Trattato
di Maastricht del febbraio 1992. L'euro  stato introdotto ufficialmente nel 1999 ed  entrato in vigore,
come moneta unica dell'Unione, il primo gennaio 2002. Il Comitato politico dell'Unione, vero e proprio
governo federale, fa parte nella "nostra" realt dei programmi ancora da attuare, e non vi  al momento
una data prevista per la sua nascita.
Ancora una volta, il vento della storia aveva cambiato direzione. Il Commonwealth britannico,
che aveva esteso il suo dominio su tre quarti del globo, era solo un lontano ricordo. Il Reich millenario
era durato lo spazio di poche, buie notti. Un po' di pi, ma pur sempre per pochi grigi decenni, aveva
brillato la stella dell'utopia marxista sull'Est Europa.
E il sogno americano, l'American Dream che nella seconda met del XX secolo sembrava
destinato ad avvolgere a tempo indefinito il pianeta nel soffocante abbraccio di una globalizzazione
targata Coca Cola e McDonald, non era arrivato neppure a vedere la fine del millennio. Una serie di
scelte disastrose in politica estera, un ottuso isolazionismo, un susseguirsi di terremoti borsistici
avevano avviato il dollaro in una caduta che sembrava non aver fine, e il gendarme del mondo era
passato a essere la seconda potenza, poi la terza, poi la quarta...
14 maggio 2006. Al bar dell'albergo, Leonardo Masieri sorseggi il suo caff guardando di
sfuggita la tv che mostrava spezzoni del giuramento del secondo governo Berlusconi (il terzo, contando
anche l'infelice esperimento del 1994). Gli vennero in mente alcuni recenti titoli di giornale. Sembrava
che a sinistra l'interrogativo del momento fosse: Perch il Berlusca non invecchia?. Gli intellettuali
post-ulivisti s'interrogavano angosciati sulla imprevista tenuta fisica del Cavaliere.
Scartata l'ipotesi di un patto col diavolo, i pi aggiornati disquisivano
su misteriose, sofisticate tecniche orientali con le quali l'inquilino di Palazzo Chigi riusciva a
rallentare l'incalzare del tempo e ad apparire ben pi giovane dei suoi settant'anni. L'unica cosa certa
era che questa senescenza rallentata rischiava di vanificare quella che il centrosinistra considerava la
sua tattica vincente per il 2011: approfittare del naturale decadimento fisico di Sua Emittenza e della
mancanza di validi delfini per battere finalmente il Polo alle urne. Una sola cosa poteva spaventare
l'opposizione pi di quella prolungata seconda giovinezza: l'ipotesi, sussurrata a bassa voce nei circoli
di sinistra, con grande accompagnamento di gesti scaramantici, che il capo dell'Esecutivo avesse stretto
contatti con una delle pi note societ americane nel campo della clonazione...
Il resto del telegiornale non offriva grandi novit rispetto alla sera precedente. Una nuova
formazione politica si era appena affacciata all'orizzonte: dopo la Quercia, l'Ulivo, la Margherita, il
Tralcio, il Grappolo, l'inesausto grembo vegetale del centrosinistra aveva appena dato alla luce la Spiga
(E a quando la Pannocchia? si era chiesto Vittorio Feltri su Libero), In un fremente discorso a
Ponte di Legno, il capo della Lega aveva minacciato l'uscita dal governo se non si fosse attuata
immediatamente la riforma federale della Giustizia, con la istituzione dei tribunali di quartiere.
Usc. Una pioggia leggera e sottile aveva temporaneamente ripulito Roma dal suo cronico
smog. Ferm un taxi e si sprofond nel sedile posteriore, che immediatamente lo pes regolando gli
airbag laterali sulla sua non trascurabile stazza. Il suo telefonino trill mentre l'auto gialla ripartiva
sull'asfalto lucido.
Leo? Umberto. Ascolta, questa linea  sicura?.
Me l'hanno garantito. Con quello che costano questi UMTS di quarta generazione....
Volevo dirti che ogni tanto dovresti ricordarti di scendere dall'empireo europeo per sporcarti
un po' le mani con il fango del Partito. Hai sentito l'ultima?.
Spara.
A quanto si dice la Procura di Roma avrebbe in mano un pentito il quale spergiura di avere le
prove che tre grossi... no, grossissimi pezzi dell'Esecutivo sono coinvolti in un giro di pedofilia via
Internet.
Quanto grossi?.
Sei sicuro che la linea  ole?.
Ti ho detto di si. Parlando con la voce pi bassa che poteva, Masieri fiss la nuca del tassista,
in apparenza interessato solo al traffico.
Rocco, Federico... e....
E...?.
Lui.
Stai scherzando.
Per niente.
Suo malgrado Masieri sent i suoi lineamenti stirarsi in un sorriso beffardo. Beh, onestamente
era forse l'unico reato grave dell'intero Codice che non gli avessero ancora affibbiato.
Non si era neppure accorto, mentre concludeva la telefonata, di aver estratto il portasigarette e
poi l'accendino. Appena abbassato il cellulare sent lo sguardo del tassista trapanarlo attraverso lo
specchietto. Apra il finestrino e la butti via. Subito.
Eh?.
Mi ha capito benissimo. Qui non si fuma, come in tutti i tass di Roma. Non creda, solo perch
 un pezzo grosso di Eurolandia, di poter fare il suo comodo. O fuori la cicca o fuori lei!.
Prefer non discutere. Pi volte si era lamentato con i colleghi europei per lo zelo con cui
insistevano a imporre ai governi nazionali le loro ubbie salutiste (tanto pi che questa veniva
direttamente dagli USA).
Pochi minuti dopo sbarc in piazza dell'Unione e attravers l'atrio tutto marmi del Palazzo delle
Stelle, opera celebrata e pagatissima di Renzo Piano, lanciando occhiate distratte ai grandi pannelli
colorati che illustravano i momenti chiave della nascita dell'Unione: l'istituzione del Parlamento
europeo nel 1958, l'introduzione dell'euro nel 1989, la sua entrata in vigore come moneta unica nel
1991, l'insediamento del Comitato politico dell'Unione nel 1997.
L'Unione - da diversi anni avevano smesso di chiamarla Europea: cos'aveva ormai di europeo
una federazione che si estendeva dai monti dell'Atlante agli Urali, includeva un paio di repubbliche
asiatiche e stava valutando la richiesta di ammissione del Canada? - era ormai senza paragone la pi
grande potenza planetaria. Forse, l'unica vera potenza.
Nella sala della Commissione ristretta c'erano tutti: Alphand, Wessel, Sotomajor. Le solite
strette di mano umidicce. Humbers  arrivato un quarto d'ora fa inform gli altri Wessel. Prima di
cominciare, per, permettetemi di ricordarvi che luned mattina siamo tutti convocati in
Sottocommissione. Bisogna risolvere una volta per tutte questa faccenda del diametro minimo
accettabile dei baccelli comunitari.
Spagna e Portogallo stanno minacciando una mezza rivoluzione.
D'accordo tagli corto Masieri, senza curarsi di nascondere il proprio fastidio. Vogliamo
cominciare?.
In considerazione della nazionalit dell'ospite, avevano deciso di utilizzare il loro cattivo
inglese in sostituzione dell'orrido francese che usavano di solito (orrido anche nel caso di Alphand, il
quale, nativo della Runion, parlava con uno strascicato accento coloniale).
Un commesso fece entrare l'americano. Randolph Humbers appariva ben lontano dal prototipo
dello yankee tutto muscoli e bistecche; aveva un'aria vagamente malaticcia, il corpo alto e magro
pendeva curvo in avanti, la pelle era bianca e rugosa, ma dietro gli occhiali dalla montatura sottile
s'intravedeva uno sguardo d'acciaio.
Qualcosa da bere? chiese Masieri dopo le presentazioni. Il gesto di rifiuto dell'americano fu
secco, quasi spazientito. Questo  un incontro informale, mister Humbers prosegu Masieri
sforzandosi di non straziare troppo l'idioma del Bardo. In rappresentanza del mio Paese, cui spetta la
presidenza di turno dell'Unione, ho l'incarico di comunicarle l'esito della valutazione eseguita dalla
Commissione ristretta sulla vostra domanda di ammissione. In un secondo tempo riceverete il
documento ufficiale.
Gli occhi di Humbers corsero da un volto all'altro, inquieti.  un no, vero? era pi una
constatazione che una domanda.
Per quanto non si fossero messi d'accordo prima, era come se si fossero assegnati delle parti.
Era il turno di Alphand, adesso. Vede, mister Humbers, i vostri risultati per l'anno fiscale 2005 non
sono poi cos male. Noi riteniamo che con un'adeguata politica di rigore e con un taglio deciso della
spesa pubblica potreste farcela a rientrare nei nostri parametri. No, in realt sono i vostri morti che
camminano a rendere tutto cos maledettamente complicato.
Quella frase, dead men ivalking., colp Humbers come una frustata. Si tolse gli occhiali e inizi a pulirli con movimenti brevi e nervosi, a scatti. Non pu essere per questo borbott in tono incredulo. Non potete venire a dirci come dobbiamo combattere la criminalit all'interno degli States.  una questione interna nostra, nessuno pu darci lezioni.
Ora toccava a Wessel. Temo che le cose non stiano esattamente cos, mister Humbers. Nessun
paese  pi un'isola. Ci sono delle regole comuni sui diritti umani che dovrebbero essere accettate da
tutte le nazioni. Perlomeno, da quelle che vogliono far parte del nostro club.
Sotomajor incalz: Alla fine del secolo scorso, abbiamo dovuto lasciare fuori per anni un
paese come la Turchia, per quanto fosse ansiosa di associarsi, esattamente per lo stesso motivo. Lei si
ricorder benissimo come  finita.
La Turchia bofonchi Humbers in tono apertamente sprezzante.
Noi non siamo la Turchia. Fece scorrere lo sguardo sui quattro uomini. Per noi la pena
capitale non  un optional, una cosa che si possa aggiungere o togliere a un codice. Fa parte della nostra
cultura di base, che vi piaccia o no. L'America  nata ed  diventata grande attraverso una serie
ininterrotta di contrasti e di lotte fra individui e fra nazioni.  un paese che  cresciuto attraverso un uso
continuo della violenza. Adesso questa violenza l'abbiamo messa al margine, l'abbiamo incanalata e
controllata, la utilizziamo solo come estrema risorsa contro chi intende minare le radici della nostra
societ. Ma non possiamo farne a meno.
Masieri lo guard con un'ombra di simpatia, solo un'ombra. Capisco il suo punto di vista. Ne
abbiamo parlato a lungo. Sapevamo di non chiedere una rinuncia da niente. Ma abbiamo, al nostro
interno, due problemi: un problema morale e un problema di coerenza, di trattamenti paritari. cos, sono
costretto a ripeterle che se l'America non se la sente di fare a meno del patibolo, dovr fare a meno dell'Unione.
Scese un silenzio pesante. Gli occhi di Humbers scintillarono duri dietro le lenti. Dieci anni fa
non avreste parlato cos constat in tono amaro. Quando gli USA erano la prima potenza mondiale,
nessuno poteva permettersi di fare la voce grossa.  facile, adesso che siamo caduti nella polvere....
Masieri alz un dito, spazzando ogni residuo accenno di compassione. Lei  libero di non
crederci, dal momento che ovviamente non posso portare prove. Ma le assicuro che il mio voto, e
credo di parlare anche a nome dei miei colleghi, sarebbe stato esattamente lo stesso anche
all'epoca in cui George Bush senior poteva considerarsi il re del pianeta.
Humbers si alz di scatto. Non cederemo mai sibil.
In tal caso ribatt tranquillo Masieri, credo che non abbiamo altro da dirci. L'americano
fece un cenno con il capo, poi gir sui tacchi e si avvi verso l'uscita, senza stringere alcuna mano.
Dannato testone! esclam Wessel quando la porta si fu richiusa alle sue spalle.
Beh ribatt Masieri,  andato tutto secondo copione. O davvero vi aspettavate qualcosa di diverso?.
Alphand tossicchi. Avevano ripreso a parlare francese. Uhm, abbiamo fatto abbastanza
presto. Sentite, so di non avervene parlato prima, ma... di l c' il delegato cubano. L'Avana promette
solennemente di abolire la pena di morte e di mettere fuori tutti i detenuti politici entro il 2009. Che ne
dite, vi va di sentirlo?.
Masieri guard l'orologio. Beh, perch no?.
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BIBLIOGRAFIA.
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Luigi Barzini, L'Europa domani mattina, Milano, Longanesi, 1964.
Giorgio Bocca, Indegni dell'Europa, Milano, Feltrinelli, 1994.
Umberto Bossi, La mia Europa, Milano, Il Saggiatore, 1996.
Massimo D'Alema, Europeisti da sempre, Milano, Mondadori, 2004.
Edward N. Luttwak, Perch l'America  crollata, Milano, Sperling & Kupfer, 2002.
Edgar Morin, Pensare l'Europa, Milano, Feltrinelli, 1990.
Giuseppe Petrilli, Il mattino d'Europa. Scritti e discorsi 1959-1979, Milano, Franco Angeli, 1980.
Romano Prodi, Stanotte ho fatto un sogno, Bologna, Il Mulino, 1985.
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GLI AUTORI.
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FABIO CALABRESE.
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Nato a Trieste nel 1952, sposato, due figli, laureato in Filosofia, insegnante di scuola media superiore.
Negli anni Settanta ha fondato assieme a Giuseppe Lippi la fanzine Il re in giallo. Ha all'attivo
una vasta serie di pubblicazioni di narrativa e di saggistica di fantascienza, horror, fantasy e ha
collaborato con quasi tutte le principali case editrici specializzate: Nord, Fanucci, Solfanelli, Perseo
Libri, Il Cerchio. Ha pubblicato narrativa presso Mondadori (Urania), Garzanti, il Secolo d'Italia, e
ha all'attivo anche alcune collaborazioni con pubblicazioni straniere, fra le quali Foundation.
Nel 1999  stato coautore assieme agli Eredi di Isildur di Trieste del Dizionario del mondo
fantastico (Rusconi), poi Dizionario dell'universo di J.R.R. Tolkien (Bompiani, 2003). Nel 2005 
uscita la sua antologia Occhi d'argento (Perseo Libri).
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MARIO FARNETI.
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Nato a Gubbio nel 1950. Giornalista professionista, saggista e documentarista,  laureato in
Scienze politiche. Ha vissuto a lungo a Fano dove, negli anni Settanta,  stato tra i fondatori di una
delle prime televisioni libere del nostro Paese. Figlio di antiquari, si  occupato anche lui di cose
antiche per un significativo periodo della sua vita. Ha pubblicato, nell'ultimo decennio, vari saggi sulle
tradizioni della sua citt natale e ha realizzato molteplici documentari televisivi. Nel 1989 e nel 1991 si
 classificato tra i finalisti del Premio Tolkien per la narrativa fantastica. Nel 2002 il romanzo
Occidente (Nord), un best seller del genere ucronico, si  classificato al terzo posto al Premio Italia. Nel
2003 ha pubblicato Attacco all'Occidente, secondo episodio della serie. Risiede a Roma dal 1983, dove
ha maturato una vasta esperienza giornalistica. Lavora presso un'importante agenzia televisiva
internazionale.
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ERRICO PASSARO.
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 nato nel 1966 a Roma, dove vive e lavora come ufficiale
commissario dell'Aeronautica militare. Laureato in Giurisprudenza, giornalista pubblicista, 
stato collaboratore di molti periodici come
L'Italia settimanale, Area, Il Giornale dei Misteri, L'Altro Regno, Kr 991,
Agonistika, La Cosa Vista, ID, Rivista Aeronautica, Leggere, Palomar.  tra gli autori
del Dizionario ehi mondo fantastico (Rusconi, 1999; poi Dizionario dell'universo di J.R.R.
Tolkien, Bompiani, 2003) e del catalogo della mostra Eroi per forza (Epierre, 2000). Ha curato
rubriche per il mensile L'Eternauta e il quotidiano Roma. Attualmente cura rubriche per Secolo
d'Italia e Area ed  collaboratore di Percorsi, per il quale, fra l'altro, ha selezionato e commentato i
racconti del Sonno della ragione (2003).
Come narratore, ha conquistato la posizione d'onore al Premio Tolkien 1986, al Premio Urania
1989 e al Premio Italia 2000, ed  stato tra i finalisti al Premio Urania 2001. Ha pubblicato i romanzi Il
delirio (Solfanelli, 1988), Nel solstizio del tempo (Keltia, 1992, con Roberto Genovesi), Gli Anni
dell'Aquila (Settimo Sigillo, 1996), Le maschere del potere (Nord, 1999) e Inferni (a puntate su
Secolo d'Italia nel 2001), nonch decine di racconti su Secolo d'Italia, L'Eternauta,
Quigiovani, Corriere del giorno, Oltre, Fantasia, Area, e nelle antologie Gli eredi di
Cthulhu, Fantafascismo!, Roma fantastica.
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FILOTEO MARIA SORGE.
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Nato a Roma nel 1960,  laureato in Ingegneria elettronica.  stato coordinatore redazionale di
Byte Italia, Computer Shopper e Pc Upgrade, oltre che ideatore e coordinatore della rivista di
fantascienza
Fictionaire. Ha collaborato con Hifi Musica e Ciao 2001 con articoli sull'alta fedelt, e
con MCmicrocomputer, Linea EDP, Il Sole-24 Ore, Mondo Economico e Telema con
articoli d'informatica.
Ha pubblicato vari volumi d'informatica: Palmari per il business (2001), Il nuovo mondo dei
palmari connessi e Cheap Chips (2002), Guida al Cali Center e. Il responsabile della sicurezza ICT
(2003). Nel 2003  uscito un suo libro di storia reale e alternativa Le macchie di Gutenberg (Olimpia) e
nel 2005 Senza fili (Apogeo).
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DONATO ALTOMARE.
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Nato a Molfetta (Bari) nel 1951, ingegnere. Ha pubblicato oltre
duecento racconti in Italia e all'estero con vari editori: Mondadori, Perseo, Solfanelli, Fanucci,
Milella, Tabula Fati, e le riviste La Vailisa, Pulp, Ucronia, Comic Art.
 stato tradotto in Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Serbia, Montenegro, Albania,
Ungheria e, ultimamente, in Finlandia e Polonia.
Collabora con riviste nazionali e pubblicazioni locali. Ha scritto molti saggi editi su mensili
(Cronache Italiane, Rotary, e altri) e riviste di letteratura come La Vallisa e altre straniere.
Ha vinto una ventina di primi premi assoluti in concorsi di narrativa e di poesia (tra cui due
Premi Italia). Il suo migliore risultato  stato il conseguimento del Premio Urania per il romanzo
inedito di autore italiano del 2000 (MaterMaxima), pubblicato, col numero 1426, nella collana Urania
di Mondadori. Ha pubblicato inoltre le antologie di racconti Uno spettro, probabilmente (Roma, Mondo Ignoto, 2003) e E la padella disse... (Milano, Delos Books, 2004), e il romanzo Il fuoco e il silenzio (Bologna,
Perseo Libri, 2005).
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GIULIO LEONI.
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 nato a Roma nel 1951, dove risiede. Laureato in Lettere moderne,  specializzato nell'utilizzo estetico dei linguaggi non lineari e visivi. Negli anni Ottanta ha fondato e diretto Symbola, rivista dedicata alla poesia d'avanguardia e
sperimentale. Attualmente divide i suoi interessi tra la letteratura del Duecento e le avanguardie novecentesche, con particolare riguardo al futurismo. Appassionato di storia della magia e dell'illusionismo,  stato membro dell'International
Brotherhood of Magicians e della Society of American Magicians, nonch del nostro Club magico italiano.
Nel campo della letteratura gialla e d'avventura,  autore di diverse opere di carattere fantastico, tra cui alcuni racconti dedicati alle immaginarie attivit investigative di Dante. Con uno di essi, Dante Alighieri e i delitti della Medusa ha vinto nel 2000 il Premio Tedeschi per il miglior giallo inedito. Il romanzo  stato stampato nel numero 2707 della collana Il Giallo Mondadori. Sempre nella stessa collana,  stato pubblicato un suo altro romanzo, La Donna sulla Luna, ambientato nel crepuscolo di Weimar, e successivamente E trentuno con la morte, sullo sfondo dell'impresa dannunziana di Fiume. Nel 2004, sempre per Mondadori,  uscito I delitti del Mosaico, seconda avventura investigativa di Dante, e nel 2005 I delitti della luce, sua terza avventura.
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RENATO PESTRINIERO.
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Nato a Venezia nel 1933,  sposato e ha una figlia. Fino al 1988  stato capo reparto presso una
multinazionale svizzera di import-export e certificazioni. Vive e lavora a Venezia.
Dal 1958 ha pubblicato sette romanzi, tre antologie personali di racconti, un saggio antologico
in collaborazione con Carlo della Corte, un libro-guida di Venezia con illustrazioni di Neil Watson,
oltre un centinaio tra racconti e saggi.
 stato tradotto in Germania, Francia, Usa, Spagna, Ungheria, Romania, Repubblica Ceca, Bulgaria.
Da un suo racconto il regista Mario Bava ha tratto il film Terrore nello spazio, con la
sceneggiatura di Ib Melchior, Alberto Bevilacqua e Callisto Cosulich (ripresentato alla Mostra del
Cinema di Venezia, 2003).
Il racconto Teorema semantico  apparso su La novella italiana.
Classici italiani commentati a cura di Cesare Segre (Mondadori, 1992).
Il saggio Perch fantastico, perch Venezia  apparso in Fantastico e Immaginario. Seminario di
letteratura fantastica, a cura di Alessandra Scarsella (Solfanelli, 1988)
Il saggio Ugo Facco de lagarda  apparso in Miscellanea marciarla, vol. XIV, Atti del convegno
all'Ateneo veneto 718 Nov. 1997
(Biblioteca nazionale marciana, Venezia, 2000).
Con il saggio Generi del racconto fantastico ha partecipato al corso di scrittura 2001 Struttura e
scrittura del racconto e della novella promosso dall'Universit di Venezia.
Ha vinto una trentina di premi. Con il romanzo L'osella misteriosa del doge Grimani (Helvetia),
ha vinto il Premio Gianni Spagnol 2001.
Ha quindi pubblicato 75 Long Tons (Bologna, Perseo Libri, 2002) e Resurrezione (Bologna,
Perseo Libri, 2004).
Collabora con una rubrica fissa sul bimestrale Nexus.
Esperienze televisive, radiofoniche e figurative.
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ANDREA ANGIOLINO.
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Nato a Roma nel 1966, giornalista, ha ideato giochi da tavolo, per radio e televisione, per
riviste, per pubblicit, per fiere e manifestazioni, per computer, per televideo, per videotel e internet.
Ha scritto vari giochi di ruolo (tra gli ultimi: Wings ofWar, Nexus, 2004; e Obscura Tempora, Rose e
Poison, 2005) e una quindicina di libri (tra gli ultimi: Interviste di fine millennio, Novecento GeC,
2003; Inventare i destini: il gioco di ruolo nelle scuole italiane, La Meridiana, 2003; Costruire i
libri-gioco, Sonda, 2004) . Per l'opera a fascicoli Warhammer ha scritto l'enciclopedia di un
immaginario mondo fantasy (Hobby & Work, 1996). Ha pubblicato racconti su varie riviste: gli ultimi
sono apparsi nelle antologie Mondi Incantati (Novecento GeC, 2003) e Ritorno a Mondi Incantati
(Nexus, 2004).
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PAOLO CORSINI.
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Nato a Rimini nel 1968, giornalista parlamentare, lavora nella redazione economica del
Giornale Radio Rai. Laureato in Storia medievale all'Universit di Roma La Sapienza.  stato
caporedattore del mensile Area. Ha collaborato e collabora con varie testate di giochi, fumetti,
politica, economia ed enogastronomia. Ultima pubblicazione: un saggio sulla violenza nei film e nei
videogiochi nel volume Il Silenzio degli innocenti (Lindau, 2003).
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FRANCESCO GRASSO.
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Nato a Messina nel 1966. Ingegnere elettronico, vive a Roma, dove lavora
presso l'Autorit per l'informatica nella pubblica
amministrazione. Sposato dal 1998,  pap di una bimba di nome Alice e di un bimbo di nome Andrea.
Scrive narrativa di fantascienza, fantasy e horror. Esordisce col romanzo Ai due lati del muro
(Mondadori), Premio Urania del 1991.
Nel 2000 vince una seconda volta il Premio Urania col romanzo 2038: La rivolta. Ha pubblicato
un terzo romanzo, Il baratto, con l'editrice Perseo di Bologna.  autore di una trentina di racconti,
pubblicati su varie antologie e riviste, tra cui L'Eternauta, Dev, MCmi-
crocomputer, Inchiostro.
 stato vincitore del Premio Sicurezza informatica nel 1996, del Premio Cristalli Sognanti nel
1998, del Premio Space Truckers nel 2001. Fa parte della redazione della rivista telematica Delos
Science Fiction. Una sua antologia personale, L'uomo dei mosaici,  in linea su internet per la collana
Delos Books (scaricabile gratuitamente).
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LUIGI DE PASCALIS.
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Nato a Lanciano, in Abruzzo, nel 1943. Ha conseguito a pieni voti la maturit artistica e si 
diplomato in Comunicazione aziendale.
Interrotti gli studi di medicina, si  laureato in Scienze politiche.  stato dipendente di un
istituto di credito, sindacalista e pubblicista. Nel corso di oltre un trentennio ha scritto alcuni romanzi
brevi e numerosi racconti di genere fantastico con cui ha vinto diversi premi letterari (Montepulciano,
Courmayeur, Tolkien, ecc.). Alcune sue storie sono state tradotte in Francia, Stati Uniti, Romania e
Germania. Come sindacalista ha pubblicato un centinaio di articoli di carattere sindacale, nonch il
saggio Il Sindacato e l'art. 39 della Costituzione. Come pittore, nel 1974, assieme ad alcuni dei
maggiori artisti italiani, ha partecipato a una grande mostra itinerante in prestigiose gallerie americane.
Come disegnatore ha pubblicato Pinocchio, versione integrale a fumetti della narrazione collodiana. Ha
pubblicato infine il saggio storico La porpora e la penna (Tarquinia, Ed. Stas, 2002, e il giallo storico
Rosso Velabro (Roma, Irradiazioni, 2003).
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FRANCO CUOMO.
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Giornalista e scrittore,  stato finalista due volte al Premio Strega, con Gunther d'Amalfi,
cavaliere templare nel 1990 (ora riedito dalla BCD) e Il Codice Macbeth nel 1997. Ha di recente
pubblicato per la Baldini-Castoldi-Dalai, I sotterranei del cielo e Il tatuaggio che fanno seguito alla
saga seriale Il romanzo di Carlo Magno (Newton Compton, 5 volumi) sulle origini dell'Europa.
Figurano tra gli altri suoi romanzi I semidei, una spy story nell'Italia contemporanea; Il signore
degli specchi, sulla vita di Nostradamus, e Scroll, sulla leggenda che Shakespeare non fosse inglese. Ha
pubblicato saggi sull'ozio (L'Ozio), sulla seduzione (Elogio del libertino), su Oscar Wilde e il
decadentismo vittoriano ( Chi ha guardato negli occhi la
bellezza), sulla tragedia di Beatrice Cenci (Beatrice Cenci) e sulla misteriosa storia di Rita da
Cascia (Santa Rita degli Impossibili), con particolare riferimento al giallo in cui la santa venne
coinvolta per l'assassinio del marito.
 autore di un vasto repertorio teatrale, rappresentato in Italia e all'estero da registi quali
Carmelo Bene, Maurizio Scaparro, Franoise Pedte. Tra i suoi testi teatrali: Faust e Margherita e
Romeo e Giulietta (entrambi con Carmelo Bene), Caterina delle misericordie (Premio Riccione),
Nerone (Premio Idi), Giovanna d'Arco e Gilles de Rais (Premio Vallecorsi), Addio amore (Beatrice
Cenci) (Premio Fondi), Una notte di Casanova (Premio Flaiano) e il recente Gladiator. Tra gli altri
premi ricevuti: il Fregene per il giornalismo (1984), il Premio per la Cultura della presidenza del
Consiglio (1989), il Ravello (1990), il Vanvitelli (1995), il Blow In (1997).
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ENRICO RULLI.
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Nato a Firenze nel 1958, attivo come conferenziere e saggista per riviste amatoriali e case editrici di settore. Gli ultimi suoi lavori sono usciti sulle riviste Yorick e La Soglia. Collabora regolarmente con la casa editrice Nord del gruppo Longanesi. Dal 2000 tiene corsi di scrittura creativa e di sceneggiatura. Coltiva da anni la passione per il fantastico e la storia, con particolare attenzione alle vicende toscane del 19esimo secolo. In questo ambito si dedica alla ricerca e alla valorizzazione degli autori facenti capo alla tradizione narrativa toscana. Sua la riscoperta di Giovanni Magherini Graziani.
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MARCO CIMMINO.
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Nato a Bergamo nel 1960, si  laureato in Lettere moderne (Storia medievale) presso l'Universit statale di Milano.  docente di lettere presso un istituto superiore della provincia di Bergamo e alterna all'attivit di insegnante quella di giornalista e di storico. Dopo le prime ricerche, imperniate sul 15esimo secolo, ha lasciato la medievistica dedicandosi alla storia contemporanea, con specifico riguardo per la storia militare e, segnatamente, per quella della Grande Guerra. Ha collaborato con diversi periodici, sia locali (BergamoSette, Bergamo settimanale, Quaderni di storia contemporanea) che nazionali
(Rivoluzione italiana), svolgendo contemporaneamente un'intensissima attivit di conferenziere. Nel 1999 ha vinto il premio
speciale della giuria Manara Valgimigli, di Coreglia Antelminelli (Lu) con un racconto sulla battaglia dell'Ortigara.
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Nel 2000 ha pubblicato per le edizioni Atlas un manuale di storia antica e medievale per le scuole superiori, in collaborazione con Francesco Cacciabue (Alle radici, Atlas, Bergamo, 2000, 2 voll). Nel 2001  stato tra i curatori del volume Associazione nazionale alpini, sezione di Bergamo: 80 anni di storia (1921-2001), edizioni Ferrari, Clusone, 2001. Colla- bora fin dal primo numero col mensile Area, per il quale ha curato gli inserti di storia contemporanea (Operazione '900). Nel 2002 ha ricevuto il premio giornalistico Giampiero Arci. Alpino,  presidente della giuria del Premio internazionale Ifms.
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CARLO DE RISIO.
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Nato nel 1935, giornalista professionista.  stato redattore de Il Giornale d'Italia di Roma (1964-1970) e editorialista de La Nazione di Firenze, poi redattore e inviato speciale de Il Tempo di Roma (1971-1993). Studioso di storia e storia militare, ha pubblicato: I violatori del blocco, Roma, Ufficio storico della Marina militare, 1963; I mezzi d'assalto, Roma, Ufficio storico della Marina militare, 1964; Generali, servizi segreti e fascismo, Milano, Mondadori, 1978; I 75 giorni delle Falkland, Milano, Mursia, 1982; L'odissea segreta dell'Achille Lauro, Roma, Adnkronos, 1985; La tenda di Cassibile, Roma, Science technology history, 1993; L'aviazione navale, Ufficio storico della Marina militare, 1995; La clessidra di Mussolini, Roma, Settimo Sigillo, 2000; L'avventura dei tesori di Stato, Lanciano, Carabba, 2003.
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TULLIO BOLOGNA.
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 nato nel 1946 a Vigevano, dove vive con moglie e due figlie e insegna materie scientifiche nella locale scuola media. Ha esordito come narratore fantastico nell'antologia Le ali della fantasia (Solfanelli, 1981), che riunisce le storie finaliste al Premio Tolkien 1980. Ha pubblicato una trentina di racconti e due romanzi: La dea del lago con Michele Martino (La
Regione, 1983) e Il volo dell'aquila (Il Cerchio, 1999), in cui si tenta la fusione tra ucronia e fantasia eroica. Ha vinto il Premio Italia 1988 e il Premio Tolkien 1990 ed  giunto finalista ai Premi Silmaril, Urania e Mastronardi. Ha partecipato con un saggio al volume collettaneo La compagnia l'anello il potere (Il Cerchio, 2002) dedicato a Tolkien. La passione per esoterismo e storia, ufologia e paranormale si riflette nella sua narrativa.
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ALESSANDRO BOTTERO.
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Nato a Roma nel 1962, laureato in Filosofia morale, inizia a lavorare nel mondo dei fumetti nel 1991. Traduttore e articolista, dal 1994  giornalista pubblicista. Dal 1998 editore con la casa editrice King Comics (Morrison, Bad Karma, Winds OfWinter, Usagi Yojimbo, Il Collezionista, Come si disegnano i Manga). Nel 2002 pubblica per Mare Nero due saggi: l'anello e la spada, introduzione a J.R.R. Tolkien e Harry il giovane Mago, introduzione al magico mondo di J.K Rowling.
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DANILO ARONA.
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Nato ad Alessandria nel 1950, giornalista e scrittore. Al suo attivo: un incalcolabile numero di articoli disseminati fra i giornali locali e non (Il Piccolo di Alessandria, Notes, La Stampa) e riviste varie (Robot, Aliens, Cinema & Cinema, Focus, Il Maltese, Primo Piano, Diario di bordo e Natural); libri sul cinema fantastico (Guida
alfantacinema, Guida al cinema horror, Nuova guida al fantacinema - La maschera, la carne, il contagio, Vien di notte l'Uomo Nero - Il cinema di Stephen King, Wes Craven - Il buio oltre la siepe, L'esorcista, il cinema, il mito)-, libri sul fantastico sociale e mitologico Tuttestorie, Costa & Nolan; Satana ti vuole, Corbaccio; Possessione mediatica e L'ombra del dio alato Marco Tropea Editore), e romanzi fanta- noir di ambientazione italiana, quali La penombra del gufo, Un brivido sulla schiena del Drago, Rock, Il vento urla Mary, Palo Mayombe e La stazione del Dio del Suono. Ha curato le versioni
italiane di Rock Babilonia di Gary Herman (Interno Giallo) e di Secondo natura di James e Phyllis Balch (Longanesi). Suoi racconti sono apparsi nelle antologie: L'hotel dei cuori spezzati (Gammalibri), Spettri metropolitani (Addictions), Jubilaeum e L'assassino  il chitarrista (PuntoZero), 14 colpi al cuore e In fondo al nero (Mondadori) e Duri a morire (Dario Flaccovio).
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GIUSEPPE MAGNARAPA.
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Nato a Roma nel 1947,  neuropsichiatra, attualmente dirigente responsabile del Centro di salute mentale di Guidonia (Roma).
Autore di numerosi lavori scientifici di argomento psichiatrico e criminologico, ha anche pubblicato due romanzi: Complotto finale (Solfanelli, 1990), di argomento fantapolitico, e I sogni degli altri (Silver Press), un horror psicologico, vincitore dell'edizione 1995 del premio letterario l'incontro. Ha inoltre pubblicato, per Firenze Libri, il saggio I volti della paura.
Psicopatologia del cinema del terrore, vincitore del premio letterario l'Autore, edizione 1998, e per Armando editore il trattato Teoria e pratica dell'omicidio seriale nel 2003.  autore di diversi racconti di tipo fantasy-horror pubblicati in riviste e antologie varie. Nel 1991 ha vinto il Premio Tolkien con il racconto Lioflia.
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PIERFRANCESCO PROSPERI.
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 nato nel 1945 ad Arezzo, dove vive e lavora. Sposato e con due figli, opera come libero professionista nel campo dell'edilizia e della pianificazione territoriale. Ha iniziato a scrivere giovanissimo, pubblicando il primo racconto su Oltre il cielo all'et di quindici anni.  autore di pi di cento racconti apparsi sulle principali testate e antologie del settore, oltre che su quotidiani, e tradotti pi volte in Francia, Belgio, Germania, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Finlandia e Giappone.
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Vincitore di numerosi premi in concorsi specializzati, fra cui vanno ricordati il Premio Italia vinto nel 1972 e nel 1994, il Premio Citt di Montepulciano (1988 e 1989) e il Premio Cosmo 1993, oltre che di concorsi letterari come il Premio Ungaretti (1993) e il Premio S. Marco - Citt di Venezia (1994, 1995 e 1997);  autore anche di sceneggiati radiofonici. Ha pubblicato finora sei romanzi: Autocrisi (La Tribuna, 1971), Seppelliamo re John (La Tribuna, 1973), Il tunnel (Alberti, 1992), Garibaldi a Gettysburg (Nord, 1993), Autocrisi 2020 (Perseo Libri, 1997), Supplemento d'indagine (Settimo Sigillo, 1999), e un saggio sulle morti misteriose dei presidenti americani, La serie maledetta (Armenia, 1980). Dal 1977 ha iniziato una intensa attivit di soggettista e sceneggiatore di fumetti, realizzando oltre seicento storie, prevalentemente di fantascienza e fantasy.
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FINE.